BOLZANO VICENTINO (VI) ǀ NELLO STUDIO DI THOMAS SCALCO
di MATTIA LAPPERIER
Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.
In seguito a un’esperienza di studio condiviso nell’ambito di un palazzo storico di Vicenza, dal 2021 Thomas Scalco ha optato per una diversa soluzione, per lui più congeniale, sia in termini di spazio che di gestione del lavoro. Da quell’anno ha infatti trasferito lo studio in casa, presso il comune di Bolzano Vicentino, in aperta campagna, dove può beneficiare del silenzio e della solitudine di cui necessita per dar seguito alla propria ricerca.

Nonostante molte tele, appese e non, siano disseminate in gran parte della casa e, di conseguenza, lo studio non sia rigorosamente distinto dal contesto domestico ma anzi connoti quest’ultimo in ogni sua parte, lo spazio di lavoro vero e proprio è ospitato all’interno di due stanze attigue: la prima è interamente dedicata alla pittura; la seconda invece – più sgombra e luminosa – è impiegata dall’artista per fotografare le tele giunte a compimento e per realizzare le opere su carta.

Dietro le composizioni di Scalco, sature di colore e magmatiche nelle forme, si celano le suggestioni più varie che, una volta recepite, in modo del tutto casuale e involontario, affiorano sotto forma di pittura astratta. Certamente l’ambito naturale in primis gli offre molti spunti. Spaziando dal piccolo di un fossile o un minerale, al grande di una grotta o una montagna, l’artista penetra la struttura inorganica della materia. Ne verifica le possibilità di equilibrio senza ritrarla, cerca piuttosto di raggiungerne l’essenza, rivelando un certo misticismo nell’approccio. A tal proposito, uno dei testi che maggiormente ha avuto influenze sulla pratica artistica di Scalco e che ancora oggi è considerato dallo stesso una sorta di guida è senza dubbio Le porte regali di Pavel Florenskij. Così come il teologo russo individuava nell’icona un tramite tra il fedele e Dio e non un mezzo di espressione della soggettività dell’artista, né tantomeno un’imitazione della realtà sensibile, Scalco, pur muovendo dal dato sensibile, in pittura si pone al di là della figurazione, addentrandosi nel territorio imperscrutabile del trascendente.

Soffermandosi sull’aspetto cromatico, è possibile riscontrare una predilezione per i colori freddi e cupi. Nel tempo, è transitato dal nero, al blu, ai più recenti toni del verdi e del viola. Queste ultime sono le gamme dominanti che oggi contraddistinguono il suo studio. In seguito a molti anni di sperimentazione con l’olio, attualmente Scalco dipinge prevalentemente ad acrilico, su di un’imprimitura volta a rendere più uniforme possibile la superficie della tela. Il colore, steso attraverso un gran numero di velature, è molto diluito; piuttosto che tavolozze, in studio, è infatti più frequente trovare ciotole. Se a una fase preliminare il lavoro avviene a terra, solo successivamente, dal momento in cui delinea i tratti salienti della composizione, dipinge a parete. Il piccolo cavalletto che tuttora conserva in studio lo sfrutta invece solo per le opere più piccole su tela, legno o rame.
È dal 2019 che ha iniziato a farsi largo, sino a divenire predominante sull’intero processo di ricerca, il tema della grotta. Risale a quell’anno infatti la partecipazione alla residenza artistica Falìa, in Valcamonica. Proprio durante tale esperienza, nel mezzo di un’escursione, un evento improvviso come un temporale, costrinse Scalco a trovare riparo all’interno di una grotta. La sosta inaspettata e forzata in quell’ambiente tanto impervio quanto accogliente ha in qualche modo agito dentro di lui, non solo condizionando la scelta dei soggetti ma suggerendogli persino speculazioni sulla possibilità di vedere, esplorare e comprendere, immerso in un luogo di oscurità. Una sorta di inversione di prospettiva, rispetto al mito della caverna platonica. Un fermarsi per approfondire; uno stare per conoscere e riconoscersi.

Osservando i dipinti degli ultimi anni si possono intravedere, tra i corrugamenti pittorici di ispirazione naturale, elementi geometrici che, come guizzi luminosi, emergono dall’imprevedibilità della composizione, dotando quest’ultima di punti di equilibrio. Come lo stesso Scalco conferma, essa non scaturisce mai da un progetto definito in ogni sua parte. Spesso intercorre anche molto tempo dal primo abbozzo al risultato finale, al punto che è quasi impossibile definire a priori l’andamento del processo.
In studio sono presenti album su cui Scalco interviene a penna o a china, in alcuni casi in maniera più espressiva e gestuale, in altri più controllata. Si tratta di una pratica artistica del tutto personale, i cui esiti non sono mai stati esposti e solo occasionalmente mostrati. In effetti il disegno non ha un ruolo propedeutico alla pittura, esso ha per l’artista piuttosto una valenza riflessiva e introspettiva. Tracciare liberamente segni su carta, in qualche modo, lo riconnette alla spensieratezza dell’infanzia, in particolare a quei momenti in cui utilizzava i gessetti e le matite per disegnare su scampoli di tessuti e cartamodelli, presso la sartoria dei genitori. La seconda stanza dello studio serba, per così dire, un carattere più laboratoriale. In questa sede Scalco si dedica alle sperimentazioni su carta, che spaziano dal disegno – come appena accennato – al collage, alle sculture. Se queste ultime, ottenute dal ripiegamento su se stesso del medium, appaiono come un lucido manifesto di transitorietà, data l’intrinseca fragilità del materiale, i collage si presentano invece come vivaci esperienze cromatiche. Giocando infatti su contrasti di frammenti cartacei dipinti e assemblati tra loro, l’artista raggiunge un effetto assimilabile alla tarsia lignea; una sorta di omaggio a una tecnica antica da lui molto amata, di cui peraltro ha un vivido esempio negli scranni del coro della vicentina Chiesa di Santa Corona. Anche in questo caso la suggestione è di natura prismatico-minerale e, così come in pittura, una considerevole componente di imprevedibilità guida e orienta il lavoro.

La casa-studio di Thomas Scalco è luogo caldo e confortevole. È un alveo fecondo presso cui condurre ricerche formali che, svincolate da una rigida progettualità, cristallizzano sul supporto. Come una grotta – quella stessa grotta della Valcamonica – lo studio può garantirgli pace, solitudine, silenzio e soprattutto la possibilità di acuire i sensi, così da oltrepassarli e sublimare la forma in direzione di una fluida e metamorfica astrazione.

Thomas Scalco (Vicenza, 1987) vive e lavora a Bolzano Vicentino. Da sempre legato al disegno, incontrato giocando nel retrobottega dei genitori con gessi e matite da sarti, ha dato seguito a questa inclinazione iscrivendosi al liceo artistico e successivamente presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia dove nel 2014 ha conseguito il diploma di specializzazione in Pittura e Arti visive con una tesi che intrecciava il tema dell’Icona, il pensiero di Pavel Florenskij e la ricerca di Marco Tirelli. Durante il periodo di studi ha collaborato alla realizzazione dell’opera pittorica Oh Great Terrain! dell’artista statunitense Jim Hodges, in occasione della sua personale Love eccetera (2010), presso gli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia e all’allestimento della mostra di Maurizio Donzelli, Metamorfosi (2012), negli spazi di Palazzo Fortuny, sempre a Venezia. Al 2013 risale la partecipazione al progetto So/stare curato da Alberto Zanchetta e Remo Salvadori presso il Mac di Lissone e l’isola Comacina sul lago di Como. Successivamente è stato finalista al Premio Lissone nel 2014, menzionato dalla giuria del Premio Ora nel 2015 e vincitore del primo premio Under30 all’Arteam Cup 2015 a Venezia. Nel 2016 ha partecipato al progetto di residenza artistica Bocs Art di Cosenza su invito del curatore Alberto Dambruoso, mentre nel 2017 è stato tra i finalisti del 57° Premio Bugatti-Segantini e del premio Arti Visive San Fedele, esponendo presso la galleria del premio a Milano. Successivamente è risultato vincitore del Premio Level0 ad Art Verona nel 2018 che lo ha portato nel 2019 a esporre con un’installazione site-specific di pitture su carta, Frammenti, negli spazi della Galleria d’Arte Moderna di Verona. Sempre nel 2019 ha vinto il Premio come migliore artista under35 a Setup Art Fair a Bologna, è stato tra gli artisti selezionati per la residenza artistica Falìa, in Valcamonica, a cura di Alice Vangelisti ed è stato invitato a partecipare alla 14ma edizione di Selvatico, Atlante, curata da Massimiliano Fabbri. Al 2020 risale la personale Silere presso la galleria Villa Contemporanea di Monza a cura di Rossella Moratto, mentre per l’anno successivo meritano di essere citate le due collettive Inventario Varoli a Cotignola e There’s a world going on underground al Kunsthalle west di Lana, curate rispettivamente da Massimiliano Fabbri e Gabriele Salvaterra. Nel 2023, sempre per la cura di Gabriele Salvaterra ha luogo la personale Le forme del silenzio, presso l’oratorio di Villa Simion a Spinea, quasi in contemporanea alla collettiva L’infinito/Dialogo terzo, presso il Museo Kostis Palamas a Patrasso.



