ROMA | CASA DELLA CULTURA SILVIO DI FRANCIA | #Report
di MARIA VITTORIA PINOTTI
Sfogliando una pubblicazione, in genere, è possibile cogliere quali progetti essa includa, infatti attraverso un’attenta selezione dei contributi critici e delle immagini fotografiche che contiene si dispiegano con chiarezza gli intenti e le finalità degli autori. Proprio in questo contesto, in relazione al progetto di Francesco Petrone (Foggia, 1978) − vincitore del PAC 2024 – Piano per l’Arte Contemporanea, con l’opera Se queste parole potessero parlare a cura di Chiara Guidoni − lo scorso 19 gennaio è stato presentato a Roma, presso la casa della Cultura Silvio di Francia, il documentario con la regia di Roberto Orazi e la pubblicazione è stato meraviglioso, edita da Aguaplano Libri. Nel loro insieme, le due testimonianze ricostruiscono la diramazione di una ricerca sviluppata attorno alla serie Respiri di Petrone, in cui nebulose di fiati condensati vengono impresse su lastre di vetro. Dopo una residenza presso il Piccolo Museo del Diario di Pieve Santo Stefano, laddove ha sede l’Archivio Diaristico Nazionale, l’artista ha selezionato quarantuno testimonianze diaristiche tra segni grafici, parole e frasi. Ne emerge un’opera composta da sei lastre vitree, montate su una struttura a forma di porta, tutto ciò intende riflettere non tanto sul concetto di memoria, quanto sul senso della dimenticanza, invitando a interrogarsi su ciò che resta della traccia e su come i nostri ricordi debbano essere esaminati con attenzione e cura per poter essere ben conservati.

Dall’osservazione del documentario e dalla lettura del volume emerge inoltre la questione se i ricordi messi in luce da Petrone confluiscano verso un significato unitario, sostenendosi reciprocamente, fino a indurci a riflettere sul fatto che il possesso di una memoria perfetta possa essere considerato un dono, più che una semplice abilità. Paradossalmente la mente dimentica per poter ricostruire, quindi l’accurata selezione di Petrone appare come un tentativo di dare forma al caos. Pertanto senza imporre un senso forzato, l’artista organizza un insieme di testimonianze, mostrando sulla stessa superficie il rapporto e l’equilibrata convivenza tra testimonianza, oblio e riscoperta. Così, la pubblicazione unisce due punti di vista, quello storico e personale rivelando una memoria al contempo vulnerabile e ricostruttiva. Inoltre, la scrittura del volume si rivela estremamente fluida, in quanto non impone alcuna traccia interpretativa al lettore bensì lo accompagna nell’alternanza tra testimonianze fotografiche e testi critici. Brani, questi ultimi talvolta brevi, con una sintassi spezzata e ricchi di libertà interpretative, volti a costruire un discorso frammentato e nelle cui parole rivelano affondi di intensa, audace e sensibile introspezione psicologica. Così, dopo una parte introduttiva, il volume si apre con i vivaci undici pensieri provenienti dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra questi v’è una riflessione apparentemente scritta di fretta, eppure profondamente incisiva, in quanto in una sola riga si racchiude l’intero senso della scrittura rispetto a quanto si vive quotidianamente: «Parliamo, tocchiamo, lasciamo tracce, prendiamo nota. Siamo fallibili». Per comprendere appieno l’opera presentata al Piccolo Museo del Diario, si dovrebbe partire proprio da questa frase, secondo cui essere vivi equivale a lasciare un segno, sia esso scritto su carta sia nella dinamica dello spazio e negli ambienti che occupiamo.

Ecco quindi che il lavoro di Petrone si rivela non tanto quello di un acuto selezionatore di memorie, quanto piuttosto uno sguardo sottile, mai ingenuo ma sempre lucido, capace di cogliere ciò che molti di noi ignorano o fingono di non vedere. Riuscendo ad analizzare la scrittura con tale profondità d’indagine, l’artista svela gli automatismi che, proprio nella forma diaristica, portano alla luce contenuti interiori profondi, talvolta di natura psicologica. Così si comprende quanto lo stesso sia capace di ricostruire e reinterpretare tali ricordi orientandosi nell’instabilità e confrontandosi con coloro che riconoscono nella scrittura un momento di sorprendente consapevolezza. Sfogliando il volume, tra le domande d’interesse, c’è certamente quella relativa alla necessità di raccogliere la memoria e come riproporla oggi, se reinterpretarla altrimenti mantenerla nella sua forma originaria. Il libro, infatti si sviluppa attraverso un processo di critica selettiva e intelligente rispetto a ciò che è stato scelto di pubblicare e trascrivere sulle lastre in vetro, mostrando così le continue tangenze tra i documenti e una pluralità di lessici davvero inedite. La pubblicazione, includendo memorie e talvolta riportando l’originale grafia degli autori, rivela una rara apertura verso testimonianze apparentemente marginali: si tratta di piccole appendici che si innestano in un corpo scrittorio molto più ampio, dettagli tutti capaci di rivelare note sull’autore e sulla sua emotività. Così si apre la questione non solo del rapporto con la memoria personale, ma anche con quella collettiva e con il modo in cui sarà letta e interpretata dai posteri. Si delinea uno scambio tra ciò di cui è rimasta traccia e la sua interpretazione futura, mentre la fase di studio e l’acuta lettura dei resoconti hanno permesso a Petrone e alla curatrice Guidoni di punteggiare il volume con luminose immagini e parole.

Dunque, la lettura della pubblicazione permette di comprendere più a fondo l’opera Se queste parole potessero parlare, tanto da concepirla non come un evento isolato, bensì come un tessuto che intreccia innumerevoli altri lavori, in specie nel caso dell’installazione In castigo. Generata anche questa come un lavoro liminale, l’opera ha la forma di una lavagna, come se fosse la soglia di accesso a un territorio che attende di essere interrogato. Così, se per alcuni l’arte è il luogo del disinganno, con Petrone si trasforma in fonte di verità, concependo la scrittura e la memoria come le sue reali e tangibili tracce. Consapevole che le metafore, in ogni forma artistica, non bastano a incidere i contenuti, l’artista lascia che la scrittura splenda di per sé, facendo della parola un luogo vivo, dove memoria, esperienza e immaginazione prendono forma. Così, proprio come accade ogni volta che ricordiamo, anche in questo caso la mente ricostruisce il passato secondo una storia plausibile e non come un film realistico. Allo stesso modo nella pubblicazione, così come nel documentario, la vivida voce narrante di Petrone emerge come una traccia simbolo della libertà di una instancabile ricerca volta a convincerci che in realtà ricordando tutto è impossibile pensare.
Francesco Petrone e Chiara Guidoni, è stato meraviglioso, 2025
Aguaplano Libri, Perugia



