Mimmo Jodice. Mediterraneo, veduta parziale della mostra, Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi, Matera Foto © Andrea Laudisa

Il Mediterraneo come esercizio dello sguardo: Mimmo Jodice a Matera

MATERA | Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi | Fino all’8 novembre 2026

di ALESSIA PIETROPINTO

Ci sono mostre che abitano uno spazio espositivo e altre che sembrano attendere, per anni, il luogo capace di comprenderle fino in fondo. Mediterraneo, il ciclo fotografico che ha consacrato Mimmo Jodice tra i protagonisti assoluti della fotografia europea contemporanea, appartiene alla seconda categoria.
Palazzo Lanfranchi, affacciato sul margine dei Sassi come una soglia dalla quale la città continua a interrogare la propria storia, accoglie oggi ottantatré opere che restituiscono la complessità di una ricerca durata decenni, offrendo a Matera qualcosa di più di una grande esposizione monografica: un’occasione per riflettere sul significato stesso dell’abitare il Mediterraneo, inteso non come geografia, ma come condizione culturale, memoria condivisa e spazio simbolico nel quale il passato continua a produrre immagini del presente. La mostra, curata da Carlo Sala e promossa dall’Unità di Missione per la Cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo allargato del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Comune di Matera, la Fondazione Matera Basilicata 2019, il MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia, lo Studio Jodice e i Musei Nazionali di Matera, si inserisce nel programma di Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026, assumendo un valore che supera la dimensione espositiva per trasformarsi in una dichiarazione culturale e politica sulla centralità del Mediterraneo quale luogo di incontro, di stratificazione e di continua riscrittura della memoria.

Mimmo Jodice. Mediterraneo, veduta parziale della mostra, Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi, Matera Foto © Andrea Laudisa

Entrare nelle sale di Palazzo Lanfranchi significa confrontarsi con una ricerca fotografica che, fin dagli esordi, ha scelto di sottrarsi alla dimensione dell’evento per interrogare quella della permanenza. Se la fotografia è stata a lungo interpretata come il linguaggio dell’istante, Mimmo Jodice ne sovverte radicalmente il presupposto, costruendo immagini in cui il tempo smette di coincidere con il momento dello scatto e diventa materia complessa, stratificata, capace di accogliere epoche differenti all’interno della stessa visione. È questa sospensione a conferire a Mediterraneo una sorprendente attualità: le opere realizzate tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta continuano, infatti, a sfuggire a qualsiasi collocazione cronologica, imponendosi come immagini che appartengono più ai processi della memoria che alla documentazione della storia.
Templi, statue, mosaici, colonne e volti scolpiti nel marmo e nel bronzo cessano di essere semplici testimonianze dell’antico per diventare interlocutori del presente. È qui che si manifesta la forza del lavoro di Jodice: trasformare la fotografia in uno spazio di mediazione tra ciò che la storia ha custodito e ciò che il nostro sguardo continua a cercare. L’archeologia perde così il carattere della distanza e della conservazione per rivelarsi materia ancora capace di produrre pensiero, dimostrando come ogni immagine sia destinata a cambiare insieme a chi la osserva.
In questa prospettiva il lavoro di Jodice appare sorprendentemente lontano da qualsiasi tentazione documentaria: ogni fotografia nasce da un luogo reale (Paestum, Pompei, Cuma, Baia, la Grecia, la Tunisia, la Turchia, la Libia), eppure, nessuna immagine rimane ancorata alla geografia da cui proviene. L’identità del sito archeologico viene progressivamente dissolta da un rigoroso lavoro di sottrazione visiva in cui vengono meno i riferimenti spaziali, in cui si annullano le coordinate temporali, in cui ogni elemento superfluo viene eliminato fino a lasciare soltanto ciò che possiede ancora la capacità di parlare attraverso i secoli. È una fotografia che procede per essenzializzazione, quasi per scavo, come se anche il linguaggio visivo dovesse attraversare un processo archeologico prima di restituire l’immagine definitiva.

Mimmo Jodice. Mediterraneo, veduta parziale della mostra, Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi, Matera Foto © Andrea Laudisa

Osservando da vicino gli Atleti della Villa dei Papiri di Ercolano o la celebre serie delle Danzatrici, si comprende come il lavoro di Mimmo Jodice non sia rivolto alla rappresentazione dell’antico, ma alla ridefinizione del nostro rapporto con esso. Qui, la luce, agisce come uno strumento critico prima ancora che formale: ricostruisce i volumi, interrompe la fissità del marmo, restituisce ai volti una tensione umana che sfugge alla monumentalità della scultura classica. È in questa continua negoziazione tra luce e ombra che la camera oscura diventa il luogo in cui l’immagine acquisisce il proprio significato definitivo, lasciando la fotografia affermarsi come processo interpretativo capace di trasformare il patrimonio archeologico da oggetto di contemplazione in esperienza visiva e intellettuale. Gli Atleti e le Danzatrici smettono allora di appartenere esclusivamente alla storia dell’arte antica per entrare in un tempo nuovo, quello dello sguardo contemporaneo.
Proprio questa capacità di trasformare l’elemento materico in emozione costituisce il nucleo più profondo della poetica di Mimmo Jodice. Le sue statue non appaiono mai monumentali nel senso tradizionale del termine, al contrario, acquistano una vulnerabilità inattesa. I volti bronzei sembrano attraversati dalla malinconia, dalla dolcezza, dalla nostalgia; l’Apollo di Baia assume la delicatezza di un volto contemporaneo; Demetra e Atena cessano di rappresentare divinità lontane per restituire espressioni che appartengono all’esperienza umana universale. La classicità perde ogni retorica celebrativa e torna a essere un linguaggio dell’emozione, un archivio di sentimenti ancora leggibili. È probabilmente questo il più grande merito di Mediterraneo: ricordarci che il patrimonio archeologico non è composto da pietre, ma da sguardi.
Ed è qui che Matera smette di essere soltanto il luogo che ospita la mostra per diventare parte integrante del suo discorso. Esiste infatti una consonanza profonda tra la fotografia di Jodice e la città lucana, una vicinanza che va oltre la semplice suggestione estetica.

Mimmo Jodice. Mediterraneo, veduta parziale della mostra, Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi, Matera Foto © Andrea Laudisa

Matera è una città costruita sulla permanenza del tempo, sulla capacità della pietra di trattenere le tracce di ogni civiltà che l’ha attraversata. Le sue architetture, modellate dalla luce e continuamente riscritte dall’ombra, condividono con le fotografie di Jodice la stessa qualità sospesa, la stessa appartenenza a una dimensione nella quale il passato continua a convivere con il presente senza mai diventare nostalgia. Passeggiare nei Sassi dopo aver attraversato la mostra significa riconoscere che le immagini non sono rimaste all’interno del museo, bensì continuano fuori, nelle pareti tufacee, nelle scale consumate, nei vuoti che interrompono la continuità della roccia e trasformano il paesaggio urbano in un’immensa stratificazione della memoria.
Una collocazione geografica, dunque, significativa per quella che potremmo definire una condivisione della concezione temporale: un tempo che non procede per successione lineare, bensì per sedimentazione, un tempo in cui ogni epoca continua a vivere dentro quella successiva senza dissolversi mai completamente. In questo modo la mostra si trasforma così in un esercizio di consapevolezza, in un invito a riconoscere che il Mediterraneo non coincide con il mare che separa le terre, bensì con quella memoria comune che continua a unire popoli, culture e immagini attraverso i secoli.
Lasciando Palazzo Lanfranchi resta proprio una consapevolezza destinata ad accompagnare il visitatore ben oltre il tempo della mostra: il Mediterraneo di Mimmo Jodice non è un archivio della memoria, bensì un esercizio dello sguardo. Le sue fotografie dimostrano che il patrimonio culturale smette di essere eredità nel momento in cui viene soltanto contemplato, tornando, invece, ad essere esperienza quando ancora riesce a modificare il nostro modo di abitare il tempo.
È forse questa la qualità più rara del suo lavoro, trasformare la fotografia da immagine del passato in luogo del pensiero.

Mimmo Jodice. Mediterraneo
a cura di Carlo Sala
promossa da Unità di Missione per la Cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo allargato del Ministero della Cultura
in collaborazione con Comune di Matera, Fondazione Matera Basilicata 2019, MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia, Studio Jodice
consulenza scientifica Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
nell’ambito di Matera e Tétouan Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo 2026

7 luglio – 8 novembre 2026

Musei Nazionali di Matera – Palazzo Lanfranchi
Piazza G. Pascoli 1 (Centro Storico), Matera

Orari: tutti i giorni 9.00-20.00; martedì 14.00-20.00; ultimo ingresso alle ore 19.00
Ingresso: adulti €10.00; cumulativo valido per 2 giorni per tutte le sedi del Museo Nazionale €15.00; abbonamento annuale valido per tutte le sedi del Museo Nazionale €25.00; studenti (per ogni sede del Museo Nazionale) €2.00; sotto i 18 anni gratis; dai 18 ai 25 anni €2.00; militari, forze dell’ordine, giornalisti, accademici gratis

Info: www.museonazionaledimatera.it

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