MILANO | Galleria Raffaella Cortese | Fino al 3 settembre 2026
Intervista a GABRIELLE GOLIATH di Eleonora Bianchi
Con Bearing, Gabrielle Goliath torna negli spazi milanesi della Galleria Raffaella Cortese con un nuovo corpus di dipinti e opere su carta che prosegue e al tempo stesso amplia la sua ricerca sulle politiche della rappresentazione, della cura e della sopravvivenza. Il titolo della mostra rimanda a una pluralità di significati: portare, sostenere, reggere un peso, ma anche assumere una postura, un orientamento nei confronti del mondo.
Attraverso oli, acquerelli e pastelli, Goliath pone al centro corpi neri, brown, femme e queer, interrogando quelle condizioni storiche e politiche che ne hanno definito la visibilità, l’esposizione e la vulnerabilità. Le opere costruiscono spazi di intimità che sfuggono alla piena disponibilità dello sguardo e, nel farlo, mettono in discussione alcune delle convenzioni e convinzioni più radicate della cultura visiva occidentale.
In occasione della mostra abbiamo conversato con l’artista sul significato di Bearing, sul diritto all’opacità, sulle politiche dell’intimità e sulle forme di desiderio, tenerezza e resistenza che attraversano il suo lavoro.

“Bearing” suggerisce un atto continuo di sostenere, portare, reggere. Nella mostra, però, il peso sembra emergere meno come una scelta individuale che come una condizione imposta da strutture storiche e politiche. C’è qualcosa che il tuo lavoro si rifiuta di portare? E come si inserisce questa riflessione all’interno della mostra?
In Bearing sto riflettendo su cosa significhi vivere sotto il peso imposto da un mondo strutturato secondo gerarchie razziali e sessuali. Non si tratta tanto di scegliere cosa sostenere o portare, quanto di capire come persone nere, brown, indigene, femme, queer e trans sopravvivano e, in modi diversi, eccedano il peso insostenibile dell’eteropatriarcato bianco. O, più semplicemente, di ciò che chiamiamo Storia o Mondo.
In questo senso, il lavoro non riguarda tanto ciò che mi rifiuto di portare, quanto il lavoro quotidiano del sostenere il rifiuto stesso. Un rifiuto inteso come pratica, come modo di vivere, amare, sperare, sentire e immaginare attraverso strutture che restringono continuamente le possibilità di esistenza, sotto un peso che appare impossibile da sostenere.

Molte immagini nella storia dell’arte sembrano impegnate a tenere insieme le cose. Nelle tue opere, invece, la vicinanza tra i corpi sembra portare con sé una tensione, come se lo stare insieme avesse sempre un costo. Quanto è importante per te rendere visibile quella dimensione?
Assolutamente. Nelle opere c’è un’intimità, una prossimità che attira chi guarda, ma non senza una certa tensione, una certa difficoltà. Sono lavori che ci chiedono di riflettere, e in qualche modo di assumerci la responsabilità, delle politiche dell’intimità, della vicinanza e dell’accessibilità, di quel costo a cui fai riferimento.
Mi interessa quella prossimità complessa e disordinata che nasce dall’essere implicati gli uni negli altri, dal confrontarsi con condizioni differenti di vulnerabilità e di esposizione. Non una vicinanza fondata sull’identificazione totale o sull’illusione di una connessione universale, ma una relazione che riconosce le differenze e le asimmetrie che la attraversano.

I corpi nelle tue opere non sembrano mai completamente disponibili allo sguardo. È importante per te preservare una parte che resti resistente, anche a uno sguardo attento?
Sì, è molto importante. Édouard Glissant parla del “diritto all’opacità” come di una forma di resistenza alla richiesta di totale leggibilità e accessibilità a cui i corpi neri, brown e femminilizzati sono storicamente sottoposti.
In maniera analoga, Rizvanah Bradley riflette sull’immediatezza attribuita alla carne nera femminilizzata, sulla disponibilità quasi automatica dei corpi delle donne nere e di come questi vengono esposti allo sguardo e al contatto.
Per me, il punto è come si abita questa condizione di disponibilità, di esposizione allo sguardo, al tocco, alla conoscenza. È una questione che riguarda poetiche e pratiche, piccoli gesti, modi di stare nelle relazioni e nelle immagini, forme di intervento e di resistenza.
Penso, ad esempio, all’intimità e all’erotismo nero, femme e queer come qualcosa che si dispiega non come fuga in senso stretto, ma come forma di sopravvivenza (e oltre la sopravvivenza stessa) dentro e nonostante le ottiche violente della normatività bianca.
È, credo, questa l’intimità radicale: una prossimità più-che-prossima, un erotismo disobbediente, volitivo e indocile che afferma la propria indisponibilità.

C’è una forte sensazione di tenerezza nella mostra, ma non appare mai del tutto rassicurante. Ti interessa lasciare chi guarda in una posizione di lieve inquietudine rispetto a questa tenerezza?
Credo che ci sia effettivamente una tensione in gioco. Il pubblico è invitato a entrare in uno spazio molto intimo, ma quell’incontro non è pensato per essere semplice o immediato. Non direi che mettere a disagio chi guarda sia una mia intenzione esplicita, piuttosto vorrei incoraggiare una relazione più riflessiva e coinvolta con i corpi e le presenze che attraversano questi dipinti e lavori su carta. Questa attitudine può assumere forme diverse a seconda di chi guarda: per alcune persone può risultare destabilizzante, per altre può essere una forma di riconoscimento o di affermazione radicale.
Se c’è qualcosa che cerco di mettere in discussione, non è lo spettatore in sé, ma una modalità di visione che si fonda su una presunta distanza privilegiata. Mi riferisco a quella posizione di apprezzamento e testimonianza che la tradizione estetica post-illuminista ha storicamente costruito come neutra, ma che è in realtà profondamente segnata da una posizione bianca e maschile. Trovo che sia importante interrogare il modo in cui la fruizione del paesaggio, dell’astrazione e soprattutto del nudo sia stata – e continui in larga parte a essere – separata dalle economie di estrazione, violenza e oggettificazione dei corpi neri, brown e femminilizzati.
Vorrei pensare alle erotiche implicate di Bearing come a un modo per destabilizzare questa figura del “testimone” presunto neutro, questo accesso privilegiato ai corpi prima dell’intimità, della bellezza, della tenerezza e della cura.

C’è una forma di intimità nella mostra che sembra quasi privata, come se non fosse destinata a essere osservata. Cosa accade quando questo tipo di intimità entra in uno spazio pubblico come quello della galleria?
Penso che questa sia una delle provocazioni centrali della mostra, la sua trasgressione, la sua affermazione al tempo stesso tenera e radicale: aprire uno spazio di intimità nera, brown, femme e queer proprio dove questa intimità è stata storicamente considerata non visibile, non dicibile, o addirittura impossibile.
Eppure, eccola lì.

Che tipo di sguardo ti interessa suscitare nello spettatore, e che tipo di risposta speri che il lavoro provochi? Più in generale, cosa vorresti che restasse dopo l’incontro con la mostra?
Non tanto uno sguardo, quanto piuttosto una relazione intrecciata, implicata, intima, di cui parlavo prima. C’è una poetica in questo lavoro – una “radianza oscura”, come l’ho definita – che credo sfugga e superi qualsiasi aspettativa su ciò che l’opera possa o debba fare.
Piuttosto, spero che nell’incontro carico, alchemico ed erotico che queste opere propongono, chi guarda possa trovarsi trasformato, anche in modi difficili da mettere in parole ma che restano nel corpo: una sorta di persistenza, una presenza che continua a esistere, al tempo stesso dono e richiesta.

La tua pratica viene spesso letta attraverso le idee di relazione e comunità, eppure in queste opere emerge anche una forte dimensione di solitudine. Come affronti questa tensione tra le due condizioni senza risolverla?
Il mio lavoro è profondamente relazionale, radicato in una politica radicale femminista nera della cura. Parlo spesso di una “familiarità radicale”, con cui intendo una forma di relazione che non si fonda sulla somiglianza o sulla famiglia, ma sulla differenza e sulla responsabilità reciproca. Detto questo, pur essendo diffidente nei confronti del modello politico dell’“individuo”, inteso come soggetto razionale, titolare di diritti e storicamente associato alla bianchezza e al patriarcato, esiste anche una dimensione di solitudine nel lavoro: una specificità dello sguardo, una direzione precisa, un impegno verso il concetto e la forma. Come artista, devo rispondere al lavoro stesso e muovermi in un mondo abitato da altri, dentro queste implicazioni intrecciate di differenza e responsabilità. Questa navigazione — questo essere coinvolti nel proprio “portare”, nel portare con gli altri e nel portare il mondo — è al centro del progetto. È in questo punto che le categorie politiche di “individuo” e “comunità”, sempre attraversate da dinamiche di razza e genere, si piegano continuamente l’una nell’altra: si co-determinano, ma restano instabili, in movimento, in relazione.
Gabrielle Goliath. Bearing
16 aprile – 3 settembre 2026
Galleria Raffaella Cortese
via Stradella 7-1-4, Milano
Orari: da martedì a sabato 10.00-13.00 e 14.30-19.00
Info: +39 02 2043555
galleria@raffaellacortese.com
www.raffaellacortese.com



