Intallation view, Portia Zvavahera, Like Flowers We Fade. Ph Daniele Molajoli, courtesy of the artist and the gallery

POSSIAMO FORSE DANZARE CON I FIORI? PORTIA ZVAVAHERA A FONDAZIONE MEMMO

ROMA | FONDAZIONE MEMMO | FINO AL 1 NOVEMBRE 2026

di BEATRICE CONTE

Lo scorso aprile è stata inaugurata la prima personale istituzionale in Italia dell’artista Portia Zvavahera. Like Flowers We Fade, a cura di Alessio Antonielli, è ora in mostra negli spazi della Fondazione Memmo con un’installazione site-specific e un nuovo nucleo di opere sviluppate dall’artista nel corso della sua residenza romana. Per lei il progetto rappresenta uno snodo nella sua ricerca recente, in cui la dimensione autobiografica del lutto viene espansa ad una riflessione di superamento e sacralità dell’io.

Intallation view, Portia Zvavahera, Like Flowers We Fade. Ph. Daniele Molajoli, courtesy of the artist and the gallery

Épure del dramma consueto alla perdita, le tele di Zvavahera sono dense di morbidità e tensione materica, percorse dal colore che si dipana come vene e cola come sorgenti d’acqua mosse verso valle. Sono lembi di un albero, lacrime, respiri, tracce di una preghiera. In un formato che ha la solennità di una pala d’altare, i suoi dipinti, laici e psichedelici, profondi notturni ma anche tersi e del colore del sole, sembrano assorbire la luce delle sale della Fondazione. Fotografando quel momento preciso in cui la bellezza è intensissima, e brucia come brucia la vita, e la morte, l’opera è una cortina di spiriti bianchi vestiti di fiori.

Il titolo scelto per questa personale suona come una opaca sentenza che subito sposta l’asse del pensiero critico dalla pittura all’anima. Non sostiamo inermi come di fronte alla fine, ma ne sentiamo l’attraversamento nel petto, l’appassimento, il collasso! E la fioritura. Questo abbrivio ascetico e formale coincide con un lirismo astratto di cui l’artista ha contezza, reso attraverso una squisita maestranza di tecniche che del lino fanno la culla porosa dell’inchiostro da stampa. È un volume pazientemente sedimentato. È l’uso del monotipo impresso sul tessuto, il pattern di pizzo, i drappi che agiscono sulla pittura come una membrana dei sogni diurni dell’artista. I suoi fiori, i suoi corpi, sono sudari cromatici che abitano la tela mai nettamente; emergono e sprofondano nel colore, sono grezzi e liquidi sotto la trama in cui la tecnica si consuma e dietro di essa, a metà tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Con il lutto, l’artista ha perso una parte di sé, e attinge a tutto ciò che culturalmente conosce per avvicinare il suo cuore a ciò che ha perduto; nella tradizione Shona non esiste una separazione statica tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il sistema spirituale è gerarchico e fortemente interconnesso.

Portia Zvavahera, Kuona dombo jena [White stone vision], 2026. Oil based printing ink and oil bar on linen cm 277 (H) x 204 (framed). Ph Daniele Molajoli, courtesy of the artist and the gallery

L’opera Kuona dombo jena – White stone vision è un’epifania visiva puntuale, molto evocativa di quanto si osserva nella sua pittura. Dominata dalla postura religiosa e ossequiosa dei suoi personaggi, disegna un cono di luce vulcanica che le rende una profondità cavernosa, quasi magmatica, cui la luminosità del bianco fa da contraccolpo. I corpi stessi, definiti da pochi e precisi dettagli, dividono lo spazio a metà, mentre due rivoli lagrimosi lo attraversano interamente. Tra questi, giace raccolto quel corpo a metà tra i due mondi, con una mano rivolta alla fronte e agli occhi, in una posa che si concede una profonda vulnerabilità; è in preghiera, chiede conforto e cerca protezione, pronto ad abbandonare la carne per diventare qualcos’altro. L’impatto di queste visioni estatiche e monumentali genera – nella Fondazione uno spazio fecondo e generativo, dove ogni nucleo pittorico si riversa in un punto impreciso eppure tanto centrale della tela, tale da sembrarne l’arteria.

Intallation view, Portia Zvavahera, Like Flowers We Fade. Ph Daniele Molajoli, courtesy of the artist and the gallery

Muti wehupenyu 2Tree of life 2 – e Ruva guru raenda The big flower has faded sono davvero il cuore e il muscolo della sala. L’albero della vita è un groviglio minerale innervato di ramificazioni purpuree, nelle cui fronde giace qualcosa; lo spettro di uno spirito affiora tra pennellate stese con concitato istinto, mosse come la corrente del mare! Una marea terrigena, ritmica e fluida, che frenetica non si disperde mai nel caos ma si governa nella ripetizione dei motivi impressi a olio. In Ruva guru raenda The big flower has faded la tensione si fa verticale e tutto si sviluppa in altezza. Questa volta è una texture puntiforme bianca a definire la presenza diafana di uno spirito; un cammeo di giallo acido la separa da un verde profondo su cui giacciono una moltitudine di figure filiformi come steli.

Ciuffi d’erba ornati con corollari ambrati che liberano la composizione di qualsiasi luttuosità. Il trauma notturno sublima davvero in uno stato di grazia, e la mente non si rifugia più “sotto i fiori d’arancio”. Che l’artista ci stia insegnando a danzare coi fiori? 

Portia Zvavahera, a detail of Ruva guru raenda [The big flower has faded], 2026. Oil based printing ink and oil bar on linen cm 318 (H) x 204 (framed). Ph credits Daniele Molajoli, courtesy of the artist and the gallery

Le opere di Portia Zvavahera sono stelle esplose, poetiche e vagamente ipnotiche. La sua produzione, nel corso di quest’ultima residenza, ha saputo combinare il sincretismo religioso e i linguaggi della pittura contemporanea occidentale per nutrire un racconto ascetico con la postura di una fiaba africana.

 

Portia Zvavahera. LIKE FLOWERS WE FADE
a cura di Alessio Antoniolli

29 aprile – 1 novembre 2026

Fondazione Memmo
Via Fontanella Borghese 56/B, Roma

Orari: dal lunedì alla domenica, ore 11.00 – 18.00 (martedì chiuso) 

Info: tel. +39 06 68136598 | info@fondazionememmo.it | www.fondazionememmo.it

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