MILANO | RAFFAELLA CORTESE | 23 SETTEMBRE – 23 DICEMBRE 2026
di GABRIELE CORDÌ
Se dovessimo definire con una parola la mostra personale di Liliana Moro (Milano, 1961) – visibile da Raffaella Cortese (Via Stradella 7-1-4, Milano) fino al 23 dicembre 2026 – potremmo forse usare il termine “meta-politica”. Una dimensione che si trova al di là della politica, là dove si definisce il nostro modo di percepire e stare nella realtà. Un piano che precede la cronaca dei fatti e agisce più sottilmente sulle condizioni che determinano il nostro modo di abitare lo spazio, il tempo e le relazioni. Come spiega Rancière, ciò che percepiamo non è mai neutro: esiste invece un ordine che stabilisce cosa può apparire, essere visto e ascoltato, lasciando ai margini tutto il resto. Ciò che rimane fuori viene percepito soltanto come rumore. È proprio a questo rumore, a ciò che siamo ormai abituati a sentire senza più ascoltare, che Liliana Moro sembra richiamare la nostra attenzione. La mostra intercetta alcune delle tensioni più urgenti del presente: lo sfruttamento del lavoro, la precarietà come condizione permanente dell’esistenza, la fragilità di un sistema economico che sembra continuamente sul punto di frantumarsi. Questioni di cui si parla continuamente ma che, alla fine, rischiano di perdersi nel chiacchiericcio di ogni giorno.

Stare tra le cose, però, non significa necessariamente sentirsi a casa. Quando Heidegger scrive che «l’abitare […] è già sempre un soggiornare presso le cose», pensa all’abitare non semplicemente come all’occupare uno spazio, ma come al modo in cui siamo nel mondo, sempre in rapporto con ciò che ci circonda. Qualcosa di simile si ritrova nell’insegnamento di Luciano Fabro, docente di Liliana Moro all’Accademia di Belle Arti di Brera nella prima metà degli anni Ottanta – Abitare lo spazio è, non a caso, il titolo della mostra a lui dedicata al Pirelli HangarBicocca fino al 21 febbraio 2027 – che invitava gli studenti a «leggere le cose, non i propri pensieri», a guardare ciò che avevano davanti prima di sovrapporgli un’idea. Un modo di procedere che parte dalle cose che abbiamo intorno, le più comuni e ruvide, quelle che conosciamo e crediamo di saper riconoscere, ma che basta guardare una seconda volta perché qualcosa cambi e ciò che appariva familiare cominci a non esserlo più del tutto.
Come spiega l’artista, «Ho scelto la parola Metamorfosi come titolo della mostra perché racconta un cambiamento che sento profondamente legato all’oggi». E aggiunge: «È una visione personale, ma credo che tutti percepiamo questa mutazione… nei rapporti umani, nel lavoro, nei diritti, nel senso di ciò che è giusto e nel rapporto con una politica nella quale è sempre più difficile riconoscersi. Siamo dentro questa trasformazione e ne siamo allo stesso tempo osservatori e testimoni. Io mi sento soprattutto una testimone: nel mio lavoro porto quello che vedo, quello che accade intorno a me, ma anche quello che sento mancare. E oggi mi sembra che manchino soprattutto la cura, l’attenzione verso gli altri, un senso di giustizia. Sono passati ventisei anni dalla fine del secolo scorso, un secolo segnato da guerre, terrorismo e grandi trasformazioni tecnologiche. Poi siamo arrivati fin qui passando per una pandemia che forse, ingenuamente, pensavamo potesse unirci di più dal punto di vista umano e che invece ha reso ancora più evidenti le distanze e le differenze di classe. Quello che vedo oggi è una società più arrabbiata, più povera, più ingiusta, ma soprattutto molto stanca. È una stanchezza che si vede nelle città e nei rapporti tra le persone, che diventano sempre più brevi, sempre più “fast”. C’è una fatica diffusa, perché quando il quotidiano diventa già difficile — lavorare, pagare una casa, riuscire semplicemente a vivere — diventa difficile anche trovare il tempo e l’energia per fermarsi e capire davvero quello che sta succedendo intorno a noi. Forse la “metamorfosi” di cui parlo è proprio questa: qualcosa che sta avvenendo mentre ci siamo dentro e che io stessa sto ancora cercando di capire».

Una metamorfosi che, del resto, inizia già nello sguardo. La prima cosa che si avverte entrando negli spazi della galleria è infatti un cambiamento nella percezione. I tre ambienti sono segnati ciascuno da uno dei colori primari — blu, giallo e rosso — applicati alle vetrate sotto forma di pellicole che filtrano la luce proveniente dall’esterno, modificando l’aspetto dello spazio e il modo in cui le opere si presentano ai nostri occhi. La scelta dei colori sembra riportare la visione ai suoi elementi più semplici, ma è proprio da qui che ciò che vediamo comincia a farsi meno stabile. Passare da uno spazio all’altro produce così un piccolo straniamento. Ogni volta l’occhio deve lasciare una condizione e abituarsi alla successiva, come se ciò che fino a un momento prima sembrava normale dovesse essere guardato di nuovo. «Volevo lavorare sull’architettura e sul rapporto con l’esterno», racconta Moro. «Ho scelto i tre colori primari e mi piaceva molto giocare con la luce filtrata. Le pellicole hanno una colorazione precisa, danno alla luce quasi una pastosità e cambiano l’atmosfera di ogni ambiente. Mi interessava che entrando nello spazio si avvertisse questo cambiamento».
Ma il filtro non riguarda soltanto la luce. «La nostra visione passa continuamente attraverso qualcosa. Oggi poi le immagini ci arrivano dopo essere già passate attraverso moltissimi filtri: magari vediamo la fotografia fatta da qualcun altro, sul telefono, poi quell’immagine viene inoltrata e arriva a noi. Alla fine non sappiamo quasi più attraverso quanti passaggi stiamo guardando una cosa». Da qui l’importanza dell’esperienza fisica dell’opera, del trovarsi concretamente davanti – e dentro – ciò che si guarda. «Lo smartphone è sacrosanto se mi permette di vedere una mostra dall’altra parte del mondo, dove non posso andare. Ma se una mostra è nella città in cui vivi e non vai a vederla perché pensi di averla già vista su Instagram, allora è diverso. Un’opera la devi vedere, bisogna passarci in mezzo. Mi interessa che entrando nello spazio tu debba fare esperienza di quello che c’è, che il corpo trovi una posizione rispetto alle cose».

Al numero 4 di via Stradella, una drammatica luce blu avvolge cinque teste di cane in alluminio, realizzate con la tecnica della fusione a cera persa. Vuote, irregolari e tutte diverse, sono sostenute da cric e si trovano davanti a una distesa di piatti souvenir, infranti. Tra i cocci si riconoscono monumenti, paesaggi e simboli italiani, persino il volto di Maradona, ormai entrato a suo modo tra le figure mitologiche del Paese. «Sono piattini souvenir che di solito appendi al muro, uno a uno. Qui invece sono caduti», racconta Moro. L’opera parte proprio da questa caduta, da qualcosa che si rompe e non regge più. Il titolo richiama altre fratture, dal crack finanziario alla droga: dall’eroina che ha segnato la generazione dell’artista fino al fentanyl di oggi. Ma la perdita di cui parla è più ampia: «In questo momento di metamorfosi ci sono delle perdite indubbie e si spera di non perdere ancora di più, specialmente uno sguardo più umano. Quelli che si chiamavano i valori. Ecco, i piatti rappresentano i valori, la nostra cultura». Mentre l’Italia perde industria, investe sempre meno nella cultura e sembra affidare al turismo una parte crescente del proprio futuro, i piatti infranti raccontano una bellezza fragile e sempre più in pericolo. Davanti a ciò che si è rotto, i cani guardano invece altrove: «Loro appartengono a un mondo animale, naturale, che non ha nessuna voglia di guardarci. Possono guardare fuori, guardano il colore, ma non cercano più un rapporto con noi».

Al numero 1 di via Stradella, invece, la luce gialla accompagna il rumore del mare che proviene da un bouquet di trombe acustiche rosse. Le onde richiamano il fruscio delle rose dei venditori ambulanti, mentre cinque manubri di bicicletta – sostenuti da altrettanti cric da meccanico – alludono al lavoro dei rider. L’opera si intitola Uno, Due, Tre e Sessanta (2026): 3,70 euro, come la paga oraria dei rider che corrono qua e là per le città in bicicletta, consegnando cibo a chi lo ha ordinato comodamente seduto a casa. «È una sala che parla di lavoro. Questi corpi meccanici mi ricordano quelli dei rider. Penso alle loro biciclette, ai sacchetti, allo scotch e ai lacci. Molto spesso non hanno nemmeno una lucina. Tutto quello che usano per proteggersi è a spese loro. A volte per ripararsi dalla pioggia hanno soltanto dei sacchetti di plastica». Ma nella stanza tutto sembra muoversi. «Il mare è comunque un movimento, uno spostamento. Ci porta a viaggiare, a spostarci». Molti dei rider a cui Moro pensa sono migranti: quel mare è allora anche quello che li ha portati fin qui, prima di ritrovarsi a muoversi in bicicletta da una parte all’altra delle città. I manubri diventano quasi corpi, tenuti in piedi da un meccanismo che normalmente serve a sollevare un peso o cambiare una gomma. L’idea di un oggetto che ne sorregge un altro compare già nel lavoro di Moro nel 1991, quando presenta Favilla nella collettiva Una scena emergente. Artisti italiani contemporanei al Centro Pecci di Prato. Alcuni sollevatori idraulici sostengono un corpo leggerissimo di gommaspugna racchiuso in una rete metallica. «Per me non è importante tanto la forma quanto la cosa che userò. Io uso degli oggetti che mi attirano per la loro funzione», spiegava allora. A più di trent’anni di distanza, quella funzione ritorna, ma sembra sostenere il peso di vite sempre più precarie. «Penso a Nomadland, soprattutto al libro di Jessica Bruder. Racconta persone di sessanta, sessantacinque, settant’anni che non riescono più a sostenere le spese di una casa e decidono di vivere in camper o roulotte, spostandosi da una parte all’altra degli Stati Uniti per fare lavori stagionali», racconta l’artista. Il cric diventa allora necessario perché sostiene un mezzo che è insieme veicolo e casa: qualcosa di temporaneo e precario, che può rompersi da un momento all’altro e che bisogna continuamente mantenere. «Quella situazione è americana, certo, ma dobbiamo stare attenti a non diventare così anche noi».

Al numero 7 di via Stradella, infine, la luce rossa accompagna sette giavellotti in alluminio. Realizzati con la tecnica della fusione a staffa, le punte dei giavellotti sono state poi levigate a mano, mentre la corda sull’impugnatura è stata lavorata a cesello. Appoggiati nello spazio, le sculture tagliano la stanza e sembrano indicare direzioni diverse. Da una cassa trolley ritorna il rumore del mare, ma questa volta il suono è più potente. Tutto sembra allora muoversi: le onde, il corpo che prende la rincorsa, il giavellotto nel momento in cui lascia la mano. Del resto, Andante con moto era il titolo della personale di Liliana Moro al PAC di Milano nel 2024, dove il suono occupava lo spazio e metteva in movimento il corpo di chi ascoltava. Nel giavellotto lo scopo è arrivare il più lontano possibile, spostare ogni volta un po’ più in là il punto raggiunto. Basta un centimetro. Forse è proprio qui che Metamorfosi si lascia leggere nella sua interezza. Qualcosa che si è già messo in moto e continua a spostarsi, ma non sappiamo ancora dove arriverà. «Non sono triste, sono una persona che spera sempre, sono positiva, ma ho una visione un po’ buia in questo momento. Però la luce c’è, non è evidente, ma è lì. Non è una mostra che ha un aspetto negativo. È sicuramente una mostra che guarda ciò in cui noi siamo ora», conclude l’artista.

Liliana Moro. Metamorfosi
23 settembre – 23 dicembre 2026
Raffaella Cortese
via Stradella 7-1-4, Milano
Orari: da martedì a sabato 10.00-13.00 e 14.30-19.00
Info: +39 02 2043555
galleria@raffaellacortese.com
www.raffaellacortese.com



