MILANO | Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture | Dal 16 settembre 2026
Intervista a Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture di Ilaria Artemisia Introzzi
Riaperto nello storico atelier milanese di Piero Portaluppi in via Morozzo della Rocca 5, Studio Portaluppi nasce come laboratorio transdisciplinare dedicato all’architettura, alla cultura materiale e alla pratica del fare. Il progetto, promosso da Filippo Taidelli Architecture e affidato alla direzione curatoriale di Julia Koropoulos, trasforma un luogo carico di memoria (lo studio, completato dall’architetto Piero Portaluppi nel 1939 e ospitato nell’edificio razionalista di Via Morozzo della Rocca 5 a Milano, ndr) in uno spazio vivo, aperto alla ricerca, all’incontro e alla sperimentazione contemporanea. Le domande intendono aprire un dialogo con Studio Portaluppi come luogo in cui l’eredità di Piero Portaluppi non viene semplicemente conservata, ma rimessa in movimento attraverso il progetto, la curatela e una rinnovata fiducia nella capacità dell’architettura di generare relazioni, benessere e immaginazione.
Julia Koropoulos, il programma culturale inaugurale s’intitola C’est l’heure de bien faire, “È il momento di fare bene”. Quale significato assume oggi questa espressione all’interno di uno spazio che tiene insieme artigianalità, ricerca applicata, memoria sensoriale e responsabilità etica del progetto?
Prima di tutto devo dire che il programma culturale nasce durante il lungo percorso di restauro e ristrutturazione dello Studio, che ho seguito insieme a mio marito Filippo Taidelli, pronipote di Piero Portaluppi. È stato davvero un progetto a quattro mani. Ma direi che, oltre alle nostre, c’erano anche quelle del suo antenato, che ha lasciato qui una sorta di collage di indizi, tracce, materiali e residui di memoria. E poi le mani di tante altre persone – artigiani, restauratori, falegnami, appassionati – che hanno partecipato a questo processo e lasciato, a loro volta, una traccia. Studio Portaluppi emerge da questa esperienza come laboratorio di ricerca transdisciplinare dedicato a riconnettere l’architettura con la cultura del fare, attraverso il rapporto diretto con i materiali, le persone e l’immaginazione. Una cultura del progetto intesa come processo generativo: progettare è anche “gettare in avanti”, immaginare ciò che ancora non c’è. Il punto di partenza della mia ricerca, oltre alla conoscenza profonda – direi intima − del lavoro di Filippo, è stato quindi lo spazio stesso e il processo di restauro e ristrutturazione. L’involucro storico e gli interventi contemporanei di Filippo sono diventati per me una sorta di bussola. Mi interessava capire come far vivere oggi questo ambiente, utilizzando come guida alcuni temi che appartengono alla ricerca di Filippo − l’immaginazione, la memoria sensoriale, la bellezza terapeutica − ma facendo emergere anche una tensione con la storia e con ciò che questo luogo porta con sé. C’era un dialogo tra due architetti, Filippo Taidelli e il “maestro” Piero Portaluppi, con approcci molto diversi; due parenti, pronipote e bisnonno; ma soprattutto due persone e due tempi, appartenenti a momenti storici e sistemi di valori profondamente diversi. Mi interessava lavorare proprio all’interno di questa distanza e tensione temporale, trovando però un filo capace di metterli in relazione. È un ambiente del modernismo italiano in cui la mano di Portaluppi si percepisce ovunque. Come spesso accade nelle sue architetture, appare ancora radicalmente contemporaneo e, allo stesso tempo, mantiene un legame fortissimo con il passato, in particolare con l’antichità classica romana − naturalmente all’interno del preciso contesto storico e culturale del Ventennio. Lo vediamo nella monumentalità e nei materiali: dal Rosso Levanto al travertino, pietre preziose con una storia che risale ai tempi degli Etruschi. Lo vediamo nella collezione di Portaluppi di reperti classici nel giardino. Nell’atrio, una stampa con un ingrandimento del De architectura di Vitruvio porta ancora oggi un messaggio molto attuale: la necessità di una formazione transdisciplinare dell’architetto. Anche Portaluppi dialogava con il passato. C’est l’heure de bien faire nasce anche da qui. La frase, che appare nella Gnomonica Atellana di Portaluppi, racchiude un’idea del tempo − un tempo arrivato, che può essere letto quasi come un imperativo − ma anche un doppio significato: fare bene, nel senso della cura e della cultura del fare, ma anche fare del bene, introducendo una dimensione etica.

Nel concept curatoriale, Studio Portaluppi non è pensato come un mausoleo dell’eredità dell’architetto, ma come un luogo continuamente riattivato dall’incontro tra architettura, storia e ricerca. Quali criteri guideranno la scelta di mostre, workshop, conversazioni, concerti e installazioni site-specific nei prossimi anni?
La volontà di Studio Portaluppi è proprio quella di creare relazioni tra discipline, arti e forme di conoscenza diverse, esplorando la cultura del fare e riunendo persone. In questo senso, lo spazio non è un luogo che ospita: è qualcosa con cui entrare in relazione. Anche l’intervento di Filippo nasce da questa prospettiva: non si sovrappone semplicemente allo spazio esistente, ma dialoga con esso e con la sua storia in modo quasi impercettibile, introducendo allo stesso tempo temi legati al retrofit e alla trasformazione dell’esistente. I nostri primi interventi nascono proprio da questo rapporto con lo spazio.

Il restauro dello studio di Portaluppi evita sia la filologia conservativa sia l’esibizionismo formale, scegliendo un pragmatismo capace di rispettare le finiture d’epoca e insieme adattarle a nuovi usi. Quali sono state le decisioni più delicate nel bilanciare tutela, trasformazione e funzionalità contemporanea?
Mi interessa che qui si confrontino persone, conoscenze, discipline e forme del fare diverse. Lo spazio può essere considerato una materia prima proprio perché i primi interventi del programma nascono direttamente da esso. Non abbiamo cercato dei contenuti da inserire in un contenitore. C’è forse, in questo approccio, anche una dimensione fenomenologica: l’idea che uno spazio non si conosca soltanto attraverso lo sguardo, ma attraverso il corpo e l’esperienza sensoriale. Il suono, il tatto, la materia, la temperatura e il movimento diventano modi diversi di leggere l’ambiente costruito e anche la sua storia. Credo che ogni spazio venga trasformato dalle persone e dalle relazioni che lo abitano. Studio Portaluppi nasce come laboratorio di ricerca transdisciplinare e mi interessa pensarlo non come qualcosa di definitivamente compiuto, ma come uno spazio che continuerà a costruire la propria identità attraverso gli incontri, le pratiche, le conoscenze e le persone che passeranno da qui. Mi piace, in questo senso, tornare anche alla parola studio, dal latino studium: applicazione, dedizione, desiderio di conoscere, ricerca. Prima ancora di definire un luogo fisico, lo studio indica quindi un’attitudine, una pratica. Sono poi le persone a fare dello spazio uno studio.

Uno dei temi ricorrenti del progetto è la dissolvenza del confine tra interno ed esterno, visibile nella nuova apertura a bilico verso il cortile e nel giardino come estensione naturale degli ambienti di lavoro. Che ruolo ha questa relazione con il verde nella nuova identità di Studio Portaluppi?
Il gesto di Filippo trasforma l’austerità dello spazio: la nuova grande apertura e la permeabilità verso il giardino, verso il nuovo verde “spontaneo” che prima non esisteva. L’apertura è una decisione architettonica molto coraggiosa che fa da cornice a un nuovo sguardo verso una statua antica di Minerva (posizionata da Portaluppi), dea associata alle arti, all’ingegno e al fare, ma anche verso una sorta di oasi. Il sistema di illuminazione di Filippo riprende la forma decorativa della losanga portaluppiana e, allo stesso tempo, la trasforma in un linguaggio geometrico e funzionale. E ancora, la riscoperta e rifunzionalizzazione di uno spazio dimenticato: il bunker. Questa condizione di apertura, adattabilità e rilettura della storia riflette la filosofia più ampia di Studio Portaluppi: non un monumento chiuso all’eredità architettonica, ma un ambiente proiettato verso il futuro, orientato a nuove forme di incontro collettivo e di pratica contemporanea.

Il bunker sotterraneo, riscoperto e rifunzionalizzato, è forse uno degli spazi più carichi di memoria emotiva dell’intero progetto. Come può un luogo nato per proteggere dalla distruzione trasformarsi oggi in uno spazio dedicato all’ascolto, all’esperienza collettiva e all’immaginazione di futuri più responsabili?
Hearing/Ascolto – Si passa dal cortile, rinato attraverso il restauro e il progetto del verde, a questo spazio sotterraneo, freddo, carico di una tensione molto forte. Ero qui con la musicista Elena Lasala, con cui sto collaborando al concerto, e ci siamo dette entrambe: qui ci vuole una musica capace di vibrare in quello spazio. In questa ricerca mi interessavano figure che, pur appartenendo profondamente al proprio tempo, ne avevano messo in discussione linguaggi e convenzioni. Olivier Messiaen è diventato per me una figura ponte. Messiaen non era soltanto compositore e pianista: era anche organista, ornitologo e profondamente legato alla spiritualità cattolica. Il suo linguaggio musicale attraversa discipline e sistemi di conoscenza diversi, incorporando il canto degli uccelli, la spiritualità, sistemi ritmici complessi e una ricerca armonica radicale. Aveva una conoscenza straordinaria del canto degli uccelli, che studiava e trascriveva direttamente dalla natura. In una delle sue biografie si racconta che, durante la guerra, si offrisse per i turni di guardia notturni fino all’alba, proprio per poter ascoltare e studiare il canto degli uccelli. Viene catturato nel 1940 e imprigionato nello Stalag VIII-A. In questa condizione di estrema violenza prende forma il Quatuor pour la fin du temps. Il contesto della creazione del Quatuor pour la fin du temps è per me una storia straordinaria non soltanto della forza dell’immaginazione, ma anche dello spirito e della determinazione creativa. Il Quatuor pour la fin du temps viene eseguito integralmente per la prima volta nello Stalag VIII-A il 15 gennaio 1941, con i musicisti e gli strumenti che Messiaen aveva a disposizione, in condizioni durissime. Il titolo, ispirato all’Apocalisse secondo Giovanni, contiene già questa idea: la “fine del tempo” diventa anche eternità. Nel Quatuor Messiaen sperimenta anche con strutture ritmiche palindrome − i cosiddetti “ritmi non retrogradabili” − che rimangono identici se percorsi in entrambe le direzioni. Anche qui ritorna una sovversione del tempo. Nel bunker porteremo solo due movimenti della composizione: il terzo, Abîme des oiseaux (Abisso degli uccelli) per clarinetto solo, e il quinto, Louange à l’Éternité de Jésus (Lode all’eternità di Gesù) per violoncello e pianoforte. Dall’abisso all’eternità, un loop. La performance nel bunker è stata accompagnata da una conversazione nello Studio storico dedicata al linguaggio visionario di Messiaen. Vedo Ascolto come un’opportunità per entrare nel mondo di una figura in cui musica, natura e sacro si intrecciano con un immaginario e una forza creativa potentissimi. Non soltanto una performance, quindi, ma un momento per approfondire il fare di un compositore straordinario.

La sala riunioni conserva il pavimento di marmi policromi composto da oltre 400 elementi, originariamente concepito da Portaluppi come un catalogo materico per i clienti. In che modo questa superficie, fatta di geografie, cave, storie e materiali oggi in parte non più disponibili, diventa il punto di partenza per una riflessione contemporanea sulla cultura materiale?
Touch/Tatto – E poi ci sono le mani… Le mani degli artigiani e dei restauratori con cui abbiamo lavorato, e le persone che hanno condiviso con noi un patrimonio di conoscenze sui materiali e sul loro saper fare. Il pavimento della sala riunioni è composto da oltre quattrocento elementi di marmo. Si racconta che Portaluppi lo utilizzasse come una sorta di materioteca per mostrare ai clienti le diverse pietre. Ma in realtà questa superficie è una Wunderkammer, una litoteca incredibile. Il progetto di archivio e catalogazione è stato sviluppato insieme a Francesco Marsotto, esperto di marmi e proveniente da una famiglia con una lunghissima tradizione nel settore. Attraverso questa ricerca siamo riusciti a identificare e mappare praticamente tutte le pietre presenti nel pavimento. Il pavimento può essere letto contemporaneamente come litoteca, mappa geologica, documento storico e paesaggio creativo. La sua bellezza è riemersa anche grazie al prezioso e lunghissimo lavoro di restauro, che ho avuto il piacere di seguire da vicino. Praticamente ogni pietra è stata lavorata in modo diverso: porosità, venature, superfici e colori richiedevano una conoscenza specifica della materia. Mi ricordo che a un certo punto ho chiesto all’artigiano come facesse a capire quale fosse la pressione giusta durante la levigazione. Mi ha risposto semplicemente: “Ho la mano”. Quell’immagine − la mano che sa, la mano che fa − mi è rimasta impressa. La ricerca sarà presentata attraverso un progetto grafico e testuale in cui la cartografia non è intesa soltanto come individuazione geografica dei territori di origine, ma come un modo per attraversare luoghi e tempi diversi e costruire una geografia dell’immaginario. Una seconda parte di questa esplorazione sarà dedicata al restauro del pavimento, ma anche alla sua creazione e alla tecnica dell’intarsio: alle mani, alla tecnica e al sapere necessario per costruire una superficie come questa.


Julia Koropoulos è una storica dell’arte, formatasi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con un particolare interesse per la storiografia critica, gli studi decoloniali e la relazione tra la cultura visuale e materiale, l’architettura e le strutture di potere. Dopo oltre dieci anni di esperienza in gallerie d’arte contemporanea e nell’editoria, a Milano e a Parigi, ha sviluppato progetti in ambito commerciale, imprenditoriale e no-profit.
Filippo Taidelli è architetto, ricercatore e docente, attivo a Milano. Il suo lavoro esplora le relazioni tra le persone, la tecnologia e l’ambiente costruito, con un’attenzione particolare all’architettura per la cura, all’adaptive reuse, alle strategie della progettazione sostenibile e all’esperienza sensoriale dello spazio. La sua attività si fonda sull’idea che l’architettura non debba solo rispondere a sfide tecniche e ambientali, ma anche promuovere il benessere, risvegliare la memoria sensoriale e creare forme significative d’incontro. Nel 2005 ha fondato Filippo Taidelli Architecture (FTA), uno studio interdisciplinare di architettura e design con sede a Milano. Alla sua attività professionale, Taidelli affianca un costante impegno nella ricerca e nella didattica. Ha insegnato al Politecnico di Milano, al POLI.design, all’Istituto Europeo di Design di Torino e alla Tsinghua University di Pechino, partecipando ai dibattiti in corso sull’architettura sostenibile, l’innovazione nell’ambito della cura e il ruolo dell’architettura nel dare forma all’esperienza umana.
Studio Portaluppi & Filippo Taidelli Architecture
Via Morozzo della Rocca 5, Milano



