BERGAMO | GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo | Fino al 24 gennaio 2027
di MATTEO GALBIATI
Ci sono molti artisti della nuova generazione che, provate le tragedie e i drammi della storia più recente avendoli vissuti da testimoni oculari, non possono emancipare la loro stessa ricerca e la loro riflessione artistica da una stretta correlazione emotiva con quelle vicende che ne hanno condizionato così profondamente un frammento di vita. Di più ci aiutano a capire, a comprendere, a rileggere le loro esperienze con quella delicata intensità che, trascendendo tecniche, modalità di espressione e linguaggi adottati, ci restituisce non solo il pathos, ma ci obbliga a osservare con occhi differenti quello che crediamo solo di conoscere davvero. Condividere con sentimento ogni loro narrazione rigenerata nell’arte visiva ci fa cogliere con una profondità diversa i parametri della storia che, nella personalizzazione individuale della storia piccola del singolo, diventano diversamente tangibili.

Un bel saggio di questo metodo, che ci invita a disimparare le rappresentazioni consolidate e a immaginare nuove forme di appartenenza e futuro, ce lo concede il progetto espositivo 1000 Tears di Selma Selman (Bihać, Bosnia-Erzegovina, 1991) che GAMeC ha saggiamente realizzato all’interno del programma annuale Pedagogia della Speranza il quale, come ci ha riassunto il direttore Lorenzo Giusti, si modula sul principio del learn to unlearn, ovvero imparare a disimparare: solo rimettendo in discussione tutte quelle categorie e sovrastrutture con cui abbiamo imparato a vedere gli altri e il mondo, possiamo, nei fatti, rompere quelle stesse consuetudini per acquisire la forza, la necessità e la misura di un senso nuovo.
Nello Spazio Zero del museo bergamasco Selman si impegna allora definire lo spazio d’azione di memorie messe ai margini dei grandi eventi della storia (come le sue) per tessere le trame di un diverso resoconto dei fatti che ci chiedono, appunto, non solo di ricordare. Ci restituisce un atto di ammissione con cui riconosciamo come “viziato” il nostro modo di guardare perché spesso è influenzato da pregiudizi, gerarchie e storie ereditate senza una corretta modalità di trasmissione. La mostra è pedagogicamente importante nel ribadire quanto sia importante mettere da parte questi schemi per accogliere quelle piccole storie diverse.

1000 Tears, prima personale dell’artista in un’istituzione italiana, trasforma la memoria in uno spazio di resistenza e possibilità dove storie familiari, la memoria della guerra in Bosnia-Erzegovina e le identità rom si intrecciano cercando lo sguardo di confronto con la nostra consapevolezza. Le fotografie, le opere grafiche, dipinti e scritture sul metallo di vecchie automobili, le immagini in movimento di una video-installazione e un libro d’artista esplorano il confine tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto nella coscienza e che, riemergendo, può essere materiale utile per noi anche oggi, adesso, nel nostro presente. È fondamentale seguire Selman sia quando ostenta i gesti delle mani che sanno custodire gli affetti, danno protezione e curano ferite, sia quando riverbera il coraggio del ricordo, insieme di testimonianze attive che diventa uno strumento per contrastare ogni tentativo di cancellazione e/o riscrittura del passato.
Allora, come si diceva, tutte queste immagini non ci restituiscono nostalgicamente il passato storico, non provano a raggiralo, escluderlo, allontanarlo, in un certo senso, continuano a viverci dentro. Se nell’animo dell’artista queste suggestioni sono così potentemente intense, la restituzione che ce ne fa le fa rimanere in noi come presenze perduranti e perturbanti, al punto che non possiamo più essere osservatori superficiali, distratti e veloci. Non ci giriamo da un’altra parte, non demandiamo la storia a qualcosa di astratto, qui diventa concreta. Ci è richiesto un tempo esclusivo, una pausa sincera, per dare ordine – e pace – ai pezzi di una storia che il tempo trascorso non è riesce ancora a ricomporre. Selma Selman lavora perché dobbiamo continuare a farci domande. Nella zona delicatamente instabile, quella dove memoria personale e collettiva si parlano reciprocamente, qui le opere ci documentano le cicatrici di ferite individuali e le lacerazioni irreversibili della storia e solo l’arte è mezzo di attraversamento di quei complessi eventi che non possono – né devono – essere rimossi.

I ricordi dell’artista esplorano e si espongono sempre alla dualità delle zone d’ombra della loro perdita e del loro mantenimento che obbligano al faticoso impegno di cercare il bisogno di equilibrio. Qui servono le parole e le immagini, giuste e schiette, per raccontarsi e trovare la speranza del nuovo. La sua vicenda biografica, segnata dalla guerra in Bosnia-Erzegovina, non si perde nelle derive dell’aneddoto, mette in luce, al contrario, quanto ogni singola esistenza sia attraversata da condizioni storiche, economiche e culturali che ne determinano le visibilità, i riconoscimenti e, persino, le probabilità di essere ricordata anche da altri.
La storia della sua famiglia, che appartiene alla comunità rom e da generazioni si occupa del recupero e del commercio dei rottami, è così solo il punto di partenza per una riflessione più ampia sui meccanismi della storia che stabiliscono quali vite meritino ascolto e vengano tramandate e quali, invece, siano destinate a mantenersi ai margini della rappresentazione storica o vengano perdute o sospese dalla dimenticanza.
Cuore della mostra è una fotografia scattata durante il conflitto: si vedono l’artista bambina e alcuni familiari; è un bianco e nero che sembra provenire da tempi lontani, ma nonostante tutto, quell’immagine conserva una vicinanza affettiva, preservando anche quella stessa distanza che, inevitabilmente, ogni ricordo porta con sé. Il tempo è passato, ma ci interroga ancora quando la riguardiamo oggi: tornare a quella fotografia, infatti, per Selman equivale a cercare le persone presenti nella foto, abbracciare le loro testimonianze, risentire le loro voci, rivivere quel tempo generando una trama di esperienze connesse così grande che nessuna immagine, da sola, potrà mai racchiudere in modo autenticamente esaustivo.
Tenta di farlo pure nelle nuove opere grafiche che, realizzate per questa occasione, azzardano la trasformazione di questo processo in figure e gesti sospesi tra realtà e immaginazione, con mani e sguardi impegnati a trattenere la forza emotiva del racconto a noi concesso. Mani e sguardi che accarezzano ma che, anche, in un altrove, riescono paradossalmente a impugnare e vedere quelle armi che distruggono vite ed esistenze.

Questa tensione densa di contrasti la osserviamo in Crossing the Blue Bridge (2024), presentato con una nuova sequenza di immagini, questo video ricorda un fatto tragico del 1994: durante un cessate il fuoco, la madre dell’artista attraversò il ponte della città di Bihać – il Blue Bridge – con le sue figlie. Essendo pieno di corpi morti di uomini e animali, la madre con una mano provava a coprire gli occhi di una bambina e con l’altra reggeva incerta le poche provviste appena comprate. Selman, in questo frammento autobiografico, ci offre una delle contraddizioni più forti della guerra: da una parte la vita rischia di sparire, dall’altra la quotidianità deve poter proseguire. La vita di tutti i giorni, mai ferma, sopravvive nei suoi piccoli gesti dentro l’orrore.
A trent’anni di distanza Selman ha voluto riattraversare quel ponte e la vediamo, con il volto sempre nascosto, mentre di spalle corre verso una direzione ignota. Attratta da una presenza o inseguita da una minaccia, il tempo la destabilizza tra ieri e oggi, tra vuoti da colmare e ingombranti fardelli di pensieri lontani ma ancora attivi. Selman è capace di non mostrarci tutto, del resto capire non coincide necessariamente con il vedere e conoscere i dettagli di ogni cosa.
Anche i dipinti su metallo – cofani e parti di auto che rimandano all’attività della famiglia – hanno questa consapevolezza: le superfici, che non sono le canoniche tele perfette, conservano ammaccature, graffi, tracce di un pregresso utilizzo. Non supporti neutri e inerti, già segnati, accolgono ora volti e corpi dipinti senza che vengano cancellate o coperte quelle ferite, rendicontazione non facile di quella marginalità esistente che sta così tanto a cuore all’artista.

Progetto iniziato nel 2021 e presentato inedito qui a Bergamo in veste di libro d’artista, Letters to Omer è la raccolta di 140 lettere che hanno come destinatario un interlocutore immaginario. Questa corrispondenza fittizia è spazio di confidenza e confessione: è un dialogo aperto dove desideri e ricordi, rabbia e pacificazione, trascorsi passati e visioni future possono prendere forma senza essere messi in un ordine definitivo e assoluto. Qui la scrittura è una esigenza interiore, anche se rivolta a chi – forse – nemmeno mai risponderà. Una presenza utile per rendere possibile il solo parlare e parlarne; è un atto che espone l’inascoltato e, allo stesso tempo, trova la libertà della testimonianza.
Prova dell’impegno senza distanze tra pensiero politico e poetico, tra arte e vita, tra estetica e quotidianità, tra la propria comunità di appartenenza e la collettività umana in generale, lo rileviamo anche in Get the Heck to School, non un’opera, ma un progetto sociale iniziato nel 2017, con cui Selman aiuta le ragazze rom della sua città natale ad accedere all’istruzione. Così emanciparsi non resta un’idea astratta, ma diventa atto concreto che concede e restituisce qualcosa a chi vive ancora in quel luogo vicino-lontano che l’ha vista nascere e dove ha trascorso un’infanzia travagliata.
Le mille lacrime del titolo, in definitiva non definiscono un’unica immagine in cui racchiudere il dolore, sono incancellabile memoria agente. Selman, però, ci invita a non attraversare il passato per lasciarselo alle spalle, ci dimostra che si può, in modo più profondo, tornarci senza restarne imprigionati. Del resto nelle ferite della memoria la forza del racconto è già speranza di quello che potremmo decidere di essere nel nostro domani.
Selma Selman. 1000 Tears
mostra nel programma Pedagogia della Speranza, direzione artistica di Lorenzo Giusti, con la partecipazione del Dipartimento Educativo della GAMeC, guidato da Sara Tonelli con Rachele Bellini, e del team curatoriale formato da Sara Fumagalli, Valentina Gervasoni, Irene Guandalini
con supporto di Club GAMeC
libro d’artista Dear Omer edito da GAMeC, pubblicato da CURA, con postfazione dello scrittore Aleksandar Hemon
1 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027
GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Via San Tomaso 53, Bergamo
Orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì 15.00-19.00; sabato e domenica 10.00-19.00; martedì chiuso; domenica 1 novembre 10.00-19.00. La biglietteria chiude alle 18.00
Ingresso intero €10.00; ridotto €8.00; prevendita per acquisto online €1.00
Info: www.gamec.it



