Veduta dello studio di Enrico Minguzzi

#TheVisit. Enrico Minguzzi: l’ambiguità della forma

BAGNACAVALLO (RA) ǀ NELLO STUDIO DI ENRICO MINGUZZI

di MATTIA LAPPERIER

Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.

Per Enrico Minguzzi lo studio non è soltanto un luogo di lavoro: è un organismo vivo, che cresce e muta insieme alle sue opere, riflettendo l’ambiguità che attraversa tutta la sua ricerca. Dal 2019 esso ha trovato collocazione stabile in un ampio spazio ricavato da un ex magazzino, ristrutturato dall’artista stesso in base alle proprie necessità. Minguzzi ha eretto una parete mobile dietro la quale ha ricavato un archivio, mantenendo la grande porta vetrata e le finestre da capannone industriale, così da garantirsi una diffusa illuminazione naturale durante tutte le ore diurne. Questa preziosa caratteristica non solo permette di sfruttare ogni postazione di lavoro disponibile ma offre anche il vantaggio di verificare la resa dei dipinti, nell’ambito di differenti condizioni di luce.

Veduta dello studio di Enrico Minguzzi

Attraverso la sua stessa esperienza Minguzzi ha appurato quanto spazio, tecnica e linguaggio vadano di pari12 passo. Al mutare dell’ambiente di lavoro, si sono dischiuse per lui ulteriori opportunità, ha sperimentato tecniche nuove e, di conseguenza, ha avuto modo di riscontrare significative ricadute sull’aspetto finale dei dipinti. Rispetto allo spazio ridotto in cui viveva e lavorava in precedenza, in quello attuale non solo può misurarsi con formati considerevoli, ma ha anche facoltà di utilizzare materiali potenzialmente dannosi per la salute, come la resina epossidica, il cui impiego gli era precluso dalla scarsa aerazione del vecchio studio.

Particolare dello studio di Enrico Minguzzi

Proprio la plastificazione della tela attraverso l’uso della resina è un passaggio di fondamentale importanza poiché il pittore, a lavoro quasi ultimato, è solito procedere per graffiature, al fine di recuperare il colore del fondo, così da ottenere quei suggestivi effetti di illuminazione interna che contraddistinguono le sue composizioni. Se la stesura della resina avviene in orizzontale, Minguzzi, una volta montata la tela, lavora esclusivamente a cavalletto, anche su più opere contemporaneamente, così da ottimizzare i lunghi tempi di asciugatura dell’olio. In studio dispone di tre cavalletti di dimensioni diverse; il più piccolo, a lui particolarmente caro, gli fu regalato quando – appena diciassettenne – era agli esordi della sua futura carriera artistica.

Particolare dello studio di Enrico Minguzzi

Tra i quadri appesi alle pareti, quelli ancora in fase di lavorazione e le sculture, saltano all’occhio molti esemplari di pietre, minerali, spugne, coralli e fossili disseminati nello spazio. Tali reperti naturali si integrano perfettamente nel contesto dello studio, al punto da costituire quasi un pendant visivo delle opere di Minguzzi. Queste ultime, frutto di un lento processo di stratificazione, assumono forme ambigue, tra l’organico e l’inorganico, tra il naturale e l’artificiale. Sono composizioni ibride, minuziosamente delineate nella loro struttura formale, cui si contrappone uno sfondo solo sommariamente tracciato. Sospese, eteree ed evanescenti, appaiono come ammassi materici che fluttuano nello spazio metafisico della pittura, quasi mettendone in discussione il linguaggio. Osservando tali lavori, si coglie una netta dicotomia tra una figurazione sostanzialmente astratta – seppur con espliciti rimandi fitomorfi e zoomorfi – e una tecnica pittorica caratterizzata dalla cura per il dettaglio e la predilezione per una visione nitida, che rivela una vaga ascendenza fiamminga.

Enrico Minguzzi, Talisman, 2025, olio, foglia d’oro e resina epossidica su tela, 150×200 cm, courtesy Gallery Rosenfeld

Minguzzi non si avvale di riferimenti tratti dal mondo reale, né di bozzetti preparatori: attingendo direttamente alla propria immaginazione, i suoi dipinti paiono germogliare da sé. Un’opera può influenzare l’esecuzione di quella successiva. Persino le tavolozze di colore – di per sé stratificazioni cromatiche esito di un accumulo lento e progressivo – talvolta diventano sfondi per nuovi dipinti, concepiti, come i precedenti, a partire da un irrazionale impulso inventivo. Non è affatto azzardato affermare che Minguzzi riversi stati d’animo puri sulla tela. La sua è infatti una pratica artistica dichiaratamente anti-concettuale che manifesta la spiccata propensione a esprimere una vibrante componente emotiva.

Enrico Minguzzi, Candido, 2025, olio su tela, 80×60 cm, courtesy Gallery Rosenfeld

È singolare constatare che l’artista abbia iniziato a collezionare pietre e fossili, dopo aver affrontato il genere della natura morta, durante il periodo segnato dalla pandemia da Covid-19. In precedenza si era misurato con un paesaggio interpretato in chiave post-human, dalle atmosfere acide e una decisa linea dell’orizzonte che attraversava lo spazio pittorico, fendendolo in due porzioni distinte. Le mutate condizioni circostanziali gli hanno suggerito il ripiegamento per un genere più intimistico, la natura morta appunto. Nel tempo, ha poi eliminato l’iconico elemento di base – un vassoio o un piatto – posto al di sotto della figurazione, per esplorare una concezione spaziale più fluida e libera. La raccolta di “stranezze naturali” riverbera nella pittura di Minguzzi e ne suggestiona, per lo più inconsciamente, la produzione scultorea, realizzata sfruttando le proprietà materiche di sostanze inconsuete come la schiuma poliuretanica, le resine e le spugne.

Particolare dello studio di Enrico Minguzzi

Esaminando l’aspetto dello studio, risulta evidente il nesso tra concrezioni minerali e agglomerati scultorei o pittorici. È l’artista stesso a enfatizzare tale affascinante continuità visiva con l’allestimento di una vetrinetta contenente fossili, coproliti, minerali artificiali, cui sono liberamente accostate delle sculture vere e proprie, contigue a tali curiosità per struttura e dimensioni. Pertanto, quell’ambiguità formale cui si è fatto cenno riguardo alla pittura travalica la bidimensionalità dei dipinti, si espande nell’ambito dello studio e induce persino a interrogarsi sulla natura di ciò che sta osservando. Anche per questo motivo, la visita nello studio di Enrico Minguzzi, oltre a offrire un approfondimento sui tempi, le tecniche, i materiali e le scelte formali adottate dall’artista, assume la valenza di un’autentica esperienza sensoriale, sospesa tra realtà e artificialità, purezza e ibridazione.

Ritratto di Enrico Minguzzi

Enrico Minguzzi (Cotignola, Ravenna, 1981), dopo il diploma conseguito presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna si trasferisce a Milano dove, nel 2008, tiene la sua prima mostra personale Liqueforme, presso lo Studio d’Arte Cannaviello. Da allora i suoi lavori sono stati esposti in mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Tra le personali si segnalano: Isaura presso JSP Art Gallery di Praga (2024); Flos presso Altro Mondo Contemporary Art di Manila nelle Filippine (2023); Animali da fiore presso la Pinacoteca San Francesco di San Marino (2023); La piena dellocchio presso lEx convento di San Francesco di Bagnacavallo, a cura di Saverio Verini (2022). Tra le collettive: States of becoming alla galleria Rosenfeld di Londra (2025); Jianghu: the discrete center, presso ZIAN Gallery ad Hangzhou in Cina (2024); Preparing for darkness Vol.8 al Museo Kampa di Praga; EX 5 alla Pinacoteca Nazionale Bologna, a cura di Carmen Lorenzetti (2023); Senza Figura presso la galleria Monitor, a cura di Nicola Samorì (2021). Ha realizzato progetti site-specific e residenze presso Areacreativa42 (2019) e Museo Civico Luigi Varoli (2020), dove ha avuto origine il nuovo ciclo della natura morta”. Dopo aver ricevuto premi e menzioni speciali, tra cui Premio DAMS, a cura di Renato Barilli, e Premio Nazionale delle Arti, nel 2022 ha vinto il terzo premio del Premio Artistico Fondazione VAF e le sue opere sono entrate a far parte della Collezione VAF Stiftung. Nel 2023 si è aggiudicato il premio Fondazione Coppola per il Premio Icona di Art Verona. Dal 2014, parallelamente al suo lavoro artistico, è membro fondatore del collettivo MAGMA, in cui sviluppa progetti che uniscono arti visive, ricerca musicale e indagine territoriale. enricominguzzi.com

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