Matteo Attruia, VITE, 2026, installation view, Parco Sculture Todini, Todi. Foto Clikkami

Todi, un’estate nell’armonia “contemporanea”

TODI (PG) | Luoghi vari | Fino al 31 luglio 2026
TODI (PG) | Tenuta Todini | Dal 23 maggio 2026

di MATTEO GALBIATI

Todi, un’estate nell’armonia “contemporanea”

TODI (PG) | Luoghi vari | Fino al 31 luglio 2026

TODI (PG) | Tenuta Todini | Dal 23 maggio 2026

di MATTEO GALBIATI

Due progetti – uno permanente e destinato a crescere nel tempo diventando una collezione a cielo aperto, l’altro costituito da una mostra collettiva temporanea che, ispirata alle due emblematiche figure di San Francesco d’Assisi e Jacopone da Todirendono protagonista, grazie all’appassionata regia critica e curatoriale di Massimo Mattioli, l’arte contemporanea in alcuni luoghi di spicco di Todi (PG). Due felici appuntamenti concomitanti con la loro comune ragion d’essere nella lettura del territorio e delle sue anime più significanti, reinterpretate e ri-assegnate al nostro sguardo con nuove possibilità di riflessioni e considerazioni. Del resto l’arte contemporanea, nelle intenzioni di Mattioli e degli altri organizzatori che l’hanno sostenuto, vuole proprio essere istanza di riflessione, punto di riavvio per rianimare nell’oggi la sensibilità della nostra percezione identitaria dei luoghi, dei loro tempi, delle loro storie, che spesso percepiamo immoti e immutati. L’arte attuale diventa allora potente evidenziatore dis-equilibrato con cui intraprendere questo passaggio trasfigurante.

MYSTICA VISIO. San Francesco, Jacopone e le arti, 2026, installation view, Todi. Foto Mystica Visio

Iniziamo il nostro viaggio di scoperta dall’ambiziosa intenzione di Mystica Visio. San Francesco, Jacopone e le arti di provare a mettere al centro della nostra intuizione l’invisibile e dichiararlo come forma costituente della materia tangibile. Sappiamo essere numerose le immagini i cui autori le hanno prodotto non solo perché semplicemente fossero osservate, ma piuttosto venissero attraversate. Qui avviene e si verifica il passaggio successivo: l’apertura di una soglia, prima latente e ora manifesta. Le opere aprono soglie laddove e quando la nostra percezione smette di essere mera registrazione del visibile e diventa esperienza. In questo senso la mistica appartiene a tale spazio d’azione: non è mai una fuga dalla realtà, ma una sua intensificazione oltre i suoi stessi limiti. È il momento, come dicevamo, in cui la materia lascia intuire un’eccedenza, rivelando che ogni forma è custode di qualcosa che poi la supera nel suo stesso confine fisico.
Mattioli e gli artisti che ha chiamato per Mystica Visio. San Francesco, Jacopone e le arti hanno agito originando il loro dialogo da questa tensione. Non propongono una rilettura storica della spiritualità medievale attraverso la celebrazione inerte di due figure carismatiche, quasi mitologiche, come San Francesco e Jacopone da Todi, ma ne ricercano la sorprendente attualità attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. San Francesco e Jacopone, pur non essendosi mai incontrati, rappresentano due modalità complementari di abitare il mistero: il primo riconosce nella creazione una trama di relazioni profondissime e intensissime fondate sulla fraternità tra tutte le cose; il secondo attraversa il dolore, il limite e la contraddizione come luoghi privilegiati per aspirare alla rivelazione. Due prospettive solo apparentemente opposte, che sono accomunate dalla convinzione che la conoscenza più profonda nasca quando l’essere umano accetta di oltrepassare la superficie delle cose. Se poi pensiamo alla scienza contemporanea, questa è la prima a ricordarci – con il rigore di prove provate – che il reale non coincide con ciò che appare immediatamente al visibile: la materia, se osservata con altri strumenti o modalità nella sua dimensione più intima, è “solo” una relazione di energie in trasformazione continua. Allo stesso modo, la mistica medievale intuiva che il visibile fosse soltanto quella soglia, cui si accennava poc’anzi, che lascia accedere a una realtà più ampia. È proprio questo dialogo tra percezione e invisibile a diventare il cuore pulsante della mostra.

MYSTICA VISIO. San Francesco, Jacopone e le arti, 2026, installation view, Todi. Foto Mystica Visio

Le opere degli oltre 30 artisti presenti non illustrano né Francesco né Jacopone ma, in modo fitto e consecutivo, tra figura, paesaggio e cenni di astrazione, raccolgono l’eredità viva e pulsante delle loro tensioni spirituali che, tradotte nei parametri e nei perimetri delle loro ricerche estetiche attuali, si riconsegnano a noi e a noi diventano ancor più fruibili e vicine.
Ecco allora che Mattioli seleziona e inanella una sequenza agente di materiali poveri, superfici instabili, corpi vulnerabili, immagini sospese tra presenza e assenza, per raccontare le qualità inespresse di una materia che non è mai definitiva, ma è continuamente attraversata dal tempo, dallo spazio, dalle esperienze. L’indicazione di una certa semplicità dichiarante, pur non assertiva, coincide con un principio di “povertà” che diventa e vuole essere una scelta conoscitiva: sottrarre per rivelare, alleggerire per permettere all’essenziale di emergere.
Il percorso espositivo – anche con la giusta scelta di toccare luoghi diversi – costruisce una costellazione di opere, libere di essere accostate, ricordate e accettate secondo la sensibilità di ogni osservatore indotto a generare il proprio viaggio nella visione mistica, in cui il Medioevo non appare come una distanza storica, ma come una sorgente ancora capace di interrogare il presente con la validità aggiornata delle sue riflessioni e dei suoi contenuti tramandati.
Bisogna poi non trascurare nemmeno un altro dato che, non confinato alla scelta delle tecniche, dei linguaggi o delle espressività, è quello determinato dall’appartenenza generazionale assai diversa degli artisti. Il dato anagrafico dimostra come la spiritualità non appartenga solo a uno stile o a un codice espressivo, ma coincida con la capacità, vivissima e densa di energie, dell’arte di rendere visibile ciò che normalmente sfugge allo sguardo.

MYSTICA VISIO. San Francesco, Jacopone e le arti, 2026, installation view, Todi. Foto Mystica Visio

In questo senso Mystica Visio restituisce all’esperienza artistica una delle sue funzioni più profonde: non rappresentare il mondo, ma renderlo nuovamente percepibile e, allora, in un tempo saturo di immagini, ci invita a rallentare lo sguardo e a riconoscere quanto ogni forma sia la preziosa custode emancipata di una parte infinitesimale di quell’invisibile senza il quale tutto cesserebbe di esistere. Questo progetto in fondo ha una sorta di morale nobile: nell’oscillazione continua cui ci costringe, tra materia e trascendenza, tra fragilità e assoluto, tra finito e infinito, l’arte torna a rivelarci la sua verità più importante, non essere mai risposta, ma pratica di conoscenza.
Sebbene il progetto alla Tenuta Todini sia indipendente dalla mostra, essendo concepito per ripetersi con nuovi autori nel tempo, non se ne scosta troppo dalla logica: qui, nel luogo di produzione di vini nobili, è il paesaggio, con i suoi orizzonti sconfinati, ad essere un’opera aperta. Mattioli, la cui intuizione di impiantare una nuova progettualità di arte diffusa attiva nel paesaggio incontra lo stesso nostro favore per simili proposte, ha ben chiaro come certi luoghi, soprattutto se forti nell’identità come questo, non devono essere occupati dall’arte, ma ascoltati attraverso l’arte.

Matteo Attruia, VITE, 2026, installation view, Parco Sculture Todini, Todi. Foto Clikkami

Qui allora lascia che l’intervento creativo non interrompa il paesaggio, non lo fratturi con violenza, ma diventi un dispositivo armonico per ri-viverlo e ri-vederlo: le opere che ha accolto dagli artisti rendono percepibili le frequenze più profonde che sono naturalmente presenti e sedimentate in questo contesto di rara bellezza e dalle forti suggestioni. L’arte è un recettore utile per decifrare quello che il tempo deposita silenziosamente nella terra, nella luce, nelle stagioni e nella memoria del luogo. Il Parco Sculture Todini nasce da questa consapevolezza e agisce secondo questa prospettiva di orientamento: non è un semplice spazio espositivo all’aperto, ma è un organismo in continua trasformazione, capace di accogliere nuove presenze che devono crescere insieme a quel territorio che le accoglie e alle altre che le hanno precedute. Qui la scultura, come hanno saggiamente precisato  più volte durate la giornata inaugurale Luisa Todini, la figlia Olimpia Josi Todini (ideatrice del Parco) e lo stesso Massimo Mattioli, rinuncia all’idea di essere monumento per diventare mezzo di relazione. È un principio che crediamo fortemente sia giusto, assoluto, fondante e imprescindibile per progetti di questo tipo in virtù anche della salvaguardia dell’originalità di ogni proposta futura che mai sarà ripetizione, ma nuova esperienza.
Le prime due installazioni hanno come attori protagonisti gli interventi di Matteo Attruia e Silvia Ranchicchio, a loro spetta il compito di rendere chiara e visibile questa visione: da una parte la parola diventa dispositivo poetico capace di moltiplicare il significato, fino a coincidere con la vita stessa del luogo; dall’altra la materia si fa superficie riflettente, assorbendo cielo, colline, luce e stagioni in un’immagine mai definitiva nelle forme e nei contenuti.

Matteo Attruia, VITE, 2026, installation view, Parco Sculture Todini, Todi. Foto Clikkami

L’opera di Matteo Attruia nasce da un gesto di estrema essenzialità: è una sola parola, VITE, capace di trasformarsi in un dispositivo concettuale aperto. L’ambiguità linguistica tra la pianta coltivata nei filari e il plurale di vita non rappresenta un semplice gioco semantico, diventa superficie riflettente in cui linguaggio e paesaggio si incontrano. La vite è radice, coltivazione, memoria agricola e, allo stesso tempo, le vite sono, invece, l’insieme delle presenze – umane, animali e vegetali – che abitano e regolano gli equilibri del territorio. Attruia (presente nelle cantine delle botti anche con la scritta al neon QUI SO STARE) rende visibile questa corrispondenza profonda suggerendoci che qualsiasi paesaggio è, innanzitutto, una trama di relazioni. La sua opera non prova certo a descrivere questo ambiente, ma ne restituisce l’identità invisibile, quella che è nata – e continua a nascere – dall’intreccio tra natura, tempo e comunità. La sua parola specchiante diventa così quella soglia percettiva di cui abbiamo già parlato: non definisce un pensiero in maniera dogmatica, ma lo apre poiché invita naturalmente chi osserva a riconoscere come ogni esistenza – proprio come ogni vita/e – trovi significato soltanto nella propria capacità di generare legami e connessioni.

Silvia Ranchicchio, Tempus Mirabilis, 2026, Parco Sculture Todini, Todi . Foto Clikkami

In Tempus Mirabilis anche Silvia Ranchicchio costruisce una scultura che sembra sottrarsi alla logica dell’oggetto per avvicinarsi a quella del fenomeno. La sua presenza non si afferma attraverso il peso della materia, ma attraverso la capacità di accogliere ciò che continuamente le passa accanto e le riverbera sulle sue superfici. D’acciaio lucidato e con forme fluide, non vuole concepirsi come materiale concluso, ma rimanere sempre mutevole e cangiante nel pieno rispetto del mutare dello spazio-tempo del contesto in cui è inserita. Abbiamo visto come in una splendida giornata di sole – ma varrà lo stesso con condizioni meteo diverse – la scultura diventi una solerte membrana percettiva che annulla i propri limiti fisici specchiando la natura, il cielo cangiante di nuvole e azzurri, la variazione moltiplicata della luce.
L’opera, come abbiamo constatato, rinuncia all’identità stabile e assoluta della scultura-monumento per esistere in una continua mediazione con l’altrove che le vive attorno e di cui diventa parte e nuovo esito. Nuovamente e diversamente si rende palese l’equilibrio temporaneo che si percepisce tra spazio, tempo e osservazione. Le sue curvature non sono solo il suo profilo, non un gesto, ma corrispondono a un sentito ritmo naturale, sono il palpito esibito del respiro lento della terra. Chi la vede non deve poi solo ammirarla, ma gli è concessa come luogo in cui sostare per lasciar dilatare lo sguardo, sino a perderlo, verso l’orizzonte.

Silvia Ranchicchio, Tempus Mirabilis, 2026, Parco Sculture Todini, Todi . Foto Clikkami

Tempus Mirabilis è disponibilità all’ascolto, alla visione: nonostante il materiale e il colore, è discreta e non interrompe il paesaggio, ma ne rende percepibile la sua dimensione più intima, trasformando anch’essa la contemplazione in una forma di partecipazione.
Anche la presenza degli animali salvati e custoditi nella tenuta, la ricchezza di essenze arboree e fiori (in relazione anche con la figura di san Francesco) è termine della suggestione evocata dalla performance di Miltos Manetas. Ampliando il concetto stesso di comunità, Manetas ci dimostra che l’arte è un flusso di esperienze e riconosce che ogni forma di vita partecipa di un equilibrio comune e, così, la bellezza nasce anzitutto dalla qualità delle relazioni che sappiamo generare e riconoscere.
Il Parco Sculture Todini ha la volontà costituente di essere un laboratorio permanente in cui natura, pensiero e pratica artistica condividono lo stesso orizzonte. Qui il luogo invita a rallentare, sostare e osservare, ricordandoci che il paesaggio non è uno sfondo immobile, ma una materia vivente che continua a trasformarsi insieme a chi lo attraversa. Forse è proprio questa la funzione più profonda dell’arte contemporanea che incontriamo (e incontreremo) qui: non aggiungere immagini al mondo, ma restituire allo sguardo la capacità di riconoscere quelle che il tempo, pazientemente, continua a generare. Le opere non rappresentano il paesaggio, non lo omaggiano, non lo riproducono, ne condividono il respiro, accettando di mutare insieme ad esso.

Mystica Visio. San Francesco, Jacopone e le arti
a cura di Massimo Mattioli
promossa da Comune di Todi
con il sostegno di Regione Umbria
progetto patrocinato da Comitato Nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi
catalogo con testi di Davide Rondoni, Massimo Mattioli, Massimo Duranti, Bruno Ceccobelli, Giulia Pala

Artisti: AES+F, Giulia Apice, Agostino Arrivabene, Matteo Attruia, Corrado Cagli, Chiara Calore, Arturo Casanova, Bruno Ceccobelli, Edoardo Cialfi, Leonardo Dalla Torre, Francesco De Grandi, Gerardo Dottori, Rachele Frison, Giovanni Gaggia, Francesco Lauretta, Olga Lepri, Miltos Manetas, Antonio Marras, Alice Mattarozzi, Agapito Miniucchi, Ernesto Morales, Marco Pace, Chiara Peruch, Federica Poletti, Luca Pozzi, Paolo Pretolani, Domenico Purificato, Davide Serpetti, Marco Tirelli, Rossella Vasta, Nicola Verlato

24 maggio – 31 luglio 2026

Sala delle Pietre, Museo Civico e Tempio di San Fortunato, Todi (PG)

e

Parco Sculture Todini. (I edizione)
a cura di Massimo Mattioli
progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Perugia
con il contributo di Acciaierie Arvedi AST di Terni

Artisti: Matteo Attruia, Silvia Ranchicchio

Dal 23 maggio 2026

Tenuta Todini
Frazione Collevalenza, Todi (PG)

Info e visite su appuntamento: info@parcosculturetodini.it

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