Guglielmo Maggini, Nel tuo affondare, la mia forma, installation view, z2o Sara Zanin, 2026. Ph Dario Lasagni. Courtesy l’artista e z2o Sara Zanin, Roma

La differenza assoluta. Note a margine su “Nel tuo affondare, la mia forma” di Guglielmo Maggini

ROMA | z2o SARA ZANIN | FINO AL 10 LUGLIO 2026

di MATTEO DI CINTIO

Vi proporrei, per entrare nell’eccellente lavoro di Guglielmo Maggini, esposto presso gli spazi della galleria z2o Sara Zanin, l’accostamento di due immagini, irrimediabilmente connesse fra loro, che si collocano un po’ a latere rispetto ai lavori presenti in mostra ma che muovono a una certa commozione, oltre che a una riflessione precipua sull’atto artistico del giovane artista romano. A ben pensarci, facciamo nostro il monito di Derrida secondo cui le vere speculazioni nascono da luoghi marginali, osservazioni incidentali ed elementi secondari, per poter scrivere, direbbe il filosofo, altrimenti.

Guglielmo Maggini, Nel tuo affondare, la mia forma, installation view, z2o Sara Zanin, 2026. Ph Dario Lasagni. Courtesy l’artista e z2o Sara Zanin, Roma

Prima immagine. Fra i materiali informativi della mostra emerge la cartolina d’invito al Vernissage; essa non inquadra un elemento o un particolare delle opere esposte, come si è soliti fare, ma una foto. Un uomo e una donna, giovani, si guardano amorevolmente. Si sorridono, abbozzano un timido quanto mai sincero abbraccio. Sembrano essere l’espressione di un Sì originario. Sono i miei genitori, mi conferma l’artista. E aggiunge, con un afflato che non eclissa una sottile linea d’imbarazzo: «è, forse, uno dei momenti più felici fra loro».

Seconda immagine. Facendo scrolling sui social, con la mia solita attenzione fluttuante, incappo in una foto. Inquadra Guglielmo che abbraccia, affondando braccia e capo nel materiale sferico e grezzo di un suo lavoro. Traspare l’attimo di un’immersione fusionale con l’impasto argilloso, prima del distacco e quindi prima del divenire opera.

Guglielmo Maggini. Fra/menti fra le dita (#7), 2026, ceramica smaltata e resina, cm 33x15x7. Ph. Dario Lasagni. Courtesy l’artista e z2o Sara Zanin, Roma

Queste due istantanee, così cariche di senso, si annodano e convergono, a nostro avviso, in un punto essenziale dell’atto artistico di Maggini: perché ci sia opera, e quindi forma, bisogna prender parte al gioco impetuoso di un doppio movimento, che ricorda un po’ il Fort/Da freudiano, fatto di immersione nel colpo, del “lasciar traccia” di un evento e poi di distacco, per poterlo di nuovo, in un secondo tempo, padroneggiare. Le opere, che punteggiano con sapienza ed equilibrio gli spazi della galleria, ci parlano, ognuna a suo modo, di questa doppia ondata. Un andare e un ritornare, un concatenamento di un tempo primo, il tempo dell’agito, e di un tempo secondo che retrospettivamente risignifica il primo. Disfacimento e riorganizzazione: è questo il contrappunto che fa da basso continuo nel lavoro di Maggini e che ci permette di aprirci alle polisemiche possibilità di significazione dell’opera artistica.

Cosa promette, dunque, questa lettura? Di primo acchito disvela la valenza estetica del divenire della forma. Quest’ultima, infatti, sembra porsi come il risultato di una kenosi fragorosa, di una perforazione delle rotondità delle sculture d’argilla ancora crude, pronte per l’essiccazione e la cottura. La formatura si altera per i solchi, i buchi e le ondulazioni che il gesto d’artista produce. Una nuova forma si materializza, arricchita da una mistura selvatica di resina e vetro che la amplifica a dismisura e la getta in un incessante avviluppamento morfogenetico. La serie Naufragi ne è l’esempio più emblematico. Sfere abortite e appese nel vuoto, quasi a costituire con lo spazio attorno una galassia contrita, dispersa in chissà quale punto dell’universo. Un mondo nuovo, forse, da conquistare. O meglio, da riconquistare. Perché è “riconquista” il termine utilizzato da Maggini durante un nostro breve ma intenso scambio telefonico. Lo fa citando l’ultimo Freud che cita a sua volta e a modo suo Goethe: quello che hai ereditato dai padri, riconquistalo per possederlo davvero.

Guglielmo Maggini, Cesta mistica, 2025-2026, ceramica smaltata e resina, cm 70x60x40. Ph. Dario Lasagni. Courtesy l’artista e z2o Sara Zanin, Roma

Il concetto di riconquista ci traghetta su un ulteriore livello semantico della concatenazione temporale dell’operato artistico di cui parlavo. Fra il tempo primo e il secondo vi è un moto di riconquista, che traduco nel rapporto con la questione dell’ereditarietà. Ne parla bene Giuseppe Armogida, curatore nonché autore del bel testo che accompagna la mostra. Nel contatto con la tradizione ceramica, che interpella culture e civiltà diverse, Maggini realizza

un lessico ceramico attraversato liberamente, senza gerarchie, in una sovrapposizione di tempi e stili. Maggini si muove all’interno di questo patrimonio come un pittore: non lo cita né lo riproduce, ma lo attraversa, lo mescola, lo deforma.

La maiolica non è fossilizzata ma, per usare i termini del poeta Giorgiomaria Cornelio, danza «la propria rivolta contro ogni nozione di fine già decretata». In questo intrico di frammenti, temporali e irrimediabilmente materiali, come nell’opera Fra/menti fra le dita, qualcosa del passato si riattiva nel presente. Qualcosa non si inabissa, ma si riconquista e decarbonizza l’immaginario del mondo. Ma il senso dell’ereditarietà non si esaurisce nel rapporto con la tradizione. Un surplus reclama la sua voce fra le maglie della degradazione e della rigenerazione artistica. A tal proposito, e in continuità con le foto di cui ho parlato all’inizio, richiamo un concetto psicoanalitico che attraversa il complesso magistero di Jacques Lacan. Per lo psicoanalista francese, esiste un punto in cui il soggetto smette di cercare nell’Altro un riconoscimento capace di chiuderlo in un’identità e incontra invece la propria singolarità come qualcosa che non si lascia ridurre a una definizione completa. Tale singolarità, tale differenza assoluta, non taglia i ponti con l’Altro, ma ne sposta il ruolo: l’Altro, familiare o culturale, non è più il luogo in cui cercare una definizione ultima di sé, bensì la scena in cui il soggetto può incontrare il proprio resto irriducibile, ciò che sfugge a ogni identificazione e a ogni immagine compiuta. Forse Maggini coglie bene questo punto dell’insegnamento lacaniano: l’Altro non garantisce più una forma, ma mostra che ogni forma propria è sempre eccentrica rispetto a se stessa, mobile, frastagliata, e quindi permanentemente desiderante.

Guglielmo Maggini, MaRemoto, 2024/2025, eramica smaltata e resina poliuretanica, cm 83x55x8. Ph. Giorgio Benni. Courtesy l’artista e z2o Sara Zanin, Roma

Guglielmo Maggini. Nel tuo affondare, la mia forma
A cura di Giuseppe Armogida

12 maggio – 10 luglio 2026

z2o Sara Zanin
via Alessandro Volta 34, Roma

Orari di apertura: da martedì a sabato 12.00-19.00
T. +39 06 80073146 | info@z2ogalleria.it
www.z2ogalleria.it

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