CARRARA ǀ NELL’OFFICINA D’ARTE PONTE DI FERRO
di MATTIA LAPPERIER
Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.
Varcare la soglia dell’Officina d’Arte Ponte di Ferro significa confrontarsi con una dimensione che scardina la concezione tradizionale di atelier privato per porsi piuttosto come ecosistema multiforme. Dinamica realtà associativa con sede a Carrara, l’Officina non si configura come un semplice spazio di coabitazione, né come la mera sommatoria dei singoli talenti che ne popolano le stanze; è un organismo vivente, una struttura complessa in cui la ricerca individuale si innesta quotidianamente su una prassi comunitaria in costante divenire. Fondata nel 2006, la realtà di Ponte di Ferro ha saputo agire in questi vent’anni come un presidio culturale versatile e resiliente, seppur profondamente radicato nel territorio apuano che lo ospita. Accogliendo artisti diversi per formazione, provenienza e linguaggio, molti dei quali ex studenti della locale Accademia di Belle Arti, l’Officina ha strutturato un modello di bottega contemporanea aperto alla circolazione di idee, all’attivazione di residenze d’artista, workshop didattici, talk e simposi, mettendo persino a disposizione postazioni di lavoro per gli studenti accademici.

La topografia stessa dello studio, recentemente rigenerata con il trasferimento nella nuova sede operativa inaugurata ufficialmente il 30 maggio 2026, rivela l’architettura di questo fermento condiviso. All’esterno, le postazioni en plein air accolgono la dimensione più viscerale, faticosa e “sporca” del fare scultoreo. È qui che avviene il confronto diretto con la pietra, territorio d’indagine ampiamente condiviso dai membri del collettivo, dove il rumore dei flessibili e la polvere di marmo saturano l’aria durante le fasi di sgrossatura e modellazione pesante. All’interno, lo spazio si frammenta e si fa intimo: ogni artista dispone di una postazione individuale in cui elaborare la propria ricerca in totale indipendenza espressiva. In questa osmosi continua tra il dentro e il fuori, tra il silenzio della concettualizzazione e il frastuono della materia, i materiali e le intuizioni circolano liberamente, fortificando le singole identità proprio in virtù del loro costante dialogo reciproco.

L’indipendenza dei tredici artisti che attualmente animano l’Officina emerge con chiarezza nell’eterogeneità dei loro linguaggi, capaci di muoversi tra fedeltà alla tradizione lapidea e radicali aperture transmediali. Entrando nel merito delle singole ricerche, si incontra l’indagine dal sapore esistenzialista di Dario Grasso. Il suo lavoro riflette sui processi di disgregazione materiale attraverso l’uso di acrilici, vernici e solventi, conferendo alle composizioni un aspetto usurato che evoca la dimensione atemporale del fossile. All’opposto, la pietra subisce un processo di lirica rarefazione nelle mani di Camilla Cusumano, guidata da un approccio spiccatamente emotivo. Cusumano ricerca nel marmo forme morbide, aperte e leggere, instaurando un dialogo intimo con la materia e assecondandone le venature naturali. La tecnologia e la forzatura del mezzo meccanico contraddistinguono invece la produzione di Gabriel Alejandro Fariña. Dal 2018, l’artista conduce una sperimentazione libera con la grafica 3D, sondando i limiti del linguaggio digitale per dare vita a una serie di ritratti di scultori dai quali emergono la personalità e la specifica attitudine plastica dei soggetti. Una differente mobilità materica caratterizza l’opera di Loredana Taufer: originaria della Val Gardena, dove si è formata nella scultura in legno, ha conquistato a Carrara un’assoluta libertà d’azione, lasciandosi guidare dalla scelta intrinseca del materiale per porre domande urgenti sulla società, sulle dinamiche relazionali, persino sulle sue stesse origini.

Il rigore delle metodologie antiche e il dialogo serrato con la statuaria classica si palesano nella ricerca di Elia Bottoloni, abile nel coniugare la severità della tecnica tradizionale con aperture a iconografie saldamente contemporanee. Una visione condivisa con Diego Monacchia; entrambi gli artisti, formatisi presso il laboratorio Gli Affiliati di Assisi, hanno ritrovato all’interno di Ponte di Ferro la medesima attitudine di bottega alla pietra. Monacchia, nello specifico, esplora l’universo protetto dell’infanzia, popolando lo studio di personaggi ibridi derivati dalle fiabe, dal mito e dalla propria memoria biografica. Dalla medesima matrice assisiate proviene anche Michele Boccacci, la cui indagine predilige la fase energica e corporale della sbozzatura. Boccacci sta progressivamente abbandonando il virtuosismo tecnico accademico per abbracciare tensioni emotive primarie, utilizzando il proprio corpo come campo di indagine e di proiezione plastica. La carne, il tempo e la metamorfosi biologica connotano la ricerca transmediale di Pierre Auzias, il quale lavora sulla degradazione fisica della materia; negli ultimi anni ha favorito l’insorgere di muffe sulle superfici scultoree per riflettere sulla transitorietà del corpo in disfacimento.

La dimensione relazionale riverbera nel lavoro di Dario Petrucci, dal 2021 presidente dell’associazione. Dopo aver lungamente sperimentato con i linguaggi della robotica, Petrucci ha impresso alla sua produzione un’impronta ludica e partecipativa, invitando lo spettatore a interagire direttamente con sculture concepite per essere composte, combinate e riconfigurate dal pubblico. La fragilità e l’innocenza della natura sono invece i vettori dell’indagine di Chantal Stropeni, la cui spiccata sensibilità ambientale si traduce in una riflessione sull’impatto dell’uomo sull’ecosistema, formalizzata attraverso un approccio sensoriale allo spazio. Sui concetti di identità e appartenenza si focalizza la ricerca di Michela Tabaton-Osbourne, per la quale l’atto del “fondere insieme” diventa metafora di contaminazioni fertili tra materiali, forme e attitudini discordanti. Valerio Neri opera secondo un principio squisitamente alchemico e spirituale, mettendo in dialogo materiali eterni come il marmo e il bronzo mediante procedimenti antichissimi, appropriandosi in alcuni casi di scarti di lavorazione o bozzetti altrui. Infine, Pierre-Alix Nicolet pone al centro del proprio studio un’indagine sul corpo che intende scavalcare i limiti dell’antropocentrismo. Guidato da un’attitudine contemplativa e da un’indole straordinariamente ricettiva, incentra la propria ricerca sulla pura processualità dell’opera.

In questa polifonia di visioni, l’Officina d’Arte Ponte di Ferro si conferma un avamposto irrinunciabile: uno studio allargato dove il marmo si fa respiro e dove la vicinanza fisica dei singoli alimenta un’unica, grande traiettoria corale.

Fondata nel 2006, l’Officina d’Arte Ponte di Ferro è un laboratorio associativo di scultura che offre a Carrara uno spazio attrezzato e accessibile per la lavorazione della pietra. L’associazione, nata con l’intento di fornire un punto di riferimento per artisti, studenti e artigiani, è diventata nel tempo un polo culturale dinamico, aperto a tutti e alla portata di tutti. Nel corso degli anni, ha contribuito a creare una rete di scultori, artigiani e creativi che operano in un ambiente collaborativo e internazionale. Oltre a essere un laboratorio di scultura, l’Officina è anche uno spazio di scambi culturali, dove si organizzano residenze d’artista, workshop e attività che spaziano dalla scultura alla fotografia, dalla scrittura alla modellazione 3D. Questo ambiente multiculturale favorisce l’apprendimento e l’innovazione, creando un dialogo costante tra giovani e professionisti, italiani e stranieri. In questi anni, ha accolto centinaia di scultori da ogni parte del mondo, consolidando una rete europea di scambi e collaborazioni che va oltre i confini locali, con realtà in città come Genova, Parigi, Vienna, Atene e Lisbona. L’Officina è una risorsa fondamentale per i giovani artisti che desiderano approcciarsi alla professione, acquisendo presso di essa esperienza, visibilità e opportunità di lavoro. Configurandosi come uno dei presidi culturali più dinamici nel panorama della scultura italiana contemporanea, la sua attività ha ricevuto un ulteriore impulso logistico e progettuale con il trasferimento e l’inaugurazione ufficiale della nuova e potenziata sede operativa, avvenuta il 30 maggio 2026.



