MILANO | Building Terzo Piano | 10 settembre – 10 ottobre 2026
di VANESSA VILLA
Reggere tra le mani quanto si manifesta, in modo meravigliosamente fugace, nel tempo d’un fiato. Rincorrere l’imprendibile, in una sfida che ha il sapore dell’assurdo: acchiappare arcobaleni, farne propri i cromatici umori cangianti. È un viaggio all’inseguimento di questi fenomeni ottici atmosferici al centro di Chasing Rainbows, mostra personale di Chiara Gambirasio (Bergamo, 1996) a cura di Giulia Bortoluzzi a Milano, presso gli spazi di BUILDING TERZO PIANO.
Il nucleo del progetto espositivo è costituito da una serie di nuove produzioni, nate a seguito di una residenza artistica trascorsa a Herusið, nel nord dell’Islanda, dove il candore della neve sa essere accecante e imponenti montagne si stagliano su distese laviche. Protagonista: il colore. Gambirasio lo studia con dedizione, indagando le relazioni che intrattiene incessantemente con lo spazio e con il tempo, la luce e la materia. Dalle tonalità variabili del paesaggio a quelle più personali delle profondità emotive, Chasing Rainbows traduce la ricerca dell’artista, imperniata sull’analisi di fenomeni atmosferici e teorie cromatiche, in un percorso che è la messa in forma del tentativo di acciuffare l’iridescenza stupefacente, tutta stille di luce e di vapor acqueo, di arcobaleni provvisoriamente sospesi nell’aria. Questa l’impresa: catturare e restituire un mostrarsi in dissolvenza, l’impermanenza di un miracolo.

Lo spazio espositivo è scandito da direttrici invisibili ma percepibili, propagazioni di energie cromatiche che sembrano essere emanate dai pieni e dai vuoti, dalle superfici, dalle forme e dai profili di sculture, disegni, dipinti e stampe fotografiche. “Archi” di colore tesi da qui a là, che saturano le distanze e orientano i passi da un’opera all’altra. Queste si trasformano in risposta al variare non solo del punto di vista del soggetto osservante, ma anche delle condizioni ambientali. La loro è una fisionomia transitoria, perché sensibili alle alterazioni di calore e di illuminazione. L’instabilità cromatica che le qualifica si coglie nella durata, che conseguentemente si afferma come una dimensione essenziale all’interno della mostra, con un’incidenza determinante sull’esperienza di chi ne percorre gli spazi. Il colore agisce trasformativamente, la materia rileva e comunica ogni cambiamento e chi attraversa Chasing Rainbows metamorfosa insieme alle opere, anche interiormente. Percezioni, azioni e reazioni, modi di sentire resi mediante il colore. Le impressioni si moltiplicano e si rifrangono, evaporano e cristallizzano, si liquefanno come ghiaccio al sole.
Piovuto dal cielo, un arcobaleno circolare simile a uno spettro di Brocken, si mostra su un terreno innevato. È una traccia evanescente, votata alla sparizione: la fotografia Ammiraggio (28.01.2024) (2024) ne testimonia il fragile apparire, raccontando l’impossibilità di operare una cesura netta dei legami tra opera, ambiente e durata. Nei Rovesci (2023), stampe fotografiche su alluminio spazzolato, la superficie riflettente del supporto amplifica la capacità del colore di variare a seconda dell’incidenza della luce, in modi che differiscono anche in funzione della posizione occupata da chi transita nello spazio.

Pigmenti termocromici e fotocromici, mescolati al gesso ceramico, danno forma a ciascuno dei quattordici elementi triangolari e modulari che compongono le Mappe termocromiche (2026). Ordinatamente adagiati sul pavimento, ricostruiscono un paesaggio solcato da chiazze multicolore: sono carte meteorologiche che diagnosticano lo stato di temperatura dell’ambiente circostante. Dall’alto di un luogo visto a sorvolo, lo sguardo precipita. Con lui anche un brandello di cielo, che pare insinuarsi nelle due opere scultoree intitolate Tronco di cielo (2026). Tra il ceppo mozzato e la calotta glaciale in discioglimento, sono forme dai bordi frastagliati e dalle superfici granulose. L’albero si radica nel firmamento e il fusto è cemento leggero, mentre la corteccia, ruvida scorza tinta con pigmenti minerali, veste le sfumature di un orizzonte contemplato all’alba, al meriggio e sul far della sera. Il colore si propaga da un punto all’altro e da un momento all’altro, dai volumi vaporosi delle nubi ai contorni irregolari di crateri vulcanici.

Riposa a terra Nuvola matrice (2026): involucro di un frammento di cumulonembo che, grazie ai pigmenti fotocromici presenti sulla sua massa, dialoga con la luce. Fanno da contrappunto le pendici screziate di Vulcanino lunare (2026), modellate con un impasto suscettibile agli sbalzi termici. Una camera magmatica deserta, un tronco scavato e il calco di una nube: il colore soggiorna nella forma del vuoto, rendendola sensibile. Dopo aver assunto fattezze che ricordano quelle di un cerchio cromatico, un’altra formazione nuvolosa si libra su una parete. Si tratta di Nimbo (2023), un’aureola che sprigiona armonie e cromie palpitanti, costituita da diciassette triangoli di gesso marmorino disposti in circolo attorno a un centro lasciato vuoto. Di nuovo affidato alla voce della materia e alle sue intonazioni, il racconto delle qualità termiche dell’aria prende vita nelle sette Cristallizzazioni (2026) che aleggiano sul fondo bianco della parete. Modellate in ferro ricoperto da strati di gesso levigato, appaiono come segni variopinti che sembrano perpetuare la memoria delle geometrie volatili e irripetibili dei fiocchi di neve.
Infine, da una prima stanza chiara e luminosa, ci si muove verso una seconda, più raccolta e buia. Completano il percorso alcune opere provenienti dalle serie Winter Drawings (2024-2025) e Meteopathetic Paintings (2026). Disposti a muro secondo una linea dall’andamento arcuato, a suggerire il saliscendi di catene montuose o la “U” capovolta di un arcobaleno, sono dipinti e disegni di piccole dimensioni, che restituiscono visivamente il reciproco influenzarsi di clima, paesaggio e stati d’animo, in un viaggio che è anche introspettivo.

Concretizzazioni leggere di gesti e di processi, le opere danno consistenza all’immateriale, presentano l’azione del sentire, ne alterano le condizioni. Ognuna porta con sé la presenza dell’artista: “vibrazioni cromatiche nel vuoto e del vuoto”. Con queste parole Gambirasio descrive la Kenoscromìa, neologismo da lei coniato per indicare un modello teorico-percettivo, una pratica quotidiana e una disciplina che guida la sua ricerca.
Reattiva e ricettiva, in costante interazione con il contesto in cui si trova, la materia colorata impiegata dall’artista fa sì che i lavori non siano oggetti stabili e immutabili, ma eventi conoscibili parzialmente, in un tempo-spazio dilatato. Quello della cangianza è un mutare peculiare che, qui, diventa grandezza fisica: il colore assimila il tempo e viceversa, facendo delle opere sedimentazioni precarie di sistemi dinamici. È in virtù della sua natura inafferrabile che il cangiante riesce a cogliere qualcosa dell’intimità del reale: manifesta un cambiamento che avviene simultaneamente al trascorrere dello sguardo. Così, in Chasing Rainbows, l’occhio scivola nello spazio fissandosi su niente e raccogliendo tutto, continuamente inseguendo la temporaneità di un arcobaleno e sempre afferrando un divenire.

Chiara Gambirasio. Chasing Rainbows
a cura di Giulia Bortoluzzi
10 settembre – 10 ottobre 2026
BUILDING TERZO PIANO
via Monte di Pietà 23, Milano
Info: +39 02 89094995
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