Francesca Woodman 2026, installation view. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Photo: Matteo D’Eletto, M3 Studio, Courtesy the Foundation and Gagosian

IL MARTIRIO DELLA CARNE NON GENERA ORRORE. FRANCESCA WOODMAN da GAGOSIAN a ROMA

ROMA | GAGOSIAN | FINO AL 31 LUGLIO 2026

di BEATRICE CONTE 

Un’opera è uno spartito visivo drammaticamente segreto. Un’opera è un dialogo tra l’autore e il suo io, che neppure il più capace dei lettori potrebbe comprendere, perché porta con sé il paradosso estetico dell’arte, e dell’uomo, e della civiltà. Ogni opera d’arte custodisce un codice di condotta interiore in cui si misurano luci, ombre, colore, resa, forza. L’Arte, per chi la fa, non è un esercizio sterile di ricreazione, ma una forma partecipata di emersione in cui l’artista non discerne corpo e mente, ma li mette in scena, a volte anche crudelmente, per rivelare tutto ciò che egli o ella sa della bellezza.
Questa abnegante devozione, propria solo agli artisti, è stata il rigido terreno di tutta la produzione artistica di Francesca Woodman, che fa della sua una ricerca quasi febbrile della proporzione. Pieni e vuoti, nudità e vestigia, spazi continui e spazi interrotti, foto lucenti di bianco osseo, foto sospese nel nero fumo. La disposizione degli oggetti di scena è misurata, fortemente legata alla resa di un’immagine sulla soglia del sogno. Un’isola di pace è nel volto di una donna, placidamente sopito sulla finitura argentea di un tavolo in cui si riflettono le conchiglie, e lei. La realtà e l’allucinazione. La durezza dei suoi fossili e la morbidezza della sua pelle, e dei suoi capelli. Francesca Woodman sa frammentare la logica e rispettarne l’equilibrio, sublimando magistralmente tensione emotiva ed esistenziale in un’immagine bellissima, e crudele, che arriva allo spettatore con un senso infinito di compiutezza.

Francesca Woodman, But Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, c. 1975–77. Lifetime gelatin silver print
Image: 5 7/16 x 5 7/16 inches (13.8 x 13.8 cm). Sheet: 9 15/16 x 7 15/16 inches (25.2 x 20.1 cm). © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy the Foundation and Gagosian

Ultimamente trovo che un frammento di specchio sia sufficiente a tagliare una palpebra” – Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid –, con questo titolo autografo si è inaugurata lo scorso 29 aprile la retrospettiva dell’artista statunitense alla galleria Gagosian di Roma. L’opera a cui fa riferimento è una fotografia di piccole dimensioni, dal formato intimo, quasi tascabile, in cui delle mani che sembrano di bambola sostengono timidamente un frammento di vetro poggiato al bordo di un tavolino. Su di esso, una conchiglia, grande protagonista di buona parte della sua produzione e icona di quegli scatti che si distinguono per l’uso egemonico del bianco sul nero. Da quest’opera affiora l’apparente contrasto tra una voce e la sua immagine riflessa. La voce è fragile eppure la fotografia brilla di una luce naturale, di un illusorio candore presto spento dall’accumulo degli oggetti esposti, di cui non è chiara la grandezza. Sono piccoli e disposti vicini? O sono grandi e stipati per riempire lo spazio? Un accostamento assurdo di oggetti inconsueti, che rendono l’immagine perturbante e immaginifica. Sin dai suoi esordi, la Woodman ha fatto del Surrealismo la sua forza espressiva, realizzando fotografie chimeriche e allucinatorie, in cui coesistono “realtà in apparenza inconciliabili su un piano che in apparenza non è loro conveniente”.

Francesca Woodman, Untitled or #4 from a Series “Dissection of a Portrait”, 1976. Lifetime gelatin silver print mounted on mat board. Image: 5 13/16 x 5 13/16 inches (14.7 x 14.7 cm). Sheet: 5 13/16 x 5 13/16 inches (14.7 x 14.7 cm). Mat board: 14 x 11 inches (35.5 x 27.9 cm). © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy the Foundation and Gagosian

Se Dissection of a Portrait è il tentativo drammatico di sezionare e ordinare il disordine, It Must Be Time for Lunch Now è l’incantamento ebro di una realtà evanescente. Nella prima opera, il vetro schiacciato contro il volto di lei, il corpo e il feticcio esausti e morti su una superficie specchiante, tutto è ritratto per frantumare l’ambientazione ma con un fragore che ha nella geometria il suo centro e il suo rumore. Un’opera prospettica che non offre nessun punto di fuga, nessun piano di appoggio se non la semantica stessa del gesto compiuto dalla modella ritratta, pesantemente e tenuamente sostenuta dalla superficie presunta di un tavolo. It Must Be Time for Lunch Now invece è frontale. Non è più il corpo a mimetizzarsi e a confondersi con lo spazio ma è la sua stessa presenza a creare volume. La carne trafigge la carta oltre la coltre scura dell’ombra che la inghiotte, e tutto è tinto di una malinconia che ancora una volta va dall’oggetto alla sua messa in scena.

Francesca Woodman, It Must Be Time for Lunch Now, 1976. Lifetime gelatin silver print. Image: 4 1/4 x 4 1/4 inches (10.795 x 10.795 cm). Sheet: 9 15/16 x 7 15/16 inches (25.243 x 20.163 cm). © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome. Courtesy the Foundation and Gagosian

Fotografie sregolate di metodica franchezza, che spostano una forchetta dalla sua familiare concretezza a una sua bozza, l’istinto di un’idea, il suo profilo magnifico, e alla fine non è nient’altro che polvere su carta. Una presenza effimera eppure così presente, ridondante, malferma, da sembrare di assumere un senso oltre l’opera stessa, oltre il nostro abitare il giorno e la notte, oltre il vivere di un’artista la cui vita a un certo punto è stata per sé stessa “paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè”. Woodman voleva una vita per preservare quanto era stato fatto, “anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”. Quest’ultima sua espressione è incredibilmente commovente. È la propaggine di una mente esile, e incorruttibile, di un corpo che ha partecipato in ogni suo centimetro alla visione di un componimento poetico quasi estenuante.
Le sue modelle, lei, sono schiacciate, strizzate, legate con lo scotch, accartocciate, lasciate a terra esanimi. Un martirio della carne che pure non genera alcun orrore. La costrizione della posa, così sottomessa al rigore dell’inquadratura, ne sigilla la fragilità privandola d’ogni peso e minaccia. Un’opera sorgiva, incantevole e dolcissima, che abita la sala ovale della galleria Gagosian con la grazia intatta di un immaginario innocente.

 

Francesca Woodman
Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid

29 aprile – 31 luglio 2026

Gagosian
Via Francesco Crispi 16, Roma

Orari: dal martedì al sabato, ore 10.00 – 18.30 

Info: +39 06 4208 6498
rome@gagosian.com
https://gagosian.com/

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