NOVE (VI) ǀ NELLO STUDIO DI ALBERTO SCODRO
di MATTIA LAPPERIER
Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.
Innumerevoli sono gli stimoli visivi e tattili che investono il visitatore, non appena varca la soglia. Il pavimento in cemento contribuisce a propagare una luce opaca e diffusa, il silenzio – un silenzio pieno, operativo – lascia spazio a qualsiasi rumore. Qui può accadere tutto. Lo studio di Alberto Scodro, immerso nella campagna veneta, non è un rifugio né un atelier idealizzato; è un organismo che lavora, un corpo che si adatta, reagisce, muta. Sin dal primo impatto si ha la sensazione di entrare in un luogo ‘del fare’, dove si opera con le mani, dove ci si sporca.

Tale ampio laboratorio, il cui spazio è scrupolosamente razionalizzato in ogni sua parte, funge da studio d’artista, sin dal 2014. Già ambiente destinato all’allevamento bovino, Scodro l’ha trasformato progressivamente in uno spazio specializzato, ampio, scandito da funzioni precise. Tre forni ad alte temperature, stanze dedicate a lavorazioni differenti, materiali e strumentazioni ovunque; nel suo complesso consiste in un grande volume divisibile in due: da un lato il laboratorio, dall’altro il deposito e l’archivio. Nulla è neutro. Ogni intervento – l’innalzamento dei muri, le scaffalature metalliche, la stesa di cemento adibita a pavimento – è il risultato di un fare diretto, non delegato, che riflette la stessa attitudine con cui l’artista affronta la scultura. Lo studio non ospita il lavoro: lo incorpora.

La tensione tra aggregazione e disgregazione, che attraversa l’intero corpus scultoreo di Scodro, trova qui una forma spaziale. Il luogo è insieme unitario e frammentato, monolitico nella sua struttura, eppure percorribile liberamente. Non c’è separazione netta tra dentro e fuori. Infatti, sotto una tettoia, appena oltre il perimetro interno, l’artista ha disposto tavoli, ripiani e bancali che accolgono le lavorazioni più “sporche”: manipolazioni, preparazioni, armature o sabbiature che richiedono aria, spazio, dispersione. I campi attorno non sono uno sfondo, ma un interlocutore costante con cui ha instaurato negli anni un fecondo rapporto di scambio e reciprocità. Il lavoro in studio è pertanto scandito da una temporalità doppia, che mette sullo stesso piano la pratica scultorea e la coltura della terra. La potatura della vegetazione, l’osservazione dei cicli naturali, la cura degli alberi da frutto e dei ginkgo – piantati dallo stesso artista – non sono pause dal lavoro, ma parte integrante del processo. Scodro osserva i topi e le talpe, studia i loro sistemi di costruzione, i vuoti che lasciano nel terreno. A volte calca la terra, lasciando una traccia negativa, un’impronta del vuoto. Ciò che manca diventa forma.

In scultura l’artista si affida completamente al processo. È il processo a guidare la ricerca, non il contrario. In questo senso la silice, materiale centrale nell’ambito delle sperimentazioni sugli impasti vitrei, diventa una chiave di lettura più ampia; elemento primordiale e insieme fondamento invisibile della nostra società tecnologica, la silice tiene insieme natura e artificio, geologia e contemporaneità. Nei forni ad alte temperature, quarzi, corindoni, rocce vulcaniche, granati – materiali che fondono oltre i duemila gradi – sono portati a uno stato limite, per poi stabilizzarsi in forme che resistono a qualsiasi aggressione esterna. Le stesse rocce, una volta frantumate, sono poi utilizzate per la fase di sabbiatura, che serve a ‘scoprire’ il lavoro, dopo la fusione. Scodro innesca così un circuito chiuso, autosufficiente, in cui il materiale conosce più stati, senza mai perdere la propria identità ma acquisendo anzi, di passaggio in passaggio, ulteriori qualità formali e, di conseguenza, semantiche.

Le recenti sculture realizzate a partire da contenitori per liquidi – bottiglie o fialette impiegate in ambito farmaceutico – amplificano questa riflessione. Oggetti pensati per contenere, dosare, proteggere, vengono sottoposti a processi estremi, traslati in una dimensione altra, dove la funzione si dissolve e resta una memoria stratificata, quasi fossile. Ancora una volta, aggregazione e disgregazione convivono.
Lo studio è il luogo che rende possibile tutto questo. Un luogo in continua trasformazione, che muta al variare delle stagioni e a seconda delle fasi di lavoro. È pienamente operativo dalla mattina presto alla sera tardi; spesso frequentato da amici, collaboratori o addetti ai lavori; del tutto stipato di strumenti o materiali industriali, di recupero o reperiti all’esterno, come fiori, semi, tronchi o pietre. Tra gli altri, i girasoli coltivati diventano materia per un ciclo di sculture preziose, in cui l’oro entra in dialogo con l’organico. I ginkgo, piantati dallo stesso artista, si ergono a delimitazione del perimetro esterno dell’intero complesso. Nulla è gerarchizzato, nulla è decorativo.

Nel silenzio assoluto della campagna, Scodro può fare rumore. E questo dato, apparentemente marginale, diventa rivelatore del suo approccio allo studio. Quest’ultimo diviene pertanto spazio di libertà concreta, non dichiarata, appresa nel tempo, anche attraverso figure di riferimento come Mario Airò, da cui ha derivato il radicale senso di libertà nell’approcciarsi all’arte, e Luigi Bonotto, con cui ha collaborato per anni, assimilando un’idea di lavoro come pratica estesa, non confinabile. Anche la stima per artisti come Jason Dodge sembra risuonare nell’attenzione che Scodro presta al processo, al tempo, alla poesia come fonte primaria di lettura del mondo, alla presenza minima ma necessaria degli oggetti, capaci di per sé di svelare narrazioni nascoste, evocare sensazioni o stimolare l’immaginazione.
Visitare lo studio di Alberto Scodro significa entrare in un luogo dove il fare non è separato dal vivere e dove ogni trasformazione – dello spazio, del materiale, del paesaggio – lascia una traccia, visibile o sotterranea, destinata a riemergere.

Nato a Marostica nel 1984, Alberto Scodro vive e lavora a Nove, in provincia di Vicenza. Dopo il diploma in restauro pittorico presso l’istituto IRIGEM di Rosà, si laurea in Arti Visive e dello Spettacolo all’Università IUAV di Venezia. Dal 2009 prende parte a residenze e programmi internazionali tra cui la Fondazione Bevilacqua La Masa, HIAP – Helsinki e RAVI – Liegi, oltre ad esperienze presso la Fonderia Artistica Battaglia di Milano e a simposi sulla scultura come Forma Viva, Slovenia e il 7th Muse Symposium in Lussemburgo. Collabora con diverse gallerie in Italia e all’estero; attualmente è rappresentato da Kristof de Clercq, Ghent, Belgio. La sua ricerca artistica è orientata attorno all’esperienza dello spazio e della materia, stabilendo queste direttrici come principi solidi che sostengono la sua pratica. Metastasi, processo e trasformazione degli organismi, insieme all’uso di materiali non convenzionali, artificiali e naturali, sono centrali nelle sue opere, che includono sculture, installazioni e disegni su carta. Il suo lavoro si sviluppa attraverso estensioni o sottrazioni di corpi e ambienti circostanti. Forme e volumi, insieme a giochi di parole, sono in grado di innescare cortocircuiti semantici e visivi. Eterogeneo nell’appropriazione dei materiali e nella sperimentazione, Scodro è interessato agli universi, ai fenomeni e alle forze di vari cicli vitali, dalla coltivazione vegetale alle fusioni ad alte temperature di metalli e minerali. Tensione, pressione e fusione sono i metodi che impiega per azzerare simbolicamente parametri culturali significativi della società contemporanea come l’efficienza, la razionalizzazione e la strumentalità.



