BRESCIA | A+B Gallery | Fino al 24 gennaio 2026
di TOMMASO EVANGELISTA
Con Quadri, Davide Mancini Zanchi torna alla A+B Gallery di Brescia con una mostra che, pur presentandosi formalmente come una ricognizione pittorica articolata in più serie, si configura in realtà come un’indagine sullo statuto stesso dell’immagine dipinta e sulla sua tenuta semantica nel contesto contemporaneo. In questa nuova personale, l’artista non utilizza il quadro come luogo di sintesi o di risoluzione formale, lo trasforma in un campo di attrito, spazio in cui gesto, linguaggio e aspettativa dello spettatore entrano in costante tensione.

La sua pittura, da sempre, è attraversata da una consapevolezza fisica e mentale del fare: il gesto non è mai neutro, né puramente espressivo, e si carica di una funzione concettuale che mette in crisi l’idea stessa di controllo. Nelle Scritte, parole apparentemente rassicuranti emergono da fondi pittorici densi e irrequieti, generando un cortocircuito semasiologico che richiama la logica dei meme, ma ne sovverte l’immediatezza comunicativa. Il testo, anziché chiarire, introduce un vuoto: ciò che si legge non coincide con ciò che si percepisce, e la pittura diviene il luogo di questa ambiguità strutturale.

Un analogo slittamento è rintracciabile nelle Nature Morte, dove l’utilizzo della bomboletta spray – estensione diretta del corpo – produce tracce che non aspirano alla rappresentazione, e sono invece testimonianza di un’azione. Qui il quadro appare come il residuo di un accadimento, come una superficie che conserva la memoria di una sequenza di gesti ripetuti e stratificati, in bilico tra controllo e dispersione. La pittura si assottiglia in un documento fisico del tempo e del movimento.

Con Paesaggi ItaGliani, Mancini Zanchi introduce una strutturazione più esplicitamente politica, filtrata attraverso l’ironia e il linguaggio pittorico. I colori della bandiera italiana costruiscono paesaggi non reali e fortemente ideologici. La veduta, storicamente intesa come genere identitario, viene svuotata della sua funzione celebrativa e restituita come immagine instabile, attraversata da una critica sottile alle retoriche nazionali.

La dimensione corporea del gesto riaffiora in modo radicale nella serie Costellazioni, monocromi blu in cui piccole palline di carta imbevute di saliva vengono proiettate sulla tela. Il corpo dell’artista entra letteralmente nel quadro, lasciando tracce minime ma cariche di presenza. I riferimenti al cielo notturno e all’immaginario cosmico convivono con un registro ludico e irriverente, che sottrae l’opera a ogni tentazione di trascendenza assoluta, riportandola a una dimensione umana, imperfetta e ambivalente.
Nei Polittici Transformers, infine, il quadro perde definitivamente la sua funzione contemplativa per assumere una natura trasformabile. Smontabili e rimontabili, questi lavori mettono in discussione la fissità dell’opera e la sua autonomia, introducendo un rapporto diretto tra pittura e azione sullo spazio. L’immagine è un elemento di un sistema aperto, soggetto a continue riconfigurazioni, che la proiettano in un immaginario perennemente ambiguo, pervaso da tensioni negative ma anche segnato da un forte spirito ironico.

La lettera che Mancini Zanchi rivolge ai visitatori chiarisce ulteriormente la postura teorica che attraversa l’intera mostra. Il quadro è definito come uno “specchio magico” che non riflette chi guarda, e conserva la traccia di chi lo ha prodotto; allo stesso tempo, però, è lo sguardo dello spettatore a rimettere in moto l’opera, a farla esistere nel presente: “dietro ogni oggetto, cui ti trovi di fronte, ci sono io, quando vedi un quadro stai guardando uno specchio magico che non riflette la tua immagine ma segna la mia traccia, in questo specchio magico l’immagine è prestabilita, c’è la mia traccia ma ci sei anche tu, con il tuo sguardo a fare vivere le cose. È un gioco di squadra, anche se sono io a dettare le regole, sei tu a giocare, io mi sono già divertito”.

Quadri in fondo è un dispositivo critico attualissimo che interroga il ruolo della pittura oggi come pratica capace di mettere in crisi se stessa, di esporsi all’errore, alla ripetizione, alla trasformazione perenne e restituisce al quadro una funzione attiva e instabile. Così, in tale dinamica, la pratica artistica si sottrae a ogni forma di narrazione univoca e si offre come luogo di infiniti ordinari attraversamenti. Siamo al grado zero e qui il banale è la saturazione del senso, e la pittura, quando lo attraversa, non lo sublima, lo espone come superficie critica in cui l’immagine smette di funzionare e inizia a farla finita.
Davide Mancini Zanchi. QUADRI
Fino al 24 gennaio 2025
A+B Gallery
Corsetto Sant’Agata 22, Brescia



