FORTEZZA (BZ) | Forte di Fortezza | Fino all’8 novembre 2026
Intervista a ANDREA LERDA di Eleonora Bianchi
Non starò a rimarcare quel contrasto sempre curioso e vagamente magico che si crea nell’inserire opere d’arte contemporanea in un luogo atipico, già fortemente caratterizzato dalla propria storia centenaria. Mostre a cui siamo ormai abituati, cortocircuiti che non fanno più neanche troppo effetto, tanto siamo avvezzi a vedere l’arte appropriarsi di luoghi storici, industriali, militari, religiosi. Sembrerebbe, da un incipit del genere, che la mostra sia annoverabile nella categoria fin troppo folta del “niente di speciale o rivoluzionario”.
Ebbene, la rivoluzione sta invece nella pluralità di voci di artisti locali, che costituiscono una parte significativa del progetto, capaci di espatriare, in qualche forma, da quella tendenza alla chiusura identitaria che ha storicamente caratterizzato il territorio dell’Alto Adige. Gli artisti, infatti, lavorano pur mantenendo salde certe tradizioni e modalità, con uno sguardo ben più ampio, che si espande al di là dei confini geografici e culturali del territorio. Una mostra internazionale, dunque, capace di dare respiro globale a un contesto che, per storia, natura e convinzioni ancora presenti, porta con sé una complessa relazione con il tema del confine.
Andrea Lerda, Hannes Egger, Veronika Vascotto e gli artisti coinvolti parlano di togetherness, di empatia, passaggi, confronti e incontri, piuttosto che di chiusura e protezione del sé. In Reclaiming Collective il contrasto vero, allora, si genera tra un luogo nato come dispositivo di protezione militare e quell’apertura che dalle opere emerge, quella volontà di ragionare in altro modo, di immaginare forme di relazione che non abbiano nella separazione il proprio punto di partenza.
Il Forte di Fortezza, costruito per difendere e delimitare, diventa così il luogo da cui interrogare la possibilità di stare insieme. Non più soltanto un contenitore per l’arte contemporanea, dunque, ma uno spazio in cui mettere alla prova l’idea stessa di comunità: attraverso il gioco e la riflessione, la partecipazione e la danza, l’ascolto e l’azione. Una chiamata a essere, in qualche modo, cittadini del mondo.
Di questo, e della possibilità concreta di costruire un “altro mondo” che secondo i curatori non è soltanto possibile, ma esiste già. Ne abbiamo parlato con Andrea Lerda, curatore della mostra insieme a Hannes Egger e Veronika Vascotto, a partire dal luogo che ospita il progetto, dalle comunità che lo attraversano e dalla domanda, tutt’altro che marginale, su cosa significhi oggi costruire qualcosa insieme

Il progetto si confronta con il concetto di collettività all’interno di un’architettura nata per definire confini, esercitare controllo e garantire la difesa. In che modo la storia e la natura del Forte di Fortezza hanno orientato la costruzione della narrazione curatoriale?
Esattamente. Costruito tra il 1833 e il 1838 dall’Impero d’Austria come opera difensiva, il Forte non è mai stato utilizzato in combattimento. La funzione per la quale era stato concepito non è mai stata pienamente espressa. Con la sua imponenza e la sua estetica rigida e severa, è un luogo molto potente, tanto sotto il profilo architettonico quanto sotto quello simbolico. Incarna, a suo modo, ciò che la biennale prova a scardinare attraverso una visione programmatica: la tendenza alla disconnessione interpersonale, all’esclusione e all’alienazione della società odierna.
Non è un caso che nell’opera di Dan Perjovschi, realizzata site specific all’ingresso del percorso espositivo e composta da un racconto visivo di scritte e disegni con cui l’artista sintetizza paradossi e minacce del tempo multicrisi nel quale viviamo, compaia la frase: «Il mondo è in fiamme e voi vi state barricando in una fortezza?».
In linea con la pratica di Perjovschi, il messaggio è una provocazione che evidenzia le complessità che scaturiscono dalla relazione tra contenuto e contenitore. Al tempo stesso, offre l’opportunità di mettere al centro le tante contraddizioni che caratterizzano il presente e con cui la biennale prova a confrontarsi. Senza voler competere con questo luogo storico, senza avere l’ambizione di riscriverne l’identità, abbiamo provato a utilizzare il Forte come catalizzatore di energie e di incontri, sia simbolici sia reali: un luogo dove chiamare a raccolta persone, pubblici e comunità.

Reclaiming Collective suggerisce la necessità di recuperare qualcosa di smarrito. Quale idea di collettività vi sembra oggi particolarmente urgente ripensare o ricostruire?
Reclaiming Collective è una forma di risposta alle urgenze del presente: dall’intensificarsi dei conflitti al diffondersi degli autoritarismi, dall’emergenza climatica alla crisi dei diritti umani, dalle opportunità del digitale alla deflagrazione delle relazioni interpersonali − afferma che un altro mondo non solo è possibile, ma esiste già. Ripensare noi stessi come creature che sono parte di una sola comunità globale, fondata sulla relazione pacifica tra umani e sulla coesistenza simbiotica con tutto ciò che è altro dall’umano, è l’unica strada per la sopravvivenza.
Il progetto muove dalla consapevolezza che le montagne − nonostante le difficoltà che abitare questi luoghi ancora oggi comporta − hanno storicamente favorito la dimensione dell’incontro, della condivisione e della socialità, alimentando quelle sensazioni di togetherness, appartenenza e solidarietà che le società urbano-industriali hanno smarrito. Viviamo un presente iperconnesso, fatto di abitanti digitali, nel quale utilitarismo e individualismo producono esclusione e competizione; dove velocità e iper-stimolazione generano deresponsabilizzazione, disconnessione sul piano interpersonale e una generale noncuranza dello stato di salute del nostro Pianeta.
Reclaiming Collective guarda a scenari possibili che emergono da visioni artistiche e da pratiche concrete: le comunità che co-partecipano alla pratica di Marinella Senatore, protagoniste di un esercizio di empowerment che libera il potenziale dei singoli e della collettività; la sguardo “tecnosciamanico” di Josèfa Ntjam, che forza l’utopia di un nuovo ordine comunitario emancipato, libero e non egemonico. Inoltre, l’approccio partecipativo di Museo Wunderkammer, che nei mesi precedenti la biennale ha coinvolto la cittadinanza di Fortezza in un esercizio di consapevolezza e di toponomastica collettiva, focalizzato su due elementi geografici artificiali del territorio da nominare: il bacino della diga del 1940, noto come “lago”, e la collina formata dai detriti dello scavo del tunnel del Brennero.
Più strutturata è invece l’esperienza delle comunità che aderiscono al network Alpine Changemaker Network, per le quali il cambiamento non costituisce un traguardo remoto, ma una pratica collettiva e continua, reale e quotidiana, orientata alla cura e al sostegno delle condizioni di vita di tutte le forme di esistenza, umane e non umane.
Questi sono solo alcuni esempi di come le opere esposte mettono al centro comunità reali, immaginarie e utopiche, con una forte attitudine a proporre esperienze, sguardi e opportunità reali e tangibili di cambiamento.
In generale, la biennale vuole sottolineare come insieme abbiamo un grande potere, ma dobbiamo combattere contro l’alienazione interpersonale, la paura, l’indifferenza, l’insensibilità, la noncuranza, il patriarcato, la solitudine, il senso di rassegnazione.

In mostra affermate che “un altro mondo non solo è possibile, ma esiste già”. Si tratta di una prospettiva che guarda al presente o di un esercizio di immaginazione politica rivolto al futuro? E dove vedi questo altro mondo?
No, non si tratta di immaginare o di pensare per utopie, piuttosto, di ragionare su esempi concreti, lasciandosi guidare da un concetto più tangibile di utopia realizzabile. Un movimento di contrasto effettivo ai paradigmi contemporanei, che sta provando a costruire un altro mondo, con un altro tipo di regole, una maggiore condivisione e partecipazione, una sensibilità più marcata al tema della sostenibilità e del rispetto della casa comune, esiste già. I territori montani, pur nella complessità, sono oggi protagonisti di un movimento di ritorno e di restanza. Sono numerosi i giovani e meno giovani che sentono il bisogno di tornare, di restare, o di scegliere la montagna come luogo nel quale poter trovare un’alternativa a un presente complesso, alla vita urbana o alle dinamiche del turbocapitalismo.
Una delle sezioni attraverso le quali si sviluppa Reclaiming Collective si intitola ACT ed è dedicata al racconto di una serie di comunità diffuse nel territorio alpino transfrontaliero e raccolte nel network Alpine Changemaker Network. Distribuite in diversi territori montani, le organizzazioni che ne fanno parte sviluppano metodologie, spazi e infrastrutture che operano come contesti di sperimentazione per vivere e lavorare in tempi di crisi. Attraverso il riutilizzo di edifici abbandonati, il recupero di saperi tradizionali, la costruzione di comunità resilienti e l’esplorazione di economie alternative, promuovono pratiche sperimentali, situate e profondamente radicate nei territori in cui operano. Nel loro insieme, tali esperienze danno vita a laboratori viventi che ispirano processi di adattamento e co-creazione del cambiamento in contesti, settori e scale differenti.
È interessante la modalità attraverso cui opera Alpine Changemaker Network, mettendo in campo competenze artistiche, culturali, scientifiche e di impegno civico per immaginare e coltivare nuove modalità di relazione con il mondo in cui viviamo, promuovendo la collaborazione tra i propri membri e sostenendo la diffusione pubblica delle loro pratiche attraverso assemblee annuali concepite come spazi di apprendimento tra pari, la co-creazione di nuovi strumenti e metodologie insieme a partner interdisciplinari, e l’avvio di una summer school rivolta alle nuove generazioni di changemaker. In questo modo, la rete contribuisce a portare il margine al centro dell’attenzione evidenziando il potenziale innovativo delle regioni rurali. Il cambiamento non costituisce un traguardo remoto, ma una pratica collettiva e continua, orientata alla cura e al sostegno delle condizioni di vita di tutte le forme di esistenza, umane e non umane.

La mostra propone una riflessione sulla comunanza attraverso quattro sezioni: Think, Play, Dance e Act. Perché avete scelto di articolare il progetto attraverso delle azioni piuttosto che attraverso categorie concettuali o tematiche?
La scelta è stata dettata dal desiderio di dare un ritmo specifico al percorso, in dialogo con le caratteristiche architettoniche del forte. Credo che le categorie concettuali siano proprio le quattro sezioni. Dopo la prima, THINK, maggiormente teorica, la biennale mette al centro il concetto del “fare” e del “fare insieme”. Questa dimensione pratica nasce dalla consapevolezza che nel momento in cui si trova l’umanità, è necessario adottare delle azioni concrete che possano cambiare lo stato di fatto delle cose. Il messaggio che accoglie il visitatore nella sezione PLAY è chiaro: come per molte abilità umane, anche la capacità di coesistere necessita di essere allenata. Dare forma a una società fondata su cooperazione, armonia e sostenibilità – e non più su dinamiche di competitività, lotta, indifferenza, potere – richiede un costante esercizio di ascolto, incontro e accoglienza del diverso.
PLAY è gioco, alleanza ed energia collettiva. L’arte si fa pratica pedagogica e attività di mediazione, per creare appartenenza e condivisione. Invitiamo il pubblico a interagire in maniera corretta e sensibile con i lavori esposti, nel rispetto degli altri e della delicatezza delle opere.
Le opere di sette artistə, selezionate per la natura specificamente partecipativa, attivano il loro significato grazie alla relazione con il pubblico e tra le persone. Installazioni nelle quali immergersi, per ripensare l’alleanza e la riconnessione con il mondo naturale, o con cui interagire, per riscoprire sentimenti come equilibrio, sorellanza e solidarietà. Lavori sonori interattivi, concepiti come interfaccia dinamici per vibrare insieme, per essere parte di una comunità, o come strumenti scultorei da musicare. E ancora, oggetti che esprimono i loro significati e valori solo se indossati o animati in gruppo, così come display narrativi aperti, nati da pratiche partecipate di toponomastica sul territorio.
Questa dimensione si ritrova anche nella sezione DANCE: qui sono la musica e il ballo – quattro differenti comunità musicali dell’Alto Adige – a essere portavoce di un concetto di “insiemanza”. DANCE ricorda come ballando si attiva una pratica relazionale: i corpi entrano in rapporto, gli affetti circolano, emergono significati e si articolano scambi di idee. Il movimento diventa un dispositivo attraverso cui si producono forme di esperienza condivisa. L’invito è a lasciarsi coinvolgere, ad ascoltare, a provare gioia e a muoversi insieme. L’esperienza è un invito ad abbandonarsi alla libertà del ballo e al flusso delle musiche. L’opportunità per lasciare entrare nella propria sfera intima altre sensazioni e per un incontro con l’ignoto e il diverso.

La Biennale si sviluppa in un territorio come l’Alto Adige, caratterizzato da una storia complessa e da una pluralità di appartenenze linguistiche e culturali. In che modo questo contesto ha influenzato la vostra riflessione sul concetto di collettività?
Il territorio del Trentino Alto Adige/Südtirol rivela il suo carattere quando lo si vive da vicino, nella quotidianità, oltre i circuiti turistici, dove il bello non è un puro concetto di marketing. Nella realtà questi luoghi sono tutt’altro che standardizzati: un complesso di culture, lingue e tradizioni; una mescolanza di sensibilità, visioni e desideri. Ascoltare le comunità che lo abitano, osservarne le dinamiche e i processi, rivela una tensione costante tra forze vitali e complessità. Dalla pluralità e dalla coesistenza di generi, che storicamente hanno caratterizzato e definito il tessuto socio-culturale di queste terre transfrontaliere, nasce un’attitudine a guardare con coraggio verso il futuro.
Il concetto di pluralità è certamente quello che ha guidato la costruzione della narrazione espositiva, in stretto dialogo con il territorio e le sue caratteristiche. Reclaiming Collective è allo stesso tempo un’occasione per mettere in evidenza come la coesistenza tra culture non è mai un processo semplice, va nutrita, compresa, agevolata e interrogata.

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il dialogo tra ricerca artistica e scienze sociali. Che cosa emerge quando queste due forme di conoscenza si incontrano? Esistono punti di convergenza ma anche zone di attrito?
Non ho mai percepito zone di attrito in questo dialogo. Abbiamo fortemente voluto, fin dal principio, la collaborazione con Eurac Research. Il lavoro è stato impostato come un confronto che potesse portare a una doppia narrazione espositiva: da un lato quella artistica, per certi versi più teorica e speculativa, dall’altro quella affidata a ricerche applicate, al lavoro sul campo e all’osservazione dei temi di mostra attraverso una lente maggiormente pragmatica.
La sinergia tra il mondo dell’arte e quello della scienza rappresenta uno strumento potentissimo per coinvolgere le persone, amplificare i messaggi, renderli maggiormente accessibili: due binari che possono co-creare quelle utopie realizzabili di cui parlavo prima.

Molti dei temi affrontati dalla Biennale, dalla crisi climatica ai diritti umani, sono ormai centrali nel dibattito culturale contemporaneo. Quale prospettiva specifica può offrire l’arte su questioni che vengono già analizzate dalla politica, dall’informazione e dalla ricerca scientifica?
L’arte e la ricerca scientifica hanno a mio avviso la capacità di toccare maggiormente le corde emotive delle persone, cosa che la politica spesso non riesce a fare, se non smuovendo paure, tensioni e, peggio ancora, sentimenti d’odio. Inoltre, hanno il potere di riposizionare il concetto di “bellezza” e di guidare l’immaginario verso possibilità inedite e creative per superare le complessità. Le visioni di artiste e artisti, le prospettive delle ricercatrici e dei ricercatori spingono l’immaginario verso un oltre possibile e desiderabile. Un altrove che può e deve essere meglio del presente. L’arte, in particolare, insegna a fare esercizio di creatività, a non lasciarsi anestetizzare e immobilizzare dai limiti.

Comunità, partecipazione ed empatia sono parole che negli ultimi anni sono tornate a farsi spazio nel dibattito artistico e curatoriale. Quali possibilità, ma anche quali criticità, avete incontrato nel confrontarvi con concetti così presenti e al tempo stesso così sfuggenti? E cosa aggiunge “Reclaiming Collective” al discorso?
È una domanda che penso sarebbe interessante rivolgere a chi ha visitato la biennale e a tuttə coloro che sono statə coinvoltə nelle attività che hanno accompagnato e che stanno prendendo forma durante il periodo di mostra. Penso che Reclaiming Collective abbia dato il proprio contributo maggiormente significativo in quell’esercizio che va oltre lo sforzo di comprendere il significato delle opere, per vivere una biennale come un’esperienza da co-creare e da trasferire nella quotidianità. Lavorare su temi così complessi non è certo facile, richiederebbe la possibilità di attivare processi molto più profondi, che si scontrano con le caratteristiche insite un evento come una biennale.
Il nostro è stato un esercizio imperfetto che ha deciso di confrontarsi con più ambiti e comunità, provando a lasciare emergere la forza, l’energia, le criticità e le opportunità che derivano dal fare insieme una biennale.
Reclaiming Collective. FORT biennale 02
a cura di Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronika Vascotto
Artisti: Bea Bonafini, Barbara Gamper, Hannes Egger, Michael Fliri, Ingrid Hora, Rosmarie Lukasser, Rebecca Moccia, Museo Wunderkammer, Josèfa Ntjam, Dan Perjovschi, Micaela Piñero, Micol Roubini, Marinella Senatore, Karin Schmuck, Tobias Tavella, Flaminia Veronesi, Maël Veisse, Maria Walcher, Mali Weil.
14 giugno – 8 novembre 2026
Festung Franzensfeste / Forte di Fortezza
Via Brennero, Fortezza (BZ)
Orari: da martedì a domenica: 10-18
Info: www.franzensfeste.info



