SALERNO | GALLERIA PAOLA VERRENGIA | FINO AL 31 MAGGIO 2025
Nel potente progetto presentato da Maria Elisabetta Novello alla Galleria Paola Verrengia di Salerno, il Vesuvio e, con lui, le varie finestre aperte da Giacomo Leopardi con la sua «lenta ginestra», sono luoghi – fisici e metaforici – attraversati con intelligenza (intuizione), lambiccati e poi anche rimodellati secondo dinamiche linguistiche che spostano continuamente l’emotività da una nuda immediatezza del dato a un quadro immaginifico, dove una realtà polverizzata o anche impressa su morbide superfici di piombo diventa ulteriorità, Zündkerze capace di trasportare il pubblico verso tracce, sottintesi, obliquità, slanci, brecce o anche accenni a qualcosa che c’è e che deve essere rivissuto sotto sottili linee sineddotiche e sotto i venti percettologici della pura sensazione.
Con Là dove il sentiero si perde, l’artista elabora infatti uno spostamento in cui la mimeticità lascia il posto a una residualità che non solo conserva al suo interno la forza magnetica della materia originaria, ma riesce anche a condensarla e infine a slittarla, a traslarla, a trasferirla in un ambiente altro (quasi idea dell’idea goethiana che si presenta sempre come un ospite straniero – ein fremder Gast), fatto di rimandi cromatici, di tracce, di morbide stratificazioni.

«Il materiale che uso è importante e fa parte del lavoro, ma prima viene il pensiero», puntualizza l’artista in un’intervista rilasciata a Matteo Galbiati e pubblicata su Espoarte l’11 novembre 2013, in occasione del Blumm Prize Art in progress | U40. «Con il pensiero, poi, seguono l’azione, il processo, l’opera».
Mossa dal desiderio di ridare nuova vita e nuova forma alle cose, Novello lavora – mi pare – con la lingua speciale degli inizi e delle fini (degli indizi) che, sulla via del Θαυμαζειν (in greco antico thaumazein vuol dire meravigliarsi, stupirsi), diventa appunto atto linguistico – costruzione di linguaggio – mediante il quale ridisegnare il disegno del mondo.

In questa sua nuova e impeccabile personale da Paola Verrengia, la mostra è a cura di Stella Cervasio e Renata Caragliano, l’artista parte da una imprescindibile fase riflessiva legata alla natura, e in particolare a come la natura si riadatti e rigeneri, per poi virare verso un discorso che abbraccia ad ampio raggio la vita delle piante, la loro capacità di resistere a situazioni estreme (Andrea Zanzotto non a caso ha scritto che anche nella discarica può nascere un fiore) e di evolvere o anche involvere per mostrare la saggezza tellurica – indisciplinata e interdisciplinata – del mondo. «Il mio interesse in questo momento è rivolto a quelle piante endemiche, ovvero solo di quel territorio, piante in grado di percepire i mutamenti e di adattarsi all’ambiente che le circondano», si legge in una bozza progettuale. «La pianta impara a resistere e lascia questa conoscenza alla generazione successiva (figlia) adattandosi persino in un ambiente complesso come il vulcano. Fino a quando ci sarà un limite possibile di vita, le piante si adatteranno e produrranno dei figli sempre più adatti a quell’ambiente».

Dopo un primo momento riflessivo sulla vita delle piante, segue uno più strettamente investigativo, legato all’acquisizione di materiali: e non a caso il 5 aprile 2024 l’artista si reca sulle pendici del Vesuvio per scattare delle fotografie, raccogliere materia vulcanica, registrare una preziosa azione time specific. Il tutto è poi scomposto e portato sul piano della formalizzazione: la continuità dello spazio è frammentata, il tempo è riorganizzato secondo una logica fatta di costanti corrispondenze, la materia è condotta in un sistema i cui mezzi espressivi si muovono sulla base di relazioni e dipendenze interne per trasferire l’idea e dar vita a raffinati (e devo dire davvero raffinati) dispositivi.
Tutto è perfetto, tutto è cristallino, tutto è collocato con attenzione in questa personale che ha il sapore d’un canto poetico, di qualcosa (naturante e naturato) che ci fa sentire cosa possa contemplare la contemplazione.
Ad aprire la mostra, da man sinistra, è una carta che gioca tautologicamente sul segno (sull’immagine grafica) della ginestra e la ginestra reale, seguita da una piccola teca con polvere grigiognola, chiaro rimando alla cenere del Vesuvio, dove si legge la virgola gialla, cruda, intensa, sfarinata, d’un fiore che Leopardi ha accostato al deserto. In un trittico che disegna il profilo dello «sterminator Vesevo» – queste opere si chiamano tutte Paesaggio (2025) – lo stesso giallo sembra tracciare una certa qual forza magmatica, un movimento che sembra addolcire il mantello terrestre.

Due splendide lastre di piombo che registrano, mediante processo fisiografico (le curatrici della mostra ricordano che «l’artista le definisce “bioscritture”») steli o fiori di ginestra sono d’un’eleganza disarmante, proprio come l’avvolgente gigantografia fotografica – stampata su stoffa – che si estroflette metaforicamente verso l’ambiente con l’inserimento, sul pavimento, di pietre vulcaniche. Accanto a questi lavori e al video time specific, alcune foto (l’artista è a volte presente con il proprio corpo) lasciano scivolare di mano gli occhi per far ricadere lo sguardo sulla schiena desolata del vulcano.
C’è un libro d’artista, infine, che racconta per immagini – gli scatti indicano al loro interno momenti precisi (Vesuvio 05 aprile 2024, 13:22:05 o Vesuvio 05 aprile 2024, 13:50:56) – il momento che diventa titolo, Sopralluoghi: e questo titolo, così piacevolmente elegiaco, sembra quasi riaprire la mostra, farcela vedere da un’altezza nuova, farci sentire tutto quello che si può dire quando alle parole si toglie la voce.
Maria Elisabetta Novello. Là dove il sentiero si perde
a cura di Renata Caragliano e Stella Cervasio
23 marzo – 31 maggio 2025
Galleria Paola Verrengia
Via Fieraveccia 34, Salerno
Orari di apertura: dal martedì al sabato, ore 16:30-20:30
Info: +39 089 241925
www.galleriaverrengia.it



