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La personale di Deborah Ligorio in corso da Francesca Minini parte da una considerazione che sorge, come tutto il suo lavoro, da una ricerca che si fa profonda esperienza, viaggio, osservazione, ricognizione antropologica alla ricerca dell’altro, la cui alterità non è macchiata da ordinario esotismo ma costruita da un mosaico i cui pezzi sono trovati, accostati, ricomposti e metabolizzati da un pensiero sottile e dilatato nel tempo. Poi non così diverso, come racconta Ligorio, è il risultato di «un’idea che si fa strada tra ricerche e letture» e trova riscontro nel viaggio, prima, prende corpo in studio, poi, e diventa organica in galleria dove oggetti, video, foto, assemblage sono una cosa sola e partecipano a quel cambiamento di cui gli oggetti stessi portano testimonianza: slittamenti di senso, sostituzione d’uso, tra essere e apparire…

Francesca Di Giorgio: Poi non così diverso, il titolo della tua personale in corso da Francesca Minini, sembra una considerazione posteriore ad una scoperta, ad una presa di coscienza…
Deborah Ligorio: Pensando a un dentro e a un fuori, mi sono imbattuta in un viaggio alla ricerca dell’altro. Non essendo, infine, riuscita a trovare un fuori ho osservato piuttosto che i pochi esempi rimasti di società apparentemente lontane e diverse sono in ogni modo coinvolte dai flussi del libero mercato.

Installazione di oggetti, video, montaggi su carta… Che tipo di intervento hai realizzato negli spazi della galleria? Secondo quale “logica” avviene l’accostamento degli oggetti?
Le sequenze di oggetti e immagini vivono nella dicotomia dell’essere e dell’apparire o diversamente secondo osservazioni poetiche e critiche. Ho messo assieme oggetti e filmati recuperati durante il viaggio con oggetti di design che possono sembrare etnici, altri sono invece ispirati a cose viste durante il viaggio ma creati in studio. Lo stesso avviene per i montaggi su carta che legano dettagli di una serie di miei scatti fotografici con ritagli da riviste patinate attuali e d’epoca.

In riferimento all’incontro degli oggetti – una vera e propria invasione sulla scia del così detto progresso – hai parlato di slittamento e sostituzione all’interno delle sfere culturali di appartenenza…
Un’esempio è la bottiglia di plastica che viene sostituita alla tradizionale borraccia ricavata da una zucca seccata. In questa semplice sostituzione entrano in gioco dinamiche complesse come l’assimilazione culturale o lo smaltimento ambientale. Attivando uno slittamento che va dalla condizione di dignitosa autosufficienza allo stato di povertà.

Video, fotografia, collage, pittura e installazione, da considerarsi come manifestazione organica di una ricerca artistica composita: qual è il tuo modo d’operare e quali i tempi che lo scandiscono?

Per questa mostra, come spesso nel mio modo di lavorare, un interesse e un’idea si sono fatti strada tra letture e ricerche. Hanno trovato risposta in un viaggio nel quale ho raccolto esperienze, oggetti e immagini, che hanno poi preso altra forma in un periodo di lavoro in studio. Infine nello spazio della galleria ho definito gli oggetti e i video, come la vela e il sonoro in dei corpi strutturati.

Da un punto di vista concettuale tornano molti elementi che caratterizzano il tuo lavoro, quello narrativo mi spinge a chiederti chi sono le donne di cui racconti il voltarsi in risposta al tuo gesto di tirare fuori la macchina fotografica…
Sono donne Hamar, uno dei gruppi etnici che abitano la regione della Valle dell’Omo, nel Sud dell’Etiopia. In questa zona – una volta parte della cinta verde, la fascia di foresta tropicale che cinge la terra – vivono numerose tribù indigene. Questa ricerca sul campo sarebbe potuta avvenire allo stesso modo tra le tribù del Brasile o delle Filippine. Il fatto che io sia riuscita a raggiungere la Valle dell’Omo con molta più facilità è uno dei segnali dell’ancora più rapido cambiamento di questi territori.

La mostra in breve:
Deborah Ligorio. Poi non così diverso
Via Massimiano 25, Milano
Info: +39 02 26924671
www.francescaminini.it
Fino al 24 Luglio 2010

In alto:
Poi non così diverso, 2010, exhibition view at Francesca Minini, Milano. Photo Agostino Osio

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