L’AQUILA | PALAZZO BENEDETTI | Fino al 30 agosto 2026
di ANTONELLO TOLVE
Con le mani sporche di terra ti ho baciata, l’antologica di Lea Contestabile ospitata in dieci sale (al primo piano) del meraviglioso Palazzo Benedetti (L’Aquila), la mostra è a cura di Mariano Cipollini e inserita nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, si presenta come un percorso circolare in cui non solo abbiamo modo di ripercorrere l’ampio itinerario di una artista che lavora da circa dieci lustri (è nata a Ortucchio nel 1949) sul filo della memoria, ma anche di toccare con mano un modus operandi in cui percepire lo spazio perfetto del ricordo, da intendersi in primis come materia, come corpo vivo che ritorna vestito di nuovo, rimesso in presenza come le brocche dei biancospini (Pascoli).

Arazzi e tessuti (l’uso sistematico della tarlatana, detto anche il cencio della nonna, le viene da una esperienza alla Calcografia Nazionale, dove ha modo di lavorare, tra gli altri, con Guido Strazza e una impareggiabile Giulia Napoleone di cui conservo una maniera nera come un tesoro), terrecotte e carte, sagome metalliche, sedie, fili rossi, fotografie, giocattoli, ricami di trina bianca, teatrini segreti che fanno pensare al teatro d’ombre cinese, immagini sacre e profane, piccoli reperti domestici i o vari frammenti d’un mondo rurale (contadino) che attraversano e compongono il suo lavoro, intersecandosi spesso in spericolate-controllate commixtionis, non costituiscono mai un repertorio meramente nostalgico: sono, piuttosto, elementi d’una grammatica sensibile attraverso cui l’artista interroga il modo in cui un’esistenza si forma e si deposita nelle cose, fino a farsi luogo di riflessione, di azione, finanche di denuncia.

Se a primo acchito si ha infatti l’idea di essere di fronte a un artista che concepisce la memoria (nel suo caso fortemente autobiografica) come un archivio da conservare, subito dopo aver guardato con maggiore attenzione dei piccoli vestitini infantili o degli arazzi (davvero luminoso Il giardino della memoria realizzato nel 2015) o una casetta di cotone o ancora una sala progettata come una soffitta da cui riemergono vissuti familiari, si capisce che la memoria, appunto, è trattata come una materia da manipolare, da impastare, da rimodellare, tanto da bypassare l’idea di vederla come il luogo pacificato della rimembranza per trasformarla in una forza che altera la percezione e modifica continuamente il senso di ciò che siamo stati.

Lungo queste coordinate anche l’infanzia, costantemente richiamata sulla balaustra del presente (come la fabula – quella di Alice in Wonderland è dominante), occupa una posizione cardinale: e non perché l’artista intenda ritornarvi per cercarvi una presunta innocenza originaria, ma perché rappresenta una condizione percettiva, una maniera ancora aperta di stare davanti a un mondo, dove anche un filo può ancora connettere una persona, una casa, un paese, una fotografia, un giocattolo, un territorio. L’infanzia di Lea Contestabile è, perciò, non tanto un’età quanto piuttosto una sorta di riserva fenomenologica, un punto dal quale osservare nuovamente la realtà per sottrarla alla terribile usura dell’abitudine.

Nelle varie sale di questa sua esposizione e nei vari cicli dedicati ora alla casa e al focolare, ora ai nidi e alla sorellanza, ora ai piccoli mondi e ai ripari, ciò che riemerge con chiarezza non è il semplice ricordo dell’essere bambina (o dell’essere stata bambina), ma il bisogno di ricostruire le condizioni di un’appartenenza a. Forse, qui, la figura paterna, ovvero Guido Orante Contestabile, fotografo autodidatta di mestiere (per vocazione e sotto alcuni aspetti per disperazione), assume un valore inestimabile: le varie immagini paterne, legato a una pratica quotidiana dello sguardo (direi alle ricorrenze del tempo come matrimoni o feste di paese), entrano nella costellazione filiale non tanto come documento biografico isolato, ma come traccia di una genealogia del vedere. Certo, il padre fotografo consegna alla figlia una prima forma dello sguardo (magari una maniera di trattenere ciò che accade, di dare durata a un volto, a un gesto, a una porzione di paesaggio), ma Lea (mi si lasci passare il chiamarla soltanto per nome) non si limita a ereditare quelle immagini: le riattraversa, le incorpora, le sposta dentro un’altra materia e dentro un altro tempo. Così la fotografia paterna – sempre ossessivamente presente – cessa di essere memoria familiare e diviene materia generativa, punto di passaggio tra ciò che è stato visto e ciò che può ancora essere visto. Nella grande sala che l’artista ha chiamato L’Arte vi fa belli, le fotografie del padre tornano a vivere dentro una trama tessile e affettiva che trasforma la genealogia privata in una forma condivisibile di memoria. Ecco che allora la materia, in Contestabile, diventa il luogo del contatto, del connubio, della fusione, della mescolanza. Il tessile e la ceramica, ad esempio, non sono soltanto tecniche, ma modi di trattenere il tempo: tessere, cucire, annodare, impastare, sovrapporre o legare sono luoghi strategici per produrre superfici che conservano la traccia del gesto.

Ma si badi, anche se l’immagine si fa pelle e la pelle archivio e l’archivio nuova presenza (anche se la fotografia del passato paterno dialoga con lino, stoffe, fili, nastri e spille), la ricerca di Lea Contestabile non ha al suo centro il nucleo del passato ma quello del presente che, attraverso il passato, tenta di diventare nuovamente abitabile. Del resto il titolo dell’esposizione concentra in una sola immagine questa tensione sotterranea: la terra, il corpo, il gesto amoroso e la memoria si trovano nello stesso punctum, senza alcuna gerarchia. (Baciare con le mani sporche di terra significa accettare che l’affetto non sia separabile dalla finitudine, che amare è anche toccare ciò che si consuma, ciò che muore, ciò che ritorna).
In questa capacità di trasformare la memoria in esperienza percettiva, e l’esperienza in attenzione, si trova quella che chiamerei la radicalità silenziosa di Lea Contestabile: il suo lavoro non ricorda soltanto per non dimenticare, ricorda per continuare a vivere. E se ogni immagine è una soglia e ogni filo un legame, l’infanzia che ritorna nelle sue opere non è il luogo da cui proveniamo, ma quello verso cui si ritorna – in un’immagine feroce delle sue Νεφέλαι (Nuvole), Aristofane fa dire a Fidippide che i vecchi sono due volte bambini (δὶς παῖδες οἱ γέροντες) – cercando una forma ancora possibile dell’abitare.

Nell’atrio d’ingresso del Palazzo Benedetti, ad aprire e a chiudere il percorso espositivo, la sagoma metallica di una bambina (è Alice, ma anche il flusso d’una memoria che torna a risplendere nella luce calda del giorno) gioca con un aquilone, trattenuto a sé da un lungo filo rosso, metafora d’un percorso che cuce e ricuce, in silenzio e a lungo, una tela che si chiama tempo.
LEA CONTESTABILE
Con le mani sporche di terra ti ho baciata
a cura di Mariano Cipollini
17 luglio – 30 agosto 2026
Palazzo Benedetti
via Sassa 15, L’Aquila
Orari: tutti i giorni 10-13 e 16-20 (ingresso libero)



