VENEZIA | Chiesa di Sant’Antonin | Fino al 31 luglio 2026
di FRANCESCA DI GIORGIO
Ricordo l’inizio
un sogno antico quanto l’alba
un sogno di destino che faceva pulsare il sangue
la carne
questa terra
un sogno che un tempo eravamo una sola
anima
Soul, di Assotto Saint
Riuniti all’esterno della Chiesa di Sant’Antonin, il 7 maggio scorso, una lettura pubblica: Elegy Reader, una raccolta di oltre 50 poesie provenienti da Palestina, Namibia, Sudafrica, Libano, RDC, Sudan… Oltre 170 artisti, curatori, alleati e amici hanno dato voce e vita ad un’opera collettiva di lutto, solidarietà e cura. Più che un opening un incontro di anime che come ricorre nell’opera del poeta, performer, attivista haitiano Assotto Saint si lega alle radici, alle “case che siamo” e alla musica soul della diaspora afroamericana.
Ad accogliere il pubblico nella Chiesa di Sant’Antonin sono otto schermi verticali, simili a monoliti funerari, disposti a scandire lo spazio della navata. Su di essi scorrono i volti e i corpi delle interpreti, mentre le loro voci si propagano nell’architettura sacra attraverso tre nuove suite performative dedicate, tra gli altri, alla studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, a due antenate Nama e alla poetessa palestinese Heba Abunada. Luce, suono e durata trasformano la chiesa in una camera di risonanza in cui la performance sospende ogni dimensione spettacolare per assumere quella del rito. L’installazione chiede allo spettatore di fermarsi per condividere un momento in cui memoria, ascolto e presenza diventano pratiche di cura.

Elegy, questo il titolo della mostra di Gabrielle Goliath (Kimberley, Sudafrica, 1983) in parallelo alla Biennale Arte di Venezia 2026, è una mostra di cui si è parlato molto prima della sua apertura a causa delle polemiche (una delle tante di questa Biennale in corso) per la cancellazione del progetto dal Padiglione del Sudafrica, motivata dal riferimento alla poetessa palestinese Heba Abunada, uccisa a Gaza nell’ottobre 2023. Ecco che inevitabilmente tutto questo ha trasformato il lavoro di Gabrielle Goliath in un caso politico, riaccendendo il dibattito sui confini della libertà artistica e sulle forme della censura istituzionale. Eppure Elegy, oggi ospitata nella Chiesa di Sant’Antonin come mostra indipendente, resiste a questa riduzione. La sua forza non consiste nella denuncia, ma nella capacità di costruire uno spazio condiviso in cui il lutto possa essere abitato senza essere consumato come spettacolo.

Da oltre dieci anni Goliath sviluppa Elegy come un’opera aperta, capace di trasformarsi attraversando contesti storico-geografici differenti. A Venezia il lavoro intreccia la memoria del femminicidio in Sudafrica, il genocidio degli Ovaherero e dei Nama e la distruzione in corso della vita palestinese a Gaza. L’intento dell’artista non è presentare una somma di tragedie ma, attraverso la coralità delle voci, la durata della performance e la dimensione immersiva dell’installazione, costruire una comunità temporanea fondata sull’ascolto. Il visitatore non è chiamato a osservare la sofferenza, ma a sostenerne il peso insieme agli altri.
Seguendo questa lettura si legge, pur nella differenza di linguaggi e forme, la continuità tra Elegy e Bearing, la personale allestita negli spazi della Galleria Raffaella Cortese a Milano (di cui vi abbiamo parlato qui). Se a Venezia il lutto prende forma attraverso il suono e la presenza collettiva, a Milano la stessa tensione si ritrae nella dimensione intima del disegno e della pittura. Il verbo inglese to bear racchiude una costellazione di significati – portare, sostenere, sopportare, testimoniare – che diventa la chiave dell’intera ricerca dell’artista.

Le figure di Bearing sono corpi neri, brown, femme e queer in cui la storia del nudo occidentale viene evocata da posture, cromie e atmosfere che appartengono alla tradizione pittorica europea, ma vengono attraversate da soggettività che quella stessa tradizione ha sistematicamente escluso. Il corpo diventa così luogo di relazione prima ancora che di rappresentazione, spazio in cui desiderio, erotismo e cura si sottraggono alle logiche della marginalizzazione.
La distanza tra le due mostre è innanzitutto una questione di scala. Alla monumentalità rituale di Elegy corrisponde il silenzio raccolto di Bearing ma ciò che ricerca Goliath resta sempre come una comunità riesca a esistere dentro la violenza attraverso diverse forme di resistenza. Così il coro performativo di Venezia trasforma la voce in un gesto di riparazione collettiva e i corpi dipinti a Milano sembrano sostenersi reciprocamente.
Tra Venezia e Milano prende così forma un unico progetto artistico, declinato secondo registri differenti. Da una parte la voce, dall’altra il corpo; da una parte il rito collettivo, dall’altra l’intimità dell’immagine. In entrambi i casi, tuttavia, l’elegia non coincide con il compianto. Diventa una pratica di relazione, un esercizio di presenza e una forma di resistenza che, questa volta non solca i canali ufficiali della Biennale come era accaduto per la “prima volta” dell’artista a Venezia con Personal Accounts (2024): l’installazione video e sonora presentata all’interno del Nucleo Contemporaneo nel Padiglione Centrale ai Giardini nella Biennale Arte curata da Adriano Pedrosa, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere. Sì, siamo tutti stranieri ma non sulla stessa barca.
Come in un viaggio in divenire, Elegy si sposterà da Venezia a Londra, inaugurando presso Ibraaz nell’ottobre 2026, prima di proseguire verso ICA Milano nel gennaio 2027.

Gabrielle Goliath. Elegy
Fino al 31 luglio 2026
Chiesa di Sant’Antonin
Salizada S. Antonin, Castello, 3477, Venezia
Orari: martedì-domenica, 10.00-18.00
Info: www.elegyinvenice.com



