VENEZIA | BIENNALE ARTE 2026 – 61. Esposizione Internazionale d’Arte | 9 maggio – 22 novembre 2026
di ANTONELLO TOLVE
La 61. Esposizione Internazionale d’Arte che ogni due anni rende Venezia un invidiatissimo palcoscenico di dibattito planetario, è, da qualche giorno, e precisamente da quando le news del 25 febbraio scorso hanno presentato al pubblico il nucleo di artisti selezionati per disegnare il padiglione centrale, teatro d’un nuovo turbamento (d’uno sconcerto e anche d’uno smarrimento) causato dall’assoluta e inaspettata assenza di artisti italiani. Tra i 111 partecipanti “provenienti da contesti geografici differenti” non è menzionato infatti nessun nome che echeggi alla lontana l’Εσπερία, la terra del tramonto. Certo, sappiamo tutti benissimo che il progetto di Koyo Kouoh è mancante e incompleto perché dopo la sua nomina a direttore artistico della 61. Biennale di Venezia è tristemente passata a miglior vita, ma se mancante e incompleto allora anche inevitabilmente incompiuto, meravigliosamente imperfetto o potenzialmente difettoso, lasciato, se vogliamo, a un inevitabile stadio embrionale. Tuttavia, seppure possa sembrare a primo acchito una mancanza inconsolabile, magari per alcuni mancanza di stile o di etichetta (quando un curatore è invitato a delineare un progetto in un determinato paese, quello che fa è documentarsi sulla scena culturale del territorio ospitante), l’assenza di artisti italiani nel palinsesto lanciato dalla Biennale veneziana, esprime, oggi, non tanto la personale presa di posizione di Koyo Kouoh, quanto piuttosto la via seguita dal suo team curatoriale – Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor), Siddhartha Mitter (editor-in-chief), Rory Tsapayi (research assistant) – che, a quanto pare, ha lavorato su un circolo ristretto di luoghi, ne citeremo alcuni a breve, e che poi il vertice dell’Ente La Biennale di Venezia ha accolto, avviando una comunicazione, diventata ora la solita kermesse mediatica, con derive patriottistiche e finanche nazionalistiche.
Dispiace a tutti, non c’è ombra di dubbio, che una valorosa e vivace curatrice come Koyo Kouoh si sia spenta (giovanissima) ad appena cinquantasette anni, e non si mette tra l’altro in discussione la prima anta del lavoro da lei avviato per disegnare quanto aveva già adunato sotto un titolo parecchio efficace (In Minor Keys), ma il malcontento generale che si avverte tra i vari corridoi italiani di settore sulle lacune della laguna è alquanto animato: e a mio parere è da addebitare appunto allo staff curatoriale che nell’ereditare il dossier di Kouoh si è impaludato, lasciando allo stato larvale brillanti idee sul “movimento”, su “una riconnessione radicale con l’habitat naturale” e sul “ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo” a cui si stava lavorando. “La vita è fatta di movimento, movimento di persone, movimento di idee. La vita è fatta di migrazione”, sottolineava non a caso Kouoh in un’intervista rilasciata telefonicamente a Mattia Feltri (La Stampa) il 4 dicembre 2024. “Noi siamo perché altri sono migrati e altri saranno perché siamo migrati noi”. […]. E “se la vita è movimento lo è anche l’arte. Il mio lavoro è movimento: la realizzazione di mostre, la pratica curatoriale, il modo in cui lo faccio su scala globale, con artisti di tutto il mondo, ovunque e ho già partecipato a due Biennali quindi per me il mondo è la piattaforma: che sia Venezia, Dakar, New York o Kuala Lumpur”.

Guardando da vicino l’elenco degli artisti presentato nel cosiddetto “padiglione internazionale” si avverte infatti che, dell’iniziale anima progettuale, nel piano operativo della cinquina curatoriale, sono rimasti i primi fiori, circostanziati tra l’altro soltanto alle praterie emerse a Dakar durante un’ultima riunione, dove si parlava di artisti attivi a Beirut, Dakar, Nashville, Parigi, Salvador o San Juan. Naturalmente l’accusa rivolta a un team che non ha avuto la capacità di lavorare sulle coordinate lasciate e lanciate da Koyo Kouoh, porta a riflettere anche sul fardello con cui quest’ultimo ha dovuto fare i conti. Forse, rigirando la frittata, le sue colpe possono sfumare in una perdita d’orientamento (cosa fare? quali decisioni e quali posizioni prendere? quali artisti eventualmente scegliere dall’italian art market? come comportarsi?) o in un trasporto emotivo che, per amicizia e per devozione, anziché elaborare il lutto e dare senso alla ricerca, ha lasciato in purezza (davvero? e fino a che punto?) la traccia della curatrice, senza intuirne gli step successivi. Vale infatti la pena ricordare che non c’è stato il tempo materiale, per Kouoh, di approfondire la scena italiana e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha dichiarato (Dario Olivero, La Repubblica, 5 marzo 2026) che era previsto un tour con epicentri a Milano, Napoli e Palermo: “Avevamo preparato una tournée insieme a Koyo nei tre principali teatri italiani, la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli e il Massimo di Palermo. Sarebbe stata l’occasione per incontrare gli artisti, ma purtroppo Koyo è morta. Chissà quanti ne avrebbe individuati con il suo intuito da rabdomante, anche fuori dai circuiti”.

Ad ogni modo, messe da parte le varie ed eventuali polemiche (se ci fossero stati italiani avremmo avuto altre opinioni lamentose sui soliti nomi, su scelte azzardate, su bla-bla-bla…), il plotone di artisti presentato in questa nuova Biennale, risulta essere ben assortito: e anche se mancano italiani (va sottolineato che democraticamente l’Italia alla Biennale è presente con il Padiglione Italia curato da Cecilia Canziani, che la Biennale è un modo “per fare diplomazia”, le parole sono di Massimo Cacciari, e che un direttore artistico non deve contentare tutti stilando la solita rubrica telefonica, ma può e deve lavorare di proairesi) In Minor Keys presenta, nell’ossatura di fondo, un immutato aspetto generoso, legato ora al triunvirato condivisione-incantamento-fecondità, ora all’idea di incontro, ora ancora alla dimensione sensoriale della soglia (nel gennaio del 2025 Koyo Kouoh aveva incaricato Wolff Architects della progettazione), di uno spazio interstiziale da attraversare e vivere per ritrovare nuovi equilibri umani.
Accanto a questi e ad altri nuclei tematici, tra le varie indicazioni lasciate da Kouoh ce n’è una, presa a prestito dalle linee estetiche giapponesi e accennata nel flyer-logo di questa Biennale, che sembra quasi sintetizzare In Minor Keys. Si tratta del 木漏れ日 (Komorebi), termine usato in Giappone per indicare l’effetto visivo del sole che trapela tra i fogliami degli alberi – da 木 (ki) = albero, 漏れ (more) = che trapela, 日 (bi) = sole – e per affermare l’armonia generale della vita quotidiana, l’equilibrio e l’interdipendenza tra tutte le cose, la semplicità del creato, la poetica delle piccole cose o dei piccoli mondi, la fragilità e la fugacità, o anche i momenti di passaggio e serenità da carpire al volo: “vorrei uno spazio comune in cui artisti di tutto il mondo si relazionano con l’emotivo, il soggettivo, la politica e sperimentano l’interdipendenza dell’umanità. Perché credo fortemente nell’interconnessione delle persone, perché siamo tutti intrappolati uno nell’altro, tutti abbiamo bisogno dell’altro, soprattutto adesso che il mondo è caos. Sogno una Biennale armonica come una sinfonia, allegro, andante, su e giù”. Ecco allora cosa aspettarsi da questo 61. appuntamento veneziano, e che ci siano o meno italiani, questo scotta ma non importa. Come la guerra in Ucraina o come il recente attacco degli States all’Iran, tra sei mesi sarà tutto dimenticato, magari normalizzato o messo all’ombra d’un Campari Spritz per lasciare spazio a nuove notizie da cavalcare e a nuovi scandali da seguire. “Penso che davvero abbiamo esaurito tutti i possibili modelli di convivenza, e siamo entrati in un’epoca in cui dobbiamo mettere in discussione questi modelli: il capitalismo, intendo il capitalismo grezzo, e poi le oligarchie, il complesso razzista globale, la violenza di genere, il sessismo. E penso che l’umanità si sia spesa per secoli in modelli che hanno portato a crescita tecnologica ed economica ma, su scala umana, ci stanno distruggendo. Poi, soprattutto il Covid, ci ha imposto di fermarci, di dire: ehi, un momento. Questo mi interessa davvero e questo interessa molti artisti. L’arte ci aiuterà a pensare le soluzioni alternative, in cui davvero saremo connessi, davvero avremo bisogno uno dell’altro, in un tempo e in un luogo in cui tutti saremo nella uguale e giusta considerazione” (Koyo Kouoh). Per chi poi vuole tener salda l’àncora della mancanza, beh, è vero, è dimostrato, è chiarissimo: nel padiglione del confronto internazionale non ci sono artisti italiani. È un dato di fatto su cui riflettere nel prossimo futuro, magari tenendo presente che il grande impero del contemporaneo ha subìto una metamorfosi radicale e presenta, ormai da tempo, nuove coordinate, con nuovi centri, nuove periferie che disegnano il nostro Global Art World.
La Biennale di Venezia 61. Esposizione Internazionale d’Arte
In Minor Keys di Koyo Kouoh
9 maggio – 22 novembre 2026
Venezia, Giardini e Arsenale
Info: www.labiennale.org



