BOLOGNA | LABS Gallery | Fino al 15 settembre 2025
di GIULIA GORELLA
Fringe è una parola inusuale per un titolo. È una parola polisemica, ambigua. Ma il significato che più ci interessa in questa sede è quello di “soglia”; un’area separata e al limite di qualcosa di sconosciuto. Fringe è per la curatrice Marta Orsola Sironi, un termine evocatore di possibilità, di sensazioni e di spazi ancora da immaginare. Fringe ci richiama immediatamente all’idea di spazio diviso, segmentato, che racchiude in sé i concetti di confronto e di diversità.

Per affrontare queste suggestioni immense e eterne, vari artisti provenienti da tutto il mondo, grazie alla curatrice Marta Orsola Sironi, hanno raccolto ed esposto le loro opere al Labs Contemporary Art di Bologna, in via Santo Stefano 38, permettendo così al pubblico di curiosi e appassionati di esplorare a fondo queste tematiche, da molteplici punti di vista che cambiano spesso in base al genere e all’appartenenza geografica, ma anche e in ogni caso in base all’esperienza, alla formazione, e alle influenze sperimentate dagli artisti in questione, che sono: Agnieszka Mastalerz, Alexei Izmaylov, Amba Sayal-Bennett, Dionysis Saraji, Hannah Morgan, Hoa Dung Clerget, Luca Rubegni, Paula Santomé e Ty Locke – artisti emergenti ma già in grado di far riflettere a lungo attraverso i loro lavori, i quali spaziano tra pittura, scultura e video arte, creando così un percorso che rispecchia le zone di margine (geografiche e mentali o spirituali), e immerge il pubblico in un non-luogo di transizione dove è possibile interrogarsi sulla tensione tra identità individuale e memoria collettiva.

Uno degli artisti esposti è l’italiano Luca Rubegni (n. 1993, Roma), pittore residente a Parigi la cui pratica si muove tra il poetico e il teatrale, l’intimo e il simbolico. Le sue tele accolgono oggetti quotidiani — vasi, fiori, frammenti architettonici, tessuti orientali, riferimenti a vecchie campagne pubblicitarie e loghi vintage — disposti in composizioni sceniche e oniriche che evocano una quiete sospesa, quasi metafisica. Questi oggetti diventano portali verso un altrove immaginato, offrendo conforto psicologico ed evasione. Appassionato di letteratura e mito, Rubegni attinge a leggende antiche, romanzi e poesie per costruire un’iconografia personale. I suoi dipinti sfumano il confine tra memoria e immaginazione, trasformando motivi familiari in nuove narrazioni. Attraverso l’uso vibrante del colore e accostamenti visivi inaspettati, crea un linguaggio estetico che gli è assolutamente proprio. Rubegni esplora l’interazione tra immagine e racconto, invitando lo spettatore in uno spazio dove realtà e fantasia si dissolvono silenziosamente. In bilico in uno stato di quiete metafisica, i suoi dipinti funzionano come poesie visive: spazi sospesi in cui la memoria non si limita a rappresentare, ma si mette in scena. Il suo linguaggio pittorico invita a sostare nell’interstizio tra immagine e narrazione, immaginazione e orientamento.

Restando in tema di mitologia, Paula Santomé è un’artista visiva la cui pratica spazia tra disegno, scultura e rilievo, le cui tematiche affondano radici nei miti classici. Nei suoi bassorilievi in alluminio infatti, Santomé reimmagina figure femminili mitologiche e religiose – come Pandora e Dafne – collocandole all’interno di un contesto contemporaneo. Queste opere mettono in discussione le narrazioni patriarcali, attribuendo a queste icone nuova agency e modalità di resistenza. Attraverso un linguaggio visivo poetico, l’artista indaga le regole restrittive imposte nelle relazioni intime, nelle comunità, negli stati, nelle aziende e nell’ambiente naturale. La serie del 2023 The Felling of Daphne presenta forme in alluminio goffrato a mano che raffigurano figure sospese tra identità imposte dall’esterno e un desiderio urgente di liberazione, rispecchiando le difficoltà che le giovani donne affrontano oggi nel confrontarsi con le aspettative sociali. La goffratura dell’alluminio affascina Santomé non solo come tecnica tradizionale, ma anche come metafora del suo impegno critico nei confronti dei valori antichi e tradizionali. Nella sua pratica artistica, reinterpretare metodi storici diventa un esercizio di riflessione sulla necessità di rivedere e trasformare quei valori, adattandoli alle realtà contemporanee. Questo processo non è meramente estetico o tecnico, ma profondamente sociopolitico: mette in discussione le norme consolidate e favorisce un dialogo tra passato e presente.
Sebbene la sua serie non faccia riferimento a un mito specifico, nasce dall’immaginario mitologico che abbiamo ereditato: il mito come strumento originario di comunicazione, un modo per spiegare il mondo prima dell’avvento della scienza. Nella mitologia greco-romana – la più influente nella cultura occidentale – i racconti affrontano emozioni umane primordiali e spesso contraddittorie: desiderio, paura, rabbia, vendetta. Per secoli, hanno rappresentato il fondamento su cui la società ha costruito la propria visione del mondo. Santomé compie un’operazione molto simile a quella che Christa Wolf intraprende nei suoi ultimi scritti attraverso l’engagement con il mito antico, offrendo una prospettiva potente per esaminare la voce, l’agency e la responsabilità storica in condizioni di repressione. In “Cassandra” (1983) e “Medea. Voci “(Medea: Stimmen, 1996), Wolf restituisce a queste figure leggendarie una complessità umana, liberandole dai ruoli marginali o mostruosi. Le loro lotte interiori illuminano il peso della conoscenza – e del dire la verità – in un mondo che si rifiuta di ascoltare.

Passiamo ora a Hoa Dung Clerget, artista franco-vietnamita con base a Londra. La sua pratica multidisciplinare si estende tra pittura, scultura, installazione, artigianato e performance. Al centro della sua ricerca vi è la trasformazione degli oggetti domestici per esplorare temi come la memoria, la trasmissione culturale e l’identità diasporica. Hoa Dung Clerget realizza installazioni e oggetti che indagano il lavoro delle donne immigrate, la sottocultura della Nail Art e le microsocietà che si formano nei saloni di bellezza. In quanto parte della diaspora vietnamita, le sue opere riflettono un rapporto diretto con l’ecosistema del nail salon, cercando di dare forma tangibile al lavoro delle donne della sua comunità. L’obiettivo è spostare la percezione pubblica dell’industria della bellezza e dell’arte popolare radicata nella quotidianità.
Trattando il gel polish come mezzo pittorico, Clerget mette in discussione lo status convenzionale di questa forma all’interno della pratica artistica contemporanea. Al centro del lavoro di Clerget vi sono temi come lo sradicamento, la tensione tra bellezza e tossicità, tra sicurezza e precarietà, tra interiorità ed esteriorità. L’artista indaga le architetture invisibili della cura, della bellezza e del lavoro diasporico. La sua pratica rivendica la decorazione come forma di resistenza, trasformando le superfici effimere della Nail Art in topografie durature di memoria e sopravvivenza culturale. I fiori realizzati in smalto dall’artista si aprono per rivelare due tipi di scene: da un lato, centro convegni o ricreativi; dall’altro, immagini di donne asiatiche nude e colte in momenti intimi. La prima serie, riproposta anche nel video Chinoiserie (UK Next Top Nails), esplora i momenti di ritrovo delle comunità migranti a Londra. Nel video assistiamo all’incontro annuale della comunità vietnamita della capitale britannica, riunita per una competizione di Nail Art. Partendo dalla teoria dell’Orientalismo di Said, Hoa Dung Clerget si confronta con la reinterpretazione femminista e antropologica del termine proposta da Anne Anlin Cheng in Ornamentalism (2019). Come spiega Cheng, lo sguardo occidentale non si limita a le culture orientali, ma plasma ontologicamente la donna asiatica come oggetto ornamentale, appesantendola di qualità come la bellezza, la delicatezza e la grazia inaccessibile, spesso assimilate ai materiali tipici della produzione artistica dell’Asia orientale, come seta, ceramica e lacca. Il formato delle opere, con le piccole scene velate tra petali perlati, colloca lo spettatore in una posizione di voyeur, mettendo in discussione il nostro stesso modo ambiguo di rapportarci alle dinamiche di razzializzazione e sessualizzazione. La sua pratica trasforma superfici storicamente segnate dalla feticizzazione in luoghi di critica e resistenza. Così facendo, Clerget non solo mette in discussione le nozioni riduttive di femminilità asiatica, ma rivendica anche l’ornamento come un potente linguaggio visivo e politico.
Ora veniamo all’artista la cui opera avete visto come immagine di copertina di questo articolo ovvero, Alexei Izmaylov, artista e curatore con base a Londra, la cui pratica “gioca a ping-pong tra creazione di immagini e scultura.” L’umorismo e un uso consapevolmente irriverente dei materiali sono caratteristiche distintive del suo lavoro, che attinge a una vasta gamma di riferimenti: cultura contemporanea, immaginario pop, design industriale, moda, psicologia e sociologia. Realizzati a partire da componenti originali e materiali di origine industriale, gli oggetti scultorei di Izmaylov veicolano assurdità, desiderio e critica. Queste opere sfumano spesso il confine tra funzione e inutilità, generando una tensione giocosa che mette in discussione sistemi di valore e significato. Al centro della sua pratica vi è un’esplorazione dell’agency – come si esprime, si incarna, si interrompe. Attraverso estetiche queer e gesti performativi, Izmaylov riconfigura frammenti del passato per aprire nuove possibilità di identità, memoria e appartenenza. Sotto l’umorismo si cela un impulso persistente verso la trasformazione e la reinvenzione.

L’opera Safety Tethers, è realizzata con materiali tipici dell’interior design e presenta creature ibride, ispirate alla figura familiare dell’orsacchiotto, accessoriate con corde e moschettoni, adatte tanto a essere esposte sdraiate quanto ad essere sospese. Morbidi e flosci, questi orsetti rimandano al concetto di oggetto transizionale di Winnicott, ovvero quell’oggetto che segna il passaggio in cui il bambino inizia a comprendere la differenza tra sé e non-sé. I genitali ermafroditi di cui sono dotati, li rendono al tempo stesso umoristici, teneri e al tempo stesso politicamente caratterizzati. Questi orsi diventano pretesti per riflessioni su genere, gioco e psicoanalisi, quasi feticci dell’”ideologia gender” – spaventapasseri per sguardi bigotti. Il titolo fa riferimento ai guinzagli per bambini – guinzagli elastici o retrattili commercializzati ai genitori come “opzioni sicure” per controllarli in pubblico. Questo gioco di significati doppio significato aggiunge un ulteriore livello di ironia: controllo travestito da cura, affetto legato alla sorveglianza.
Gli orsi, nella loro presenza silenziosa e accasciata, fanno oscillare i visitatori tra comfort e disagio, umorismo e resistenza. Sono oggetti transizionali nel senso più autentico: non solo segnano un passaggio, ma inventano un passaggio – tra corpo e simbolo, identità e ambiguità, contenimento e relazione. Forse anche loro contemplano ora lo spazio in cui si trovano, ora le altre opere che li circondano e forse persino i visitatori che – divertiti e straniati – li fotografano e posano con loro.
FRINGE
A cura di Marta Orsola Sironi
Artist*: Agnieszka Mastalerz, Alexei Izmaylov, Amba Sayal-Bennett, Dionysis Saraji, Hannah Morgan, Hoa Dung Clerget, Luca Rubegni, Paula Santomé e Ty Locke
14 giugno – 15 settembre 2025
LABS Contemporary Art
Via Santo Stefano 38, Bologna
Orari: 10.00-13.00, 15.00-19.00 dal martedì al sabato o su appuntamento.
Per il mese Agosto galleria aperta solo su appuntamento.
Info: +39 051 3512448
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