Veduta dello studio di Giovanni Frangi

#TheVisit. Giovanni Frangi: quando il paesaggio si fa memoria

MILANO ǀ NELLO STUDIO DI GIOVANNI FRANGI

di MATTIA LAPPERIER

Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.

 

Lo studio di Giovanni Frangi, in via Spartaco a Milano, è collocato in un’ex falegnameria dalla conformazione a “L”, caratterizzata da soffitti alti e da un pavimento in legno che custodisce la memoria visiva di oltre vent’anni di attività. Più che un semplice luogo di produzione o un perimetro racchiuso entro confini geometrici, questo spazio si configura come il vero e proprio centro di gravità attorno a cui orbita l’intera sua esistenza quotidiana. È un ambiente dal respiro profondo, la cui frequentazione è interrotta unicamente dalle parentesi dedicate all’insegnamento presso l’Accademia di Brera. Ormai fortemente radicato nel tessuto del quartiere, di cui l’artista ha assimilato e stratificato abitudini, ritmi e relazioni nell’arco di due decenni, lo studio vive di una duplice e feconda identità: è l’antro intimo della rigorosa solitudine del dipingere e, al contempo, un luogo permeabile all’incontro, costantemente animato da visite, dialoghi e confronti.

Veduta dello studio di Giovanni Frangi

Davanti all’ingresso si apre un cortile riservato che filtra la luce naturale, la quale si fonde all’interno con l’illuminazione artificiale, dando luogo a un equilibrio che l’artista ha saputo affinare nel corso degli anni, così da poter lavorare in condizioni ottimali. In questo contesto, Frangi trascorre gran parte della sua giornata non soltanto nell’atto fisico della pittura ma rivendicando con forza il valore indispensabile di quelle lunghe ore apparentemente inattive, trascorse a contemplare il vuoto o a lasciar scorrere il tempo. Per l’artista, tale sospensione non è mai un tempo perso, bensì un passaggio germinale e imprescindibile del processo creativo, la fase di gestazione silente in cui il pensiero e la visione decantano, prima di depositarsi sulla superficie della tela.

Particolare del pavimento dello studio in via Spartaco, Milano, 2026

Con il passare del tempo e l’evoluzione della sua ricerca verso dimensioni sempre più installative, ambientali e immersive, lo studio di via Spartaco si è progressivamente integrato all’interno di una costellazione operativa più vasta e articolata. Se i progetti su scala monumentale trovano il giusto respiro spaziale nel grande capannone di Borriana o nello studio di campagna a Magnano, la sede milanese rimane il cuore pulsante e la fucina concettuale della sua prassi. In questo laboratorio, come accennato, il pavimento in legno conserva a terra le tracce indelebili e sovrapposte di innumerevoli gocce e campiture cromatiche sedimentate negli anni; una vera e propria mappa della memoria visiva che registra la parabola di una pittura che ha saputo progressivamente alleggerire il proprio peso materico, virando verso una resa più fluida e atmosferica, senza mai perdere la propria originaria intensità energetica.

Veduta dello studio di Borriana, opera in lavorazione Nobu at Elba Redux, 2025

La straordinaria varietà dei supporti e delle tecniche sperimentate da Frangi rivela un’inquietudine formale mai domata e un desiderio costante di saggiare le reazioni della materia. Alla pittura a olio tradizionalmente intesa e all’acrilico si affiancano l’impiego di resine acquose mescolate a polveri minerali, la delicatezza dell’acquerello su carta e la preziosità del velluto, materiale amato per la straordinaria modalità con cui il pigmento sembra riaffiorare e galleggiare dal fondo. L’artista predilige tele di cotone – spesso preventivamente tinte – o lino, preparate a gesso oppure lasciate al loro stato grezzo. In tempi più recenti, ha introdotto nella sua grammatica operativa anche l’uso della candeggina, sfruttata per decolorare in modo parziale e casuale i tessuti già tinti, tracciando poi su quelle emersioni imprevedibili le linee portanti del paesaggio.

Giovanni Frangi, 19,35 pm, 2022, pigmenti e primal su tela, 200×300 cm

Accanto al corpus pittorico principale, un ruolo assolutamente centrale è occupato dalla grafica e dal monotipo. L’esplorazione meticolosa delle tecniche incisorie – dalla puntasecca all’acquaforte, dall’acquatinta al carborundum, portate avanti nell’ambito di una storica e stretta collaborazione con la stamperia Albicocco di Udine – conduce il segno di Frangi verso una sintesi formale essenziale e prosciugata. Eppure, persino nei passaggi di maggiore rarefazione o nei monotipi in cui il gesto sembra quasi sfiorare la pura smaterializzazione, l’artista rifiuta la definizione di pittore astratto: i riferimenti costanti all’elemento naturale, alla luce e alla geografia del territorio rimangono infatti l’orizzonte ultimo della sua ricerca.

Giovanni Frangi, Viverone, 2021, velluto su tela, 200×300 cm

Per comprendere il lavoro di Frangi è necessario andare in profondità, non solo soffermandosi sulla pittura ma – ragionando in termini spaziali – addentrandosi in un ulteriore ambiente, attiguo a quello principale. Varcata una porta, si accede infatti a uno studiolo soppalcato saturo di oggetti, dal sapore quasi claustrofobico, dove si accumulano dipinti, libri, cataloghi di mostre e, soprattutto, il suo imponente archivio fotografico. In questo stretto deposito della memoria sono custodite migliaia di immagini realizzate dall’artista nell’arco dell’intera vita: dai profili delle coste liguri ai canali della pianura lombarda, fino alle suggestioni visive catturate durante i molti viaggi in India o in Marocco, per citarne una minima parte. Conservate secondo un ordine vagamente cronologico ma programmaticamente non sistematico, queste fotografie non sono semplici documenti di studio o ricordi nostalgici, sono il vero e proprio giacimento iconografico a cui l’artista attinge con totale libertà espressiva anche a distanza di anni, prelevando dettagli, rielaborando inquadrature o persino intervenendo direttamente sulle fotografie stesse con il colore. È da questo catalogo intimo e sterminato di paesaggi naturali che scaturisce la scintilla del fare. Lo studio nel suo complesso appare pertanto una sorta di camera della memoria, dove Frangi, attraverso il suo personale archivio del mondo, reinventa giorno dopo giorno un incessante e vitale approccio al linguaggio pittorico.

Dettaglio dello studio di Giovanni Frangi

Giovanni Frangi nasce a Milano nel 1959. Studia all’Accademia di Belle Arti di Brera, esordisce nel 1983 alla galleria La Bussola di Torino. Del 1986 l’esposizione alla Galleria Bergamini di Milano: il catalogo contiene un testo di Achille Bonito Oliva. Seguono numerose personali tra cui: La fuga di Renzo, nella Sala del Cenacolo a Montecitorio (Roma, 1998), dove inizia la collaborazione con Giovanni Agosti; Il richiamo della foresta al Palazzo delle Stelline (Milano, 1999); Nobu at Elba a Villa Panza (Varese, 2004); Pasadena, nel 2008 alla Galleria d’Arte Moderna di Udine; MT2425 all’Oratorio di San Lupo (Bergamo, 2008); La règle du jeu al Teatro India (Roma, 2010); Giardini pubblici al MART (Rovereto, 2010). Nel 2011 Straziante, meravigliosa bellezza del creato a Villa Manin (Passariano di Codroipo) e nel 2013 Sheherazade al Museo Nazionale di San Matteo, a Pisa. Nel 2014 realizza uno stendardo per il MAXXI di Roma: Mollate le vele, poi Alles ist Blatt all’Orto Botanico dell’Università di Padova e Lotteria Farnese nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Nel 2015 espone Settembre a Roma a Palazzo Poli e Usodimare al Camec della Spezia. Nel 2017 è la volta di Prét a pôrter a Palazzo Fabroni di Pistoia in occasione dell’inaugurazione dell’anno della Capitale della Cultura. Nel 2019 è a Tremezzo a Villa Carlotta con Urpflanze e nel 2020 espone a Lecco a Palazzo delle Paure in dialogo con un’opera di Lorenzo Lotto. Vocali è la mostra, nel 2021, organizzata presso la Stamperia Albicocco di Udine, ispirata alla poesia di Rimbaud. Nel 2022 è a Palazzo Parasi di Cannobio con Vitaliana. Nel 2023 espone Showboat Andata e ritorno al Castello Sforzesco di Milano nel Gabinetto della Grafica e nella Sala del Tesoro e nel 2024 espone Le mille vite di Showboat alla Galleria d’arte moderna di Arezzo. Nel 2025 a Milano nella sala Stirling di Palazzo Citterio della Grande Brera apre Nobu at Elba. Redux. Nel 2026 presenta Vera da pozzo al Museo San Domenico di Imola. Sue opere si trovano nelle collezioni pubbliche: Gabinetto dei Disegni del Museo degli Uffizi, Firenze; Camera dei Deputati, Roma; Mart, Rovereto; Castello Sforzesco, Milano; Istituto Centrale della Grafica a Palazzo Poli, Roma; Camec, La Spezia; Galleria d’arte moderna, Udine; Palazzo Forti, Verona; Palazzo Fabroni, Pistoia; Museo Diocesano, Milano; Pinacoteca di Brera, Milano; Palazzo del Quirinale, Roma; Villa Reale, Monza.

www.giovannifrangi.it

Ritratto di Giovanni Frangi
Condividi su...