Alfredo Pirri, Fare Cose (Progetto archivio FWD RWD, 2024), 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

Alfredo Pirri a Catania, tra luce e volumi

CATANIA | Fondazione Brodbeck | Fino al 30 settembre 2026

di ANTONELLO TOLVE

Ci sono mostre che si visitano e mostre che più radicalmente chiedono di essere attraversate, vissute, setacciate dall’esperienza del corpo (dell’occhio) che deve muoversi, arrestarsi, inciampare, varcare soglie, scontrarsi con lo spazio e con le opere che lo riplasmano. Fare Cose, l’ampia personale di Alfredo Pirri alla Fondazione Brodbeck di Catania, appartiene a questa seconda specie: non perché costruisca semplicemente un ambiente immersivo, formula ormai fin troppo consueta nel lessico dell’arte d’oggi, ma perché mette in crisi la distinzione stessa fra opera e spazio, fra oggetto e architettura, fra ciò che sta davanti allo sguardo e ciò che accade (utilizzo il termine dalla latitudine determinata da Heidegger) dentro il suo campo percettivo. Curata da Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica, la mostra nasce negli spazi post-industriali dell’ex fabbrica di liquirizia del quartiere San Cristoforo e riunisce oggi per la prima volta opere storiche, lavori recenti, progetti, disegni, installazioni e interventi concepiti in rapporto diretto con il luogo. Non dunque una retrospettiva o antologica nel senso ordinario e tradizionale del termine, ma una macchina temporale nella quale il passato torna a essere presente, e il presente diventa una modalità per rileggere ciò che lo ha preceduto.

Alfredo Pirri, Fare Cose (Progetto archivio FWD RWD, 2024), 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

Il titolo, Fare Cose, ha a mio parere una semplicità quasi disarmante, e proprio per questo sembra contenere una delle questioni fondamentali dell’intera ricerca di Pirri: il fare non come semplice produzione di manufatti, non come esercizio di abilità, ma come gesto capace (di rompere il predeterminato) di mettere relazione materia, corpo, spazio, memoria e tempo. Fare significa, qui, intervenire sulle condizioni della percezione, costruire situazioni nelle quali la cosa non coincide più con la propria evidenza materiale, perché ogni presenza porta con sé una zona d’ombra, un margine di instabilità, una possibilità di trasformazione. D’altro canto la cosa, in Pirri, non è mai soltanto cosa, è (ne sono convinto) evento.

Questo, probabilmente, il punto che consente di comprendere la mostra nella sua complessità: Pirri non rappresenta lo spazio, lo fa accadere. Non rappresenta la luce, la costringe a diventare materia percettiva. Non rappresenta il tempo, ma costruisce dispositivi nei quali il tempo si deposita, si stratifica, ritorna, si interrompe e riprende. L’esposizione appare allora come un organismo nel quale le opere non sono unità autonome ma organi, membrane, articolazioni di un corpo più vasto e direi anche totale. La stessa Fondazione Brodbeck smette di essere un contenitore e diventa parte attiva del lavoro: la sua dimensione industriale, la sua memoria produttiva, la sua struttura architettonica e la sua materia entrano a pieno titolo nel campo dell’opera.

In questo senso è decisivo il rapporto con la Sicilia e con il tufo di Lentini, utilizzato da Pirri non come semplice richiamo identitario o come citazione di un materiale locale, ma come elemento capace di riattivare una memoria fisica. La materia non illustra il territorio, lo porta dentro l’opera: la pietra, il muro, la superficie, il colore, la luce diventano così forme diverse di una stessa esperienza della durata. Il territorio non è più uno sfondo geografico, ma una sostanza che entra nella costruzione del pensiero.

Alfredo Pirri, Fare Cose (Cure, 2026), 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

È una logica che si riconosce già in Acque, lavoro del 2007 nel quale la pittura assume una sorprendente dimensione ambientale. I due grandi acquerelli, collocati verticalmente, evocano superfici attraversate dall’acqua o dalla pioggia, quasi finestre sulle quali il mondo esterno scivola senza mai offrirsi a una visione definitiva. L’immagine non si stabilizza, resta mobile, incerta, sospesa fra superficie e apertura, fra interno ed esterno. È qui che l’opera di Pirri manifesta una delle sue qualità più profonde: non vuole aggiungere un’immagine allo spazio, ma modificare il modo in cui lo spazio viene percepito, fino a diventare atmosfera, fenomeno, ritmo dove l’acqua non è rappresenta ma introdotta da una condizione acquatica dello sguardo.

Questa trasformazione dell’opera in esperienza si radicalizza nei lavori dedicate all’alba e al tramonto. Alba / Tramonto del 2002-2003 mette in gioco plexiglass, smalto, colore acrilico, cartone e tessuto non tessuto per trasformare due momenti liminali del giorno in vere e proprie condizioni percettive. L’alba e il tramonto non vengono raccontati ma assunti come soglie, come istanti nei quali il visibile appare e contemporaneamente comincia a dissolversi. La luce, in Pirri, non illumina qualcosa che già esiste, costruisce la possibilità stessa di vedere. È una differenza sostanziale poiché nella tradizione occidentale la luce è spesso stata pensata come strumento della rivelazione, come ciò che rende visibile il mondo. Alfredo Pirri sembra invece interessato al momento in cui la luce, mentre rivela, altera ciò che rivela, e mentre costruisce una forma ne denuncia la precarietà. La luce è dunque ambivalente: genera e dissolve, definisce e sottrae, mostra e nasconde la portata delle cose. Il corpo dello spettatore viene preso in questa morsa e via via coinvolto in una meravigliosa instabilità, perché la posizione, il movimento e la durata della visione modificano continuamente ciò che l’opera, in un gioco costante di volumi, sembra essere.

Alfredo Pirri, Fare Cose, 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

Anche il Senza titolo del 2003, con i piani sovrapposti di plexiglass, le carte dipinte sul verso e i cucchiai d’acciaio trasformati in elementi cromatici, sembra nascere da una simile grammatica dell’indiretto. Il colore non si offre frontalmente: agisce attraverso riflessi, filtraggi, trasparenze, superfici intermedie. È una operazione che lavora sulla sottrazione del pigmento, sul suo farsi luce, riverbero, memoria: il colore diventa qualcosa che accade fra le cose, non semplicemente dentro le cose.

Da questa prospettiva, Fare Cose non va letta come una sequenza cronologica, anche se attraversa un arco temporale molto ampio, dagli anni Ottanta alle ricerche più recenti. La riproposizione di Cure, originariamente concepita per Aperto 88, e la presenza di opere recenti come Archivio e Progetto archivio (con lavori del 2024-2026) producono piuttosto una sorta di montaggio nel quale tempi differenti entrano in collisione e si illuminano reciprocamente: il passato non viene musealizzato, viene rimesso al lavoro.

È particolarmente significativo, in questo senso, Archivio RWD-FWD (2024). Il riferimento ai tasti delle vecchie mangiacassette – avanti e indietro – introduce una concezione non lineare del tempo: un tempo circolare, reversibile, capace di tornare sui propri passi. Qui le circa 1500 immagini raccolte nei fascicoli dell’archivio non costituiscono soltanto una documentazione della carriera dell’artista, ma un dispositivo attraverso il quale il visitatore può comporre una propria mostra, scegliendo, montando, accostando: ecco allora che l’archivio diventa una pratica di partecipazione e, soprattutto, un luogo nel quale la memoria cessa di essere conservazione passiva per tornare a essere produzione di senso. Qui la mostra assume una dimensione quasi politica, perché conservare non significa immobilizzare, ma mantenere disponibili le possibilità di una rilettura.

È precisamente ciò che accade con Compagni e Angeli (2022-2023), ciclo dedicato alla figura e al pensiero di Antonio Gramsci. La presenza di trentadue acquerelli, insieme al modello della scultura progettata per Turi, introduce nel percorso una diversa intensità: quella di un pensiero che si misura con la privazione dello spazio e con la possibilità di continuare a costruire uno spazio mentale là dove lo spazio fisico è stato radicalmente limitato. Il dato gramsciano non viene assunto da Pirri come immagine celebrativa, né come monumento nel senso tradizionale. Al contrario, la relazione fra le carte e il progetto scultoreo sembra fondarsi sulla possibilità di trasformare il pensiero in spazio. Le copertine dei quaderni del carcere, riprodotte sul fondo degli acquerelli, diventano superfici sulle quali l’artista interviene attraverso geometrie e fasce cromatiche in movimento. La scrittura, cancellata dalla superficie ma evocata dalla presenza dei quaderni, lascia spazio a un’architettura cromatica del pensiero.

Il progetto del monumento a Gramsci, mai realizzato a Turi, acquista allora una forza particolare proprio attraverso la sua dimensione di progetto: uno spazio posto di fronte alla finestra della cella, pensato come luogo civile e insieme realmente abitabile, dedicato al potere dello sguardo, alla conoscenza, allo studio, alla cultura. Non è casuale che in Pirri il monumento non coincida con una massa commemorativa, ma con una possibilità di attraversamento – il monumento è uno spazio che consente al pensiero di continuare a muoversi. E forse è proprio qui che la mostra catanese di Pirri trova il suo punto di maggiore intensità: nel passaggio dalla cosa alla relazione, dall’oggetto all’esperienza, dalla forma alla possibilità e alla pluralità dei linguaggi dove le voci della materia, della luce, dell’architettura, del tempo e del corpo scandiscono una pratica che, da decenni, lavora sul confine fra il visibile e ciò che lo rende possibile.

Alfredo Pirri, Fare Cose, 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

Pirri costruisce dunque dispositivi – ci sono molti altri lavori, in mostra, tra questi Progetto per un Interno Rosso (2007-2008), Ombra su Ombra 4 (1992) o ancora il progetto In faccia al cielo (2008) – nei quali vedere non coincide più con guardare. Vedere significa stare dentro una situazione, lasciarsi modificare dalla luce, misurare il proprio corpo con una superficie, incontrare una materia che conserva una memoria, attraversare un vuoto, riconoscere nell’ombra non la negazione della luce ma la sua prosecuzione. È per questo che le opere non possono essere separate dal luogo nel quale vengono incontrate: ciascuna porta con sé un potenziale di trasformazione dello spazio, e ogni spazio, entrando nell’opera, ne modifica, credo, il significato.

Alla Fondazione Brodbeck, questo principio trova una condizione particolarmente fertile perché l’antica fabbrica di liquirizia, con la sua memoria produttiva e la sua struttura post-industriale, non viene semplicemente occupata dalle opere, ma riattivata. Il passato industriale e il passato dell’artista entrano in una relazione comune, mentre il presente del visitatore diventa il luogo nel quale questa relazione può finalmente accadere.

Alfredo Pirri, Fare Cose, 2026, installation view, Fondazione Brodbeck, Catania, photo Alfio Garozzo.

In fondo, Fare Cose è una mostra sul tempo, ma non sul tempo come successione, è una mostra sul tempo come materia, su un tempo corporeo, stratificato, reversibile, fatto di tracce e di possibilità, nel quale un’opera del 1988 può improvvisamente parlare al 2026 e un progetto mai realizzato può tornare a produrre spazio, mentre un acquerello può smettere di essere immagine e diventare atmosfera. È forse questa la qualità più radicale del lavoro di Alfredo Pirri: aver compreso che la materia non è mai muta, che lo spazio non è mai neutro, che la luce non è mai soltanto luce e che l’opera, quando davvero accade, non coincide con ciò che vediamo ma con ciò che, attraverso di essa, impariamo nuovamente a percepire. Fare cose, significa, allora, con Heidegger, fare-spazio (Einräumen), e fare-spazio significa, ancora una volta, dare al pensiero la possibilità di muoversi felice.

 

Alfredo Pirri. Fare cose
a cura di Cesare Biasini selvaggi e Gianluca Collica

19 aprile – 30 settembre 2026

Fondazione Brodbeck
via Gramignano 95, Catania

Info: visite fino al 30 settembre, nei pomeriggi di giovedì, venerdì e sabato, dalle 17.00 alle 20.00
Per visite guidate o di gruppo | info@fondazionebrodbeck.it +39 095 7233111
https://fondazionebrodbeck.it/

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