Corpi sul palco® 2024

Corpi sul palco: fragilità, incontro, sopravvivenza

MILANO | Teatro fACTORy32 | 13 dicembre 2025

Intervista a ANDREA CONTIN di Eleonora Bianchi

Il 13 dicembre 2025 il Teatro fACTORy32 di Milano ospita la sesta edizione di Corpi sul palco®, progetto curato da Andrea Contin che porta le pratiche performative delle arti visive dentro il teatro, trasformandolo in uno spazio vivo di relazione e vulnerabilità condivise. Sul palco si alternano artiste e artisti – Luisa Cassandra Bruni, LETIA – Letizia Cariello, Carola De Marchi ed Eugenia Ingegno, Zehra Doğan, Julia Krahn, Il Circo Rurale di Rikyboy, Carmen Schabracq, Stefano Tolusso, Luca Valli e il duo VENERDISABATO – distanti per generazione, provenienza geografica e postura, ma uniti dalla stessa urgenza: interrogare il corpo come materia, testimonianza e strumento critico.
Dentro questo contesto prende forma un’indagine più ampia sul senso di costruire oggi spazi indipendenti, aperti e non addomesticati, in un sistema culturale sempre più rigido e normativo.
Questa intervista nasce da lì: dal bisogno di capire come si costruisce, oggi, un luogo indipendente in un ecosistema culturale che non accetta fragilità. Come si protegge la fragilità senza estetizzarla. Come si genera comunità senza cadere nella deriva autoreferenziale. E, soprattutto, cosa significa mettere il corpo nello spazio, quando le ferite del mondo e quelle delle persone tornano a sovrapporsi senza tregua.
Quello che segue non è un dialogo sul teatro o sulla performance, ma sulla sopravvivenza. Sulla possibilità di restare umani mentre tutto intorno implode. Sulla scelta ostinata di esserci.

Rikyboy

Come gestisci, da curatore, un progetto che rifiuta la logica curatoriale classica? È davvero orizzontalità o esiste comunque un tuo “gesto curatoriale” implicito che tiene insieme le parti?
Lo gestisco da artista, senza nessun gesto curatoriale. Una delle caratteristiche fondamentali di Corpi sul palco è proprio l’assenza di un curatore, e il mio gesto – certamente necessario a tenere insieme le parti – è un gesto pienamente artistico. Corpi sul palco è, di fatto, una mia opera in relazione, che si apre come contenitore di opere altrui attraverso il mio ruolo di presentatore. È questo che permette l’orizzontalità vera: l’essere tra pari che collaborano alla riuscita di un momento circoscritto e intensissimo, mettendoci tutti in gioco allo stesso modo, condividendo rischi e successi.

In un contesto storico in cui il trauma è ovunque, come eviti che la fragilità diventi un’estetica di superficie? Cosa, secondo te, distingue una performance davvero necessaria da una che semplicemente “mette il corpo” in scena?
Credo che l’unico parametro utile e sano sia scegliere l’artista e non la performance, che spesso scopro praticamente a ridosso della serata. Lo sguardo, l’incontro e l’attenzione reciproca sono le variabili che mi fanno scegliere chi invitare, per poi cercare di prendermi cura delle esigenze pratiche e psicologiche di chi verrà ad abitare il mio – il nostro – spazio.
Forse, per tornare alla domanda precedente, l’unico aspetto in cui posso definirmi “curatore”, a detta di chi è passato nelle edizioni precedenti, è nell’etimologia originaria del termine: colui che si prende cura, che ha la responsabilità di qualcosa o qualcuno. Credo sia questo il modo in cui evito che la fragilità diventi un’estetica di superficie. Provando a prendermene cura.

Zehra Doğan Photocredit OKNO STUDIO

Cosa chiedi ai corpi che salgono sul palco?
Di esserci. In presenza o in assenza, in azione o in immobilità, con clamore o in silenzio. Ma di esserci, nel senso più pieno del termine.

Come si costruisce davvero una comunità performativa senza cadere nell’autoreferenzialità da micro-scena? C’è un rischio di chiusura, oppure la rassegna riesce a rimanere porosa all’esterno?
Ci sono dei presupposti etici, in Corpi sul palco, che permettono alla rassegna di non snaturarsi. Non è un evento commerciale, non nasce dal bisogno di visibilità, non è una vetrina di lancio per nessuno. È un luogo intimo, condiviso, libero, in cui sentirsi pienamente di fronte al proprio lavoro, al proprio agire, senza orpelli e senza aspettative, ma con tutta la tensione che inevitabilmente provoca un palcoscenico, luogo opposto al conformismo espositivo a cui siamo abituati nel mondo dell’arte.
La porosità è quella che nasce dall’empatia reciproca, dal vivere un’esperienza – per artisti e pubblico – perfettamente situata nel qui e ora: un grumo di energie che concorrono a rendere ogni serata di Corpi sul palco un momento sospeso, autonomo, condiviso pienamente.

I nomi coinvolti sono estremamente diversi per linguaggio, età, provenienza. Qual è il criterio reale che fa scattare l’invito? Cerchi contrasti, risonanze, o semplicemente chi senti affine alla tua idea di corpo come dispositivo critico?
Ho cominciato questa avventura, nel 2019, allungando il braccio per bussare alla spalla di chi mi stava attorno, amici, conoscenze, colleghi di una vita. E così, pur allungando un po’ di più il gesto, continuo a fare.
Le affinità e le assonanze ci sono, così come le idiosincrasie e le dissonanze, senza che queste diventino un parametro di scelta o di esclusione. Quest’anno, ad esempio, avremo due artiste internazionali, Zehra Doğan e Carmen Schabracq, con cui sono entrato in contatto per questioni giornalistiche – come successe lo scorso anno con la meravigliosa Tomaso Binga – e, affascinato dal loro lavoro, le ho invitate a partecipare.
Lo stesso vale per i giovanissimi di ogni edizione: lascio che sia la loro attitudine, il loro modo di sentire, a farmi pensare che un passaggio sul nostro palcoscenico possa diventare un momento di crescita importante. Questa cosa mi è stata confermata anche da artisti di altissimo livello che, dopo aver partecipato, mi hanno ringraziato per averli fatti sentire ancora, per una volta, “giovani artisti”: liberi dai pensieri “adulti” che spesso tolgono freschezza alla ricerca.
Ecco, direi che Corpi sul palco ha il potere di rendere tutte e tutti dei giovani artisti, con il pubblico in sala come unico dispositivo critico.

VENERDISABATO

Come leggi tu, da curatore-performer, il non detto? È una strategia o un limite strutturale della performance? Cosa può dire un corpo che la lingua non sa più pronunciare?
Il corpo sa tutto, come scriveva Banana Yoshimoto parlando del dolore. Mentre la parola è mendace per sua stessa costituzione, e anche nelle comunicazioni più banali è per lo più il corpo a parlare.
Minacciare con il pugno chiuso il mento dell’altro mentre si urla “Ti amo” è un ossimoro comunicativo in cui il gesto annulla la parola. Ma se quello stesso gesto fosse una performance, quanto avrebbe da dire sulla complessa realtà dell’amore e del gioco di potere, del bisogno e dell’abbandono, del dolore e della solitudine?
Il non detto dice tutto ciò che il detto non sa dire.
Ed è questa la forza della performance.

La residenza sembra pensata come laboratorio di ricerca e come “comunità intensiva”. Che cosa emerge dal lavoro itinerante che non potrebbe emergere in un luogo fisso? E come si collegano queste esperienze con la rassegna principale?
Dal lavoro itinerante nasce un laboratorio fluido in cui gli artisti si relazionano non solo tra loro e con la scena, ma anche con il territorio che li ospita, assorbendone le energie e restituendole in uno scambio simbolico, sotto forma di dono reciproco.
È successo in Val Camonica, dove il paesaggio naturale, le fucine dei fabbri di Bienno e i graffiti dei nostri antenati ancestrali sono stati parte integrante della prima edizione della residenza, che si è conclusa con un itinerario per le vie del borgo di grande intensità e partecipazione. Poi a Calasetta, sul mare del Sud Sardegna, tra i Fenici, i liguri del tabarchino antico e i piemontesi del Risorgimento, tra la bellezza del paesaggio e gli scempi ambientali che ci hanno coinvolti e a cui abbiamo risposto con azioni, opere permanenti, dibattiti accesi. E ancora di più nell’edizione di quest’anno a Sottomarina di Chioggia, località balneare generica e popolare, gestita in modo del tutto clandestino con incursioni degli artisti tra la sabbia, il mare e l’incuriosita tolleranza degli ignari bagnanti.
Questo porta Corpi 2.0® a Corpi sul palco®: la trasformazione dei luoghi in palcoscenici, che del teatro mantengono quell’intimità simbolica e quella libertà che rendono il progetto qualcosa di diverso da una semplice rassegna e lo trasformano in un attivatore di energie, relazioni e crescita.

Carola Demarchi e Eugenia Ingegno

In un sistema dell’arte sempre più istituzionalizzato, cosa significa davvero essere indipendenti? È una scelta politica, economica, o semplicemente l’unico modo per mantenere una certa libertà di contenuti?
Essere indipendenti significa rimetterci del proprio, in tempo, energie e denaro. Ma soprattutto significa non mettersi in confronto o in competizione con gli altri, semmai in relazione, agendo nel proprio spazio e nel proprio tempo come un dispositivo virtuoso che, se tutto va bene, si diffonde con l’inconsapevolezza del guano d’uccello farcito di semi fertili.
Quindi sì, è una scelta politica nel senso più vero e nobile della parola, per cui ogni azione, ogni gesto muove un minuscolo elemento di un sistema complesso, potenzialmente sovvertendolo.

Quando i corpi entrano in scena, portano sempre una ferita. Secondo te, qual è la ferita che quest’anno non può più rimanere fuori dal teatro?
Credo che le macro-ferite del nostro tempo si sovrappongano nettamente alle nostre ferite esistenziali, come non succedeva da molto.
Il dolore per il genocidio del popolo palestinese, ad esempio, che ancora continua negli atti e nelle intenzioni, mi ha provocato un turbine di sentimenti tra la disperazione e la rabbia. Ho pianto. Non ho dormito. Ho manifestato, discusso e provato, nel mio piccolo, a tenere alta l’attenzione.
Ma quel massacro – così come tutti gli altri in corso – ha la sostanza dell’ingiustizia e della sopraffazione, dell’impotenza e della resilienza in senso assoluto. Che sia geopolitica o che richiami alle proprie ferite interiori, credo che questa assonanza dissonante sarà ciò che le artiste e gli artisti di Corpi sul palco non potranno non portare con sé a teatro quest’anno.

Si parla della necessità dell’incontro: che tipo di incontro può nascere tra artisti e pubblico in un tempo in cui tutti temono di esporsi davvero?
L’incontro che avviene a Corpi sul palco non è pianificato ma osservato nel suo accadere. È l’incontro dell’intimità di cui parlavo prima: l’idea che condividere un momento – una bolla di energia che passa come una scarica tra tutte le persone presenti – possa essere un momento di elevazione.
Per tutte e tutti, indistintamente, perché dentro al teatro si trasforma il tempo e lo spazio, con il sentimento comune a legarne l’impasto.
A Corpi sul palco non ci si espone: ci si rintana per caricarsi, si condividono buio e silenzio, energia e azione, per portare, poi, fuori con sé quella carica di empatia quando le luci si riaccendono e ognuno torna alla propria realtà.

Andrea Contin, Corpi sul Palco 2024, ph. Simone Falso

Corpi sul palco®
rassegna curata da Andrea Contin
prodotta da Teatro Linguaggicreativi

Artisti: Luisa Cassandra Bruni, LETIA-Letizia Cariello, Carola De Marchi ed Eugenia Ingegno, Zehra Doğan, Julia Krahn, Il Circo Rurale di Rikyboy, Carmen Schabracq, Stefano Tolusso, Luca Valli e il duo VENERDISABATO

Sabato 13 dicembre 2025 ore 19.30

c/o Teatro fACTORy32
Via Giacomo Watt 32, Milano

Ingresso € 13.00

Info e prenotazioni: +39 327 4325900
biglietteria@linguaggicreativi.it
linguaggicreativi.it

 

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