TORINO | Société Interludio
Intervista a INGEBORG TYSSE di Ilaria Artemisia Introzzi
In questa intervista incontriamo l’artista norvegese Ingeborg Tysse, la cui pratica multidisciplinare si muove tra tessuti, scultura e media digitali, intrecciando spesso esperienze personali e riflessioni sull’ambiente. L’artista ha da poco concluso una residenza d’artista presso Société Interludio a Cambiano (TO), dove nel maggio 2026 presenterà una mostra personale, Tysse si confronta con il territorio locale e i suoi materiali, sperimentando un approccio site-specific che unisce narrazione, memoria e trasformazione della materia. La sua biografia riflette un percorso ricco di influenze, dalla formazione in moda e arte tra Parigi, Oslo e Bergen, fino all’esplorazione di nuove forme di espressione che dialogano con il passato familiare e il contesto naturale della residenza.
Ingeborg, che effetto fa creare arte proprio nel luogo in cui il tuo lavoro verrà esposto?
È un vero lusso lavorare in modo site-specific su così tanti livelli. L’ambiente che circonda Société Interludio è mistico. Sapere che i materiali recuperati, trovati e acquistati si trovano nel loro ambiente familiare aggiunge un interessante strato di sentimentalità. Questo include tutto: dai vestiti e oggetti d’arredo comprati al mercatino locale, a elementi ricavati da ali e piume di uccelli del territorio, fino ad alberi morti abbattuti nel giardino stesso della galleria. Lavorando attraverso una prospettiva e un metodo animistico, mi avvicino alle storie di questi elementi e alle loro caratteristiche intrinseche, cercando di attivarli e metterli in evidenza. Trasformare i materiali e produrre le opere nello stesso ambiente conferisce un aspetto stratificato di tempo e narrazione, oltre a essere naturalmente molto pratico. Per me, l’intersezione tra natura e società è sempre stata uno spazio “intermedio” molto fertile, e questo rende Cambiano e Torino un contesto interessante in cui lavorare.
Nel corso della tua carriera artistica, tessuti, protesi e il tuo approccio multidisciplinare dinamico sono stati centrali. Questi elementi saranno presenti anche in questo progetto?
Assolutamente sì. Per questo progetto ho ricercato e sviluppato una narrazione che introduce un immaginario aldilà degli alberi abbattuti e morti. In ecologia, il termine “snag” indica un albero morto o morente ancora in piedi in natura, che crea habitat vitali per centinaia di organismi. Nel mio progetto, lo “snag” diventa una struttura che apre a domande sul locale, il mitico e l’ambiente. Riflette anche sullo spettro tra selvaggio e addomesticato, naturale e costruito. All’interno di questa narrazione simulo un luogo tra la vita e la morte, creando un aldilà sintetico per gli alberi morti, in cui gli elementi e gli abitanti della vita dell’albero trovano posto all’interno del tronco. Come si dice “sei ciò che mangi”, l’albero ha assorbito i suoi abitanti, diventando ciò che ha ospitato. I ricordi della vita dello “snag” diventano protesi all’interno dell’opera scultorea. Il tessuto, sotto forma di arazzo digitale, fungerà anche da porta verso altri mondi.

Il tema delle protesi trae origine dalla tua esperienza personale, in particolare dalla perdita di una gamba da parte di tua nonna. Secondo te, integrare questa storia personale nel tuo processo creativo e nelle mostre serve come modo per elaborare il lutto?
Nel considerare le protesi come sostituzione di qualcosa che manca, esse rappresentano certamente un processo di elaborazione del lutto. Trovo che lo sguardo infantile, così come i ricordi della prima età, sia un punto di vista magico e trasformabile. Il ricordo dell’amputazione della gamba di mia nonna e della sua trasformazione da due gambe naturali a una, e poi a un’altra protesica, sono immagini visive molto forti per l’immaginazione. Porto molto della mia vita personale nel mio lavoro: ricordi ed esperienze presenti, calchi del mio corpo, fino al proseguimento della storia dei miei antenati attraverso strumenti ereditati. Mia nonna era una tessitrice amatoriale e mio nonno un intagliatore del legno, e per me è importante continuare a lavorare con gli stessi strumenti.
Parliamo della tua versatilità. Se non sbaglio, la tua esperienza con i tessuti precede la tua formazione artistica formale, giusto?
Ho iniziato studiando moda a Parigi e successivamente ho frequentato corsi di Storia dell’Arte all’università e una scuola d’arte preparatoria, prima di iniziare il mio BFA all’Accademia Nazionale delle Arti di Oslo nel dipartimento di Tessile, e poi il mio MFA all’Accademia di Belle Arti di Bergen. Nel dipartimento tessile ci siamo concentrati maggiormente sul tessuto come approccio materiale all’arte contemporanea, cosa che si è rivelata preziosa sia dal punto di vista tecnico sia nella mia continua esplorazione di diversi media.
Incorpori anche media digitali nella tua pratica: che significato hanno per te?
Vedo i media digitali come tasche verso altre dimensioni, oltre che come protesi per organi e memorie, e come sostituzioni digitali della nostra capacità mentale di assimilare la vita. Ci circondiamo di dispositivi che sostituiscono i nostri istinti primordiali e i sensi, esternalizzando ciò che potrebbe essere vitale per la nostra esistenza. Allo stesso tempo, lo scenario distopico del cyborg crea molte possibilità bizzarre per re-immaginare ciò che esiste oggi. È interessante come elemento dinamico e il frammentato costituiscono la struttura stessa dell’esperienza. In un certo senso, gli elementi digitali rappresentano l’iper-sintetico, sia nelle qualità materiali sia nella possibilità di ricostruire, sostituire e riedificare. Nella mia pratica, questa re-immaginazione attraverso le protesi e la dissoluzione del tempo può rispecchiare una sorta di dolore fantasma. Penso anche che accostare l’iper-sinestetico ai materiali fortemente organici generi esperienze inattese e attive, soprattutto quando questi materiali sono radicati nel territorio e di provenienza locale.
Quali sono le tue aspettative per questa collaborazione con la galleria torinese?
La nostra collaborazione è già stata fruttuosa e stimolante, e sto crescendo di minuto in minuto. Le mie aspettative ruotano attorno a un dialogo aperto, all’esplorare e imparare insieme. Nella mia esperienza, la scena artistica italiana è piuttosto diversa da quella norvegese, e credo che abbiamo molto da imparare gli uni dagli altri. Spero che ci sia spazio per le mie sculture “trollesche” e la mia prospettiva nella scena artistica italiana.

Hai esposto in spazi importanti e realizzato diverse mostre personali. Quali ritieni più rilevanti? Ci sono motivi o temi ricorrenti nelle tue esposizioni?
Ogni mostra è come un capitolo diverso che aveva senso nel momento e nel luogo in cui è stato concepito. Mi ritrovo spesso a tornare su temi e strutture di esposizioni precedenti, continuando a scoprire nuovi livelli. In questo momento sto tornando a una mostra che ho realizzato nel 2023, intitolata SKRØMT all’Hordaland Kunstsenter di Bergen, e credo che questa sia un’esperienza particolarmente rilevante.
Creature mitiche, come troll, giganti e personaggi medievali, sono motivi ricorrenti nel mio lavoro. Emergono nei disegni che diventano tessiture e creano una sorta di fondali nelle mie installazioni. La chimera è un ibrido a cui torno continuamente, come figura corporea e simbolica che trascende categorie fisse – tra umano e mostro, natura e cultura, passato e futuro. Questi motivi rispecchiano i miei interessi per il simbolismo, il subconscio e l’indesiderabile a livello individuale e collettivo.
Un momento saliente recente è NECKWREATH del 2025 presso Kiosken Studio a Bergen, in Norvegia. Che impatto ha avuto quella mostra su di te e perché è stata così ben accolta?
Con NECKWREATH, a Kiosken Studio, volevo sperimentare e fondere la mia pratica legata al costume con il lavoro scultoreo. Le tende e l’illuminazione la rendevano piuttosto teatrale, come una camera surrealista. Qualcuno ha persino detto “lynchiana” durante l’inaugurazione. Ho esplorato il colletto clericale – la gorgiera o colletto elisabettiano – che si dice simboleggi la divisione tra testa e corpo, tra senso e sensibilità. Lo trovo molto interessante come frammento scultoreo, nell’esplorazione dello spettro tra sostegno e costrizione. Questo concetto e questa ricerca confluiranno nella mia prossima mostra presso Société Interludio.
Utilizzi lo stesso approccio per ogni mostra o cambi strategia ogni volta?
Dipende da dove mi trovo in quel momento e da ciò che il progetto e i temi richiedono. Non lavoro seguendo una sorta di ricetta per le mie mostre, ma ho dei metodi che rendono più facile entrare nel processo.

Secondo te, gli artisti dovrebbero stabilire una propria disciplina o struttura?
Credo sia importante essere consapevoli della disciplina o della struttura consolidata all’interno della quale si lavora o da cui si trae beneficio. Non necessariamente creare una nuova disciplina o struttura, ma piuttosto confrontarsi con il quadro di riferimento che si sta affrontando attraverso la pratica. Per me è una libertà lavorare tra diverse discipline ed è importante scegliere una logica personale all’interno del mio processo. Questo a volte può risultare piuttosto caotico e difficile da spiegare, sia agli altri che a me stessa, ma il caos funziona come una sorta di struttura nella mia logica.
Ci sono artisti della storia dell’arte che ammiri particolarmente?
Moltissimi. Durante questa residenza ho riscoperto il lavoro di Giuseppe Penone, naturalmente tornando anche all’Arte Povera. Ho visto Movements of the Earth and the Moon on an Axis di Mario Merz al Museo d’Arte Contemporanea di Oslo nel 2015, ed è stato un momento decisivo nella mia pratica artistica. Guardo a molti artisti di discipline diverse, ma quelli a cui torno più spesso sono Marisol Escobar, Tove Jansson, Hannah Ryggen, Laure Prouvost, Nathalie Djurberg e Hans Berg, la designer Rei Kawakubo e i disegni dei Fratelli Limbourg. Ascolto anche Björk in continuazione.
Tutta l’arte è intrinsecamente performativa, oppure la performance è un aspetto separato dell’arte?
Mi piace credere che il creare sia performativo e che scegliamo come, o se, attivare ciò che creiamo. A volte le mie sculture sono anche performative, attraverso abiti, accessori ed elementi digitali assegnati, e dando loro agency hanno anche una voce. Per me è fertile pensare alla galleria come a un palcoscenico, in cui fondali, costumi e oggetti di scena svolgono tutti un ruolo nella creazione di una narrazione stratificata. In questa narrazione si sollevano domande, non si trovano risposte.
Info: https://ingeborgtysse.com/
https://societeinterludio.com/it/home/



