Roberto Ghezzi, Alto Garda Project, giugno 2026

Di acqua, tempo e materia. Intervista a Roberto Ghezzi

RIVA DEL GARDA (TN) | MAG – MUSEO ALTO GARDA | In progress

Intervista a ROBERTO GHEZZI di Valentina Varoli

È un torrido venerdì mattina di fine giugno e Roberto Ghezzi sta installando una delle sue tele lungo il canale della Rocca di Riva del Garda. I turisti che passeggiano per la piazza lanciano occhiate a ciò che avviene ai margini del lago e qualcuno si ferma incuriosito. Gli sguardi dei passanti si raccolgono attorno a quest’azione semplice e insolita, anch’io rimango a osservare. Seguo il movimento delle mani, il dialogo silenzioso tra l’artista e l’acqua, la tela che lentamente entra a far parte del paesaggio.
Solo poco più tardi, nella splendida cornice del MAG Museo Alto Garda, avrò l’occasione di parlare con Roberto della sua ricerca, che da anni interroga il tempo, la natura e l’anima dei luoghi.

Osservandoti durante l’allestimento, ho notato che solo una parte della tela è stata trattata. Immagino che questa scelta nasca da una lunga serie di tentativi che nel tempo hanno costruito la tua esperienza. Come nasce questa modalità di lavoro?
Credo che la definizione “modalità di lavoro” sia la più calzante rispetto alle mie pratiche, perché non indicano una semplice tecnica, ma un’attitudine più ampia di stare in relazione al paesaggio. Il processo artistico che ho messo a punto nel corso degli anni rispecchia profondamente il mio stare nell’ambiente e il mio desiderio di interagire con esso.
Essendomi formato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, la rappresentazione del paesaggio ha sempre avuto un ruolo di primo piano per me. Il disegno è rimasto una parte importante nel mio lavoro: io mi avvicino ai luoghi in cui creerò le mie installazioni attraverso lunghi studi preparatori, di cui rimane traccia nei miei diari, negli erbari o nei disegni che realizzo. Questi elementi sono alla base della mia visione, potremmo dire che costituiscono un percorso di avvicinamento al paesaggio e sono un modo per entrare progressivamente in contatto con le peculiarità della zona che andrò a scoprire.
Questa importante fase preparatoria non emerge, se non marginalmente, nel risultato finale, che può sembrare l’esito di pure casualità e semplice empirismo. In effetti i primissimi esperimenti erano davvero il frutto di variabili imponderabili: una ventina di anni fa ho sentito per la prima volta il desiderio di lasciare delle tele abbandonate sul terreno. Si trattava di lavori sperimentali in cui la casualità aveva un ruolo preponderante e in cui il fascino era dato proprio da una creazione libera e totalmente fuori dal controllo umano.

Roberto Ghezzi, Alto Garda Proect, giugno 2026. Credits: Claudio Orlandi

E oggi? Riesci ad applicare qualche forma di controllo?
Nel corso del tempo sono riuscito a elaborare dei modelli previsionali che mi permettono di avere un controllo che potremmo definire “aprioristico”, una sorta di supervisione legata al momento della posa.
In base alle specificità del territorio posso decidere quale tela utilizzare, con quali sostanze prepararla oppure in quale periodo dell’anno sistemare i tessuti. Questi sono gli unici elementi sui quali agisco e una volta che è iniziata la creazione naturale non intervengo più, lascio che sia la natura a manifestarsi e non cerco in alcun modo di manipolarne i processi. Piano piano ho imparato ad applicare numerosi accorgimenti e per cercare di comprendere meglio le dinamiche legate alla formazione delle mie opere sono nate numerose collaborazioni con biologi e scienziati.

Come si inserisce la scienza nella tua ricerca?
Inizialmente mi rivolgevo agli scienziati per trovare delle risposte a precisi problemi tecnici, per esempio per me poteva essere importante capire quali batteri o alghe potessero influire in maniera più efficace e rapida sulla tela. Queste collaborazioni fornivano un supporto molto utile e finalizzato alle mie pratiche artistiche. Ben presto però si è innescato un cortocircuito tra arte e scienza, andando ad autoalimentare un rapporto che ha arricchito reciprocamente questi due ambiti. In alcuni casi le mie opere hanno anche fornito nuove piste di ricerca agli scienziati: un caso particolarmente significativo si è verificato durante una residenza artistica a Ulassai, quando sulle mie tele si è formata una briofita che non si credeva esistesse in Sardegna.

Roberto Ghezzi, Alto Garda Project, giugno 2026. Credits: Claudio Orlandi

La scienza ha un ruolo fondamentale, però tu spesso parli di genius loci. Nella fase preparatoria gli aspetti simbolici, storici o antropologici sono importanti?
Negli ultimi anni l’elemento antropologico sta iniziando a prendere sempre più spazio. Prima la mia ricerca era maggiormente orientata verso la natura selvaggia e io desideravo misurarmi con una wilderness forse più immaginata che reale; adesso la mia idea di ambiente si sta sempre più allargando e comprende anche la ricchezza umana che fiorisce attorno alle tele, rendendole a tutti gli effetti opere partecipate. Le persone che seguono il progetto, che condividono i loro ricordi, che lo vedono crescere ogni giorno nei luoghi che abitano e che amano: tutto questo è parte dell’opera e restituisce una profondità e una stratificazione di significati che mi permettono di dire che per me l’arte è conoscenza.

In che senso per te l’arte è conoscenza?
Quando realizzo le mie opere posso veramente comprendere cose che non potrei conoscere in nessun altro modo. Le mie tele possono essere considerate delle fotografie a lunga esposizione, ci restituiscono l’impressione di un luogo attraverso la quale è l’ambiente stesso a raccontarsi nel tempo. Nell’arco di tre mesi infatti tutto ciò che non è importante viene cancellato, gli aspetti episodici lasciano solo una flebile traccia. La tela raccoglie una lenta sedimentazione di attimi che si dipana in due dimensioni, permettendoci di osservare il tempo schiacciato sul piano bidimensionale.

Roberto Ghezzi, Alto Garda Project, giugno 2026. Credits: Claudio Orlandi

Le tue pratiche lasciano emergere aspetti filosofici molto importanti sia relativi al tuo ruolo di artista sia rispetto al tuo approccio alla natura.
Sì, la decisione stessa di fare un passo a lato del supporto per me rappresenta un gesto politico, che rimette al centro la natura, ne riconosce l’intrinseca dignità, ne ritrova la sacralità e la saggezza. Il paesaggio per me non è un luogo muto, è uno spazio che va interrogato e solo così può esprimere la sua essenza nella sua più totale autenticità.

Parlami del progetto a cui stai lavorando nell’Alto Garda. Che cosa prevede?
È un progetto diffuso coordinato dal Museo Alto Garda. Prevede l’installazione delle tele in diversi punti, distribuiti non solo nell’Alto Garda con posizionamenti in varie zone del fiume Sarca e del Lago di Garda, ma anche nel torrente Leno nei pressi del MART di Rovereto e nel biotopo del MUSE di Trento. In base ai monitoraggi, i tessuti verranno prelevati tra fine agosto e inizio settembre per poi essere studiati dagli scienziati del MUSE. Successivamente è prevista una restituzione pubblica con una mostra al Museo Alto Garda, curata dal direttore Matteo Rapanà e Gabriele Salvaterra, e opere diffuse nelle sedi dei vari enti che hanno collaborato al progetto (MUSE, MART e Ecomusei delle Valli Giudicarie).

Roberto Ghezzi, Alto Garda Project, giugno 2026. Credits: Claudio Orlandi

Hai aspettative specifiche rispetto a questo progetto?
Preferisco lasciare che siano i luoghi a sorprenderci. Ogni paesaggio custodisce la propria storia, le tele sono uno strumento per tradurla in immagine e renderla visibile. Ritroviamoci per parlarne a settembre, quando il tempo, l’acqua e la materia avranno concluso il loro racconto.

Roberto Ghezzi, Alto Garda Project, giugno 2026. Credits: Claudio Orlandi

 

Naturografie sulla Sarca
Alto Garda Project
progetto coordinato dal MAG Museo Alto Garda in collaborazione con MART, MUSE, Ecomusei delle Valli Giudicarie

Info: https://www.museoaltogarda.it/it/

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