CORTONA (AR) ǀ NELLO STUDIO DI ROBERTO GHEZZI
di MATTIA LAPPERIER
Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.
Entrare nello studio di Roberto Ghezzi a Terontola di Cortona, dove l’artista opera stabilmente dal 2015, significa confrontarsi con un paradosso fenomenologico radicale: trovarsi al centro di un perimetro per comprendere che quel perimetro, in realtà, non esiste poiché si estende ben oltre i suoi confini in muratura. Immerso nel verde della frazione toscana, questo luogo non si configura come un territorio isolato in cui l’autore impone ciecamente la propria volontà sulla materia ma come il nucleo di transito, decantazione e stabilizzazione di un’azione pittorica che si compie da sé, altrove, in natura.

Il percorso di Ghezzi, del resto, è segnato da una progressiva e lucida abdicazione del controllo. In seguito al debutto come pittore di paesaggio, da sempre legato a quella iconica partitura della tela in orizzontale, che asseconda la linea dell’orizzonte, ha gradualmente teso la propria ricerca verso la perdita del dominio formale. Dall’olio puro, all’utilizzo dell’acrilico, fino alle prime intuizioni nate tra il 2005 e il 2010 sulle sponde del lago Trasimeno, a poco a poco la sua pittura si è spogliata del pennello per farsi Naturografia. Non una mera tecnica ma un approccio etico, umano e sociale; un atto radicale in cui l’artista si fa deliberatamente da parte, rinuncia all’egemonia del proprio segno e crea un filo diretto tra il paesaggio e il fruitore, vivendo il processo stesso come un concreto atto politico nei confronti dell’ambiente.

Dopo aver trascorso tre anni in un capannone monumentale – un ex tabacchificio condiviso con lo scultore Antonio Massarutto – particolarmente funzionale alle grandi prove di allestimento, lo studio attuale riflette la flessibilità dinamica e concettuale della ricerca dell’artista, articolandosi in una struttura tripartita che favorisce le diverse fasi di un processo metodologico rigoroso, equidistante da intuizione estetica e rigore scientifico. La prima sala è lo spazio della pura progettazione, del disegno, dell’abbozzo e della scrittura. Qui, lavorando sul tavolo del nonno, a sua volta scultore del legno – in un ideale continuum affettivo e artigianale che lega tre generazioni – Ghezzi studia i reagenti e formula i composti chimici e i fissativi da applicare ai tessuti. È un ambiente mutevole, in larga parte riadattabile a seconda delle esigenze del momento, circondato da un muro-palinsesto tappezzato di ritagli, fotografie e ricordi d’infanzia, dove la flessibilità del mobilio corrisponde alla fluidità del pensiero.

Spostandosi nella seconda stanza, lo sguardo viene catturato da una fitta stratificazione di carte topografiche, mappe antiche e vissute, segnate da preziose annotazioni a mano che dialogano con fotografie e fossili provenienti da tutto il mondo, quasi a voler tracciare una mappatura temporale e geografica del globo sino ad ora esplorato. Negli anni, tale desiderio di registrare il paesaggio ha spinto Ghezzi a estendere la Naturografia verso le scritture con la luce, sperimentando la carta fotosensibile, la fotografia stenopeica in Nepal e la fotografia con intervallometro in Islanda, tutte ricerche nate e strutturate in queste stanze. È qui infatti che vengono custoditi i supporti vergini, tessuti rigorosamente naturali come il lino e il cotone, pronti per essere installati nei luoghi più remoti.

A fare da cerniera tra questi due primi ambienti si attesta una libreria satura di cataloghi, guide e letteratura di viaggio, ma soprattutto scrigno dei suoi taccuini. Veri e propri diari di bordo e reliquie del processo creativo, questi quaderni custodiscono una memoria densissima: appunti scritti a mano, frottage, monotipie di rocce o piante, campionature di colore e inserti botanici. Ogni progetto ha il suo taccuino dedicato, mentre uno, immancabile nello zaino, registra il quotidiano. Nel loro complesso essi sono sufficienti a raccogliere su di uno scaffale anni e anni di lavoro condotto sul campo, restituendone un’immagine viva e pulsante. Sono frammenti di un’archeologia del vissuto che precedono e completano l’opera. Sono anche gli indicatori tangibili di un lungo processo che altrimenti resterebbe impercettibile e per di più condannato all’oblio.

Se la terza stanza custodisce l’unico cavalletto superstite – il luogo intimo in cui Ghezzi dipinge ancora oggi a olio, quasi trasponendo le pagine dei taccuini su supporti diversi per fissare appunti visivi immediati – lo studio si espande ulteriormente al piano superiore, adibito ad archivio, e soprattutto all’esterno, dove rivela la sua vera essenza, nonché la sua più autentica peculiarità. Lo studio dilaga infatti nel giardino che circonda l’edificio; un laboratorio a cielo aperto in cui l’artista ha la possibilità di testare la resistenza e l’interazione biologica dei materiali. All’interno di un’antica vasca del XVIII secolo vengono sperimentate le reazioni con l’acqua, mentre in un angolo del terreno i tessuti vengono parzialmente sepolti per saggiarne la risposta ctonia. Poco distante, un ulteriore spazio assimilabile a un capanno funge da vera e propria “sala di decantazione”: un deposito dalle finestre perennemente aperte, esposto esclusivamente alla luce naturale, dove le Naturografie, una volta prelevate dal loro ambiente originario, sostano per mesi per stabilizzarsi all’aria aperta.

Qui emerge la complessa esigenza conservativa di opere estremamente sensibili alle variazioni di umidità e temperatura, come le tele realizzate nelle grotte di Ulassai in Sardegna, sulle quali si è peraltro sviluppata spontaneamente una briofita, fino ad allora ritenuta inesistente sull’isola. Per preservare l’integrità cromatica e materica di questi reperti viventi, prima del definitivo tensionamento su telai, Ghezzi collabora attivamente con biologi e con il restauratore del polimaterico Giorgio Capriotti dell’Università degli Studi della Tuscia, applicando protocolli scientifici atti a bloccare il deterioramento naturale senza alterare la verità del sedimento.
Tirando le somme, lo studio di Roberto Ghezzi si rivela una sensibilissima camera di bilanciamento di vivide esperienze condotte in natura; è un archivio poetico, scientifico ed etico in cui il mondo esterno viene accolto, protetto e infine consegnato alla storia della visione.

La formazione di Roberto Ghezzi (1978, Cortona) ha avvio all’interno dello studio di scultura di famiglia e si perfeziona all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Inizia ad esporre negli anni Novanta e i suoi esordi sono legati alla pittura. Al centro della ricerca di Ghezzi è il paesaggio naturale, indagato sia attraverso la rappresentazione pittorica, che mediante sperimentazioni “sul campo”. Nei primi anni Duemila nascono le prime Naturografie©, opere che hanno origine da studi e sperimentazioni su luoghi naturali, spesso incontaminati, e il cui titolo accoglie in sé il concetto fondante sia del risultato finale, che del processo. Ha collaborato con Istituti e Università di ricerca in Italia e all’estero, come il CNR ISP, CNR ISMAR, CNR IOM e ARPA. Tra le mostre più recenti è possibile citare: PADIGLIONE ITALIA – 19. BIENNALE ARCHITETTURA, a cura di Guendalina Salimei (Venezia); GREENLAND BLURRING, a cura di Mara Predicatori, Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen (Copenaghen); THE MOUNTAIN’S EYES, Gallery MCube, (Kathmandù); WHITE FADES, a cura di Mara Predicatori, Istituto Italiano di Cultura a Oslo (Oslo); Life on mARTS, a cura di CasermArcheologica, Museo di Storia Naturale di Creta (Heraklion); THYBRIS, IL FIUME ETERNO, a cura di Davide Silvioli e Cristian Porretta, Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, Roma; L’IMPRONTA DELL’ACQUA, a cura di Mara Predicatori, Museo di Palazzo della Corgna, Castiglione del Lago; AQUAE, a cura di Start Cultura e EContemporary, Fondaco dei Tedeschi, Venezia, IT (2023); CONTEMPORARY ECOSYSTEMS, a cura di Bojana Janeva e Davide Silvioli, Museum of Contemporary Art of Skopje. Tra le principali residenze artistiche e spedizioni internazionali si ricordano le seguenti: Iceland Still, Islanda centrale (2025); Legarti, Ulassai, IT (2025); The Mountain’s eyes, Annapurna Base Camp, Nepal (2024); Life on mARTS, Creta, EL (2024); The Polar Stream, Longyearbyen – Isole Svalbard, NO (2023); The Greenland Project, in collaborazione con CNR ISP, Tasiilaq, GRL (2022); North Macedonia Project- Art As Nature, Skopje, NMK (2022); L’ Planeta de Origen, Ushuaia, ARG (2019); Kunstkvarteret artist house, Lofoten Islands – Leknes, NO (2019); OAW, Tunis and Hergla, TUN (2018); South Africa Project, Blyde River Canyon and Mossel Baai, ZA (2018); Alaska Project, Talkeetna, McCarthy, Alaska, USA (2015).



