TORINO | MAO Museo d’Arte Orientale | 22 ottobre 2025 – 28 giugno 2026
di FRANCESCA DI GIORGIO
C’è un punto, nelle installazioni di Chiharu Shiota (Osaka, 1972 – residente a Berlino dal 1999), in cui l’oggetto smette di essere mero residuo materiale e si trasforma in una sorta di testimone silenzioso, un corpo che ha perso il suo corpo. La valigia sfondata, la scarpa consunta, il mazzo di chiavi che oscilla come un grappolo di storie sospese: tutto si colloca in quella strana soglia tra assenza e ricordo dove, come suggerisce l’artista, «si può ancora percepire la presenza» di chi non c’è più. È su questo crinale che si muove The Soul Trembles, al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino, nella prima tappa italiana della grande retrospettiva curata da Mami Kataoka e Davide Quadrio, nata da un lungo itinerario espositivo internazionale e da una stagione biografica segnata dalla malattia. Una circostanza che ha riacceso, con urgenza rinnovata, l’indagine dell’artista sull’impermanenza e sulla fragilità come condizioni condivise.
L’artista, dopo l’opening dell’ottobre scorso, tornerà sabato 29 novembre al Museo, per una conversazione, introdotta dal direttore del MAO Davide Quadrio, con la curatrice della mostra Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum e con Enrico Ferraris, curatore del Museo Egizio.
Nel mentre a Milano ha da poco inaugurato al MUDEC, The Moment the Snow Melts, installazione site-specific che anticipa la mostra Il senso della neve (da febbraio 2026).

Shiota, cresciuta artisticamente tra Osaka, Amburgo e Berlino e formata sotto l’ascetica severità performativa di Marina Abramovic e tra le macchine fragili di Rebecca Horn, coltiva da sempre una pratica che non cerca lo shock fisico, ma la forma etica della scomparsa. Le sue opere riempiono lo spazio in modo quasi compulsivo, eppure è proprio nella sottrazione, nel vuoto che pulsa al centro della trama, che si gioca il senso ultimo delle sue installazioni.
Gesti come raccogliere scarpe accompagnate da micro-memorie private o accumulare chiavi donate da sconosciuti diventano veri e propri dispositivi relazionali. In un progetto emblematico come The Key in the Hand, presentato alla Biennale di Venezia nel 2015 due vecchie barche di legno erano ricoperte da un intricato groviglio di fili rossi, sospese in aria e collegate da 180.000 chiavi che pendevano dal soffitto, a rappresentare un indistinto groviglio di destini, una costellazione di vite (una veduta di quell’installazione per il Padiglione Giappone le è valsa la cover del numero #89 di Espoarte).

Per questo al MAO le valigie, i ricami, i disegni realizzati ad hoc (che sembrano mappare un’interiorità invisibile) e soprattutto quella costellazione di fili rossi e neri non chiedono una lettura semplicemente estetica. Il rosso, come racconta l’artista, è il sangue che lega genealogie, affetti, appartenenze. È una linea visibile che dichiara il processo stesso della memoria. Il nero, invece, si apre all’astratto, al cosmico, al notturno: è lo spazio del possibile.
Se il filo è un “dipingere nell’aria”, come afferma Shiota, allora questa mostra rappresenta il ritorno alla linea come gesto vitale. Dopo anni di distanza dal disegno, il contatto con la malattia riattiva un tratto immediato. Disegnare diventa una pratica di sopravvivenza, un modo per riconfigurare la propria immagine interiore in un momento di vulnerabilità.

Il percorso espositivo torinese, con le sue ventisette opere, conferma quanto il lavoro di Shiota sia un’arte del legame amplificato dall’incontro con un museo dedicato alle arti asiatiche. Il MAO non rappresenta solo un contesto espositivo: è un vero detonatore di senso. Shiota lo riconosce apertamente, quando afferma che attraversare il MAO le ha permesso di capire qualcosa «di più» su se stessa.
A ribadire che la mostra torinese non replica un formato consolidato ci sono le opere site-specific che sembrano dialogare con il silenzio delle collezioni permanenti più che con la loro materialità. Si respira tra le sale quel famoso dialogo tra passato e presente (spesso ricercato senza esiti positivi in tanta museologia contemporanea) tra cultura giapponese e contesto europeo, tra esperienza personale e collettiva. Ecco, che la pratica di annodare fili materializza concetti astratti ma con cui ci confrontiamo quotidianamente: radici, migrazioni, memoria e distacco.

Le scenografiche pile di valigie, la miriade di scarpe consumate, le migliaia di chiavi anonime o le barche sospese non invitano però ad alcuna lettura politica ma attendono lo spettatore all’incontro con se stesso. Anche questa è la forza di un lavoro dalla lettura aperta e dalle interpretazioni mutevoli.
Anche tutti gli altri oggetti che costruiscono le sue opere come abiti, sedie, letti… Non hanno nulla a che fare con i ready-made occidentali, perché al centro di tutto resta sempre la sua biografia. Chiharu Shiota usa oggetti vecchi perché custodiscono tracce, perché sono ponti verso vite che non ci sono più. Ed è forse anche per questo fondamentale aspetto della sua poetica che le sue opere non hanno bisogno di grandi spiegazioni: si attraversano come si attraversa un ricordo.
Il tremore a cui fa riferimento il titolo della mostra è così un chiaro riferimento alla risonanza emotiva di ogni immagine che persiste nel tempo. Nella certezza che ogni oggetto è una storia. Ogni filo, un vincolo. Ogni vuoto, un passaggio.

Chiharu Shiota. The Soul Trembles
a cura di Mami Kataoka e Davide Quadrio
con Anna Musini e Francesca Filisetti, assistenti curatrici
Mostra organizzata dal MAO Museo d’Arte Orientale in collaborazione con il Mori Art Museum di
Tokyo
22 ottobre 2025 – 28 giugno 2026
MAO Museo d’Arte Orientale
Via san Domenico 11, Torino
Orari: martedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica: 10.00-18.00; giovedì: 12.00-22.00. Questo orario è valido fino al 29 gennaio 2026. Lunedì
chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima.
Info: +39 011 443 6932
https://www.maotorino.it/



