ROMA | FONDAZIONE PASTIFICIO CERERE | FINO AL 18 APRILE 2026
di BEATRICE CONTE
Esiste un momento, nel processo creativo, in cui l’urgenza del singolo diventa respiro collettivo. Accade quando gli artisti scelgono di abitare la propria libertà, lasciando che l’opera stessa detti loro il ritmo e la sua direzione. In questa sospensione, il fare artistico smette di essere suggestione e si trasforma in urgenza: un richiamo viscerale che attraversa i linguaggi del sentire per farsi approdo materico.

RIFUGI nasce da questo esercizio di libertà, una vibrazione comune che ha chiesto di essere vista e ascoltata. Una sorta di processo all’inverso, mosso dal “gesto” per definire l’indirizzo emozionale da intraprendere per i sei artisti – Vanshika Agrawal, Emma Brunelli, Micol Gelsi, Davide Miceli, Giulia Romolo, Nadia Vallino – protagonisti del progetto di Residenza: 6artista, nato nel 2009 da un’idea di Marcello Smarrelli per la Fondazione Pastificio Cerere, si rinnova oggi – alla sua VI edizione – attraverso il partenariato con RUFA (Rome University of Fine Arts) e il sostegno del Ministero della Cultura e di SIAE, nell’ambito del programma Per Chi Crea.
A cura di Davide Lunerti e lo stesso Marcello Smarrelli, RIFUGI nasce dall’espressione istintiva di artiste e artisti che, nel corso della residenza, hanno indagato la dimensione intima del ‘luogo interiore’. Non una casa fisica, ma uno spazio liminale in cui il rumore del mondo non accede se non per trasformarsi in stimolo e narrazione. In questo percorso espositivo, il concetto di “rifugio” si traduce secondo diverse grammature.

Per Giulia Romolo è il luogo della memoria. La sua opera, Sotto l’azzurro fitto, si svolge eterea e tersa come il mare e come il cielo. Una vela di carta che imprime la luce e sottende un paesaggio – quello di Pozzuoli, sua città natale – che è prima di tutto emotivo. Quello espresso dall’artista è un desiderio di restare, negato dalla cronaca ma riaffermato dall’arte, che trova il suo asse nella volontà di conferire permanenza a ciò che la terra ha disfatto. Imprimiture di luce e vento, e aria, e acqua, che restituiscono una dimensione di placida immersione, quasi che si possa sentire un’onda infrangersi sulla riva. Su questa soglia, la mostra cristallizza lo spazio in un perimetro di blu – ora limpido ora profondo –, da cui l’opera si specchia con la sua speculare Impressioni della riva. Pesata sull’evanescenza del bianco e guidata dall’impronta di una conchiglia, dispiega ogni strato di carta come un sedimento di pensiero astratto. Con una vena di nostalgia, la Romolo indaga qui un altro aspetto di permanenza, non come una possibilità ma come un limite fattuale a cui guardare per preservare qualcosa. Qualcosa che va in una direzione già scritta e che noi vorremmo fermare, imprimere! Il lavoro di Giulia Romolo è un esercizio di cattura, che cede il cuore a ogni dimensione del tempo: passato, presente, e futuro.

Dove la mostra si lascia alle spalle la trasparenza dell’azzurro per misurarsi con la gravità della terra, le due opere precedenti trovano un ideale proseguimento in Fatti i castelli, di Nadia Vallino. Si tratta di un’installazione che respira e si arrampica sulla corteccia del Pastificio come un’architettura del possibile, che indaga sulla memoria visiva aderendo l’immaginario ludico del fanciullo alla struttura austera dell’età adulta: la caducità della sabbia che incontra la durezza del ferro e del cemento. Evince la duplice natura materica ed emozionale: dove da una parte l’opera ci ricorda i castelli di sabbia sul mare, fragili al vento e alla salsedine, dall’altra ci mette di fronte all’ottundimento dell’immaginario infantile. Diventiamo grandi e il mondo della fantasia lascia il posto alla disillusione. Abbiamo posato paletta e secchiello e abbiamo forse cementato il cuore.

L’artista ci rammenta che è sempre possibile ripensare le logiche del nostro abitare, che si può avere il coraggio di costruire la nostra “vera casa del futuro” con lo stesso diritto di sognare che avevamo ieri, e guardarsi con ironia, e idealizzare, e rompere, e ricostruire. L’impalcatura espositiva della mostra sostiene questa rappresentazione, da una parte fornendo la solidità della sua struttura, dall’altra facendo in modo che l’opera resti sospesa a un passo da terra come sospesa è la materia dei sogni. E in questo segmento di spazio fisico, il percorso di RIFUGI scivola dal perimetro dei luoghi abitati a quello linfatico della vita, trovando una sua risoluzione organica nella ricerca di Emma Brunelli. Indagando la soglia invisibile della metamorfosi. nell’opera Terra alba foliata l’artista interagisce con la materia cellulosica per svelare l’anima segreta dell’elemento vegetale: radici, foglie, sezioni di tronchi che affiorano come vestigia del tempo. La scelta di impiegare un materiale così imprevedibile restituisce l’impressione di una membrana traslucida e viscosa, che riflette un passaggio alchemico sospeso tra appassimento e purezza.

Le forme arboree rispondono a un’esigenza ben precisa, quella di rendere con maggiore forza l’idea di elementi evanescenti, esili trame di delicata fattura. In questo gioco di sovrapposizioni, la materia vegetale sembra perdere il proprio peso per farsi pura impronta, un’architettura che abita lo spazio tra ciò che è stato e ciò che diviene. L’intervento di Emma Brunelli non ferma il tempo, ma ne dilata la percezione: la superficie perlacea dell’opera cattura la luce e la trattiene, trasformando le sue foglie in fossili d’aria. Qui il rifugio non è più un confine, ma una membrana senziente che accoglie la vulnerabilità dell’esistenza e la eleva a forma, offrendo uno sguardo ravvicinato su una bellezza che, pur nel suo appassimento, rivendica il diritto di splendere.

Se le cianotipìe di Giulia Romolo erano vele tese verso ciò che permane, e i castelli di Nadia Vallino veri e propri presidi di resistenza, l’opera di Emma Brunelli chiude il cerchio ricordandoci che “rifugio” non è solo ciò che resta o ciò che si costruisce, ma è quel respiro che pur impercettibile, e gentile, e lieve, non smette mai di generare nuova vita.
RIFUGI
a cura di Davide Lunerti e Marcello Smarrelli
Artist*: Vanshika Agrawal, Emma Brunelli, Micol Gelsi, Davide Miceli, Giulia Romolo, Nadia Vallino
19 febbraio – 18 aprile 2026
Fondazione Pastificio Cerere
Via degli Ausoni 7, Roma
Orari: dal martedì al sabato dalle 15:00 alle 19:00, lunedì su appuntamento
Info: +39 06 45422960
info@pastificiocerere.it
www.pastificiocerere.it



