LA SPEZIA ǀ NELLO STUDIO DI JACOPO BENASSI
di MATTIA LAPPERIER
Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.
Ci sono casi in cui lo studio d’artista non è semplicemente un luogo di produzione, ma uno specchio fedele, una mappa tridimensionale del pensiero di chi lo abita. In certi luoghi, la personalità dell’autore pare riverberare in ogni angolo, in ogni granello di polvere o dettaglio apparentemente trascurabile. Lo studio di Jacopo Benassi, alla Spezia, incarna questa simbiosi totale, spingendosi persino oltre: è quanto di più prossimo si possa immaginare a un’esternalizzazione del sé nello spazio. Non è solo un laboratorio, è un’estensione del corpo di Benassi, un’architettura del desiderio e del tormento, dove la ricerca artistica ed esistenziale collidono senza sosta.

A pochi passi dalla stazione ferroviaria, al piano terra di un edificio anonimo che a prima vista potrebbe apparire un fondo commerciale sfitto, Benassi ha collocato stabilmente lo studio. Le vetrate, schermate da una sorta di pudore o forse dalla necessità di proteggere un’oscurità fertile, celano un ecosistema complesso. Varcata la soglia, ci si ritrova in un labirinto di senso: due ampie stanze soppalcate ricolme di oggetti, una toilette che è diventata fondazione e un grosso tavolo da lavoro su cui assemblare sculture che portano i segni di una lotta fisica con la materia.

Dopo il Covid, Benassi ha scelto di vivervi stabilmente, trasformando lo studio in un eremo urbano. Qui, la vita professionale scivola in quella privata con una fluidità disarmante, al punto che distinguere il letto dal set, o il momento del pasto da quello della creazione, risulta un esercizio pressoché inutile. Lo spazio è stipato fino all’inverosimile: libri, cataloghi, telai, strumenti musicali, attrezzi e materiali di recupero creano un ingorgo visivo che impone un movimento cauto. Muoversi nello studio di Benassi significa urtare la sua memoria, inciampare nelle sue ossessioni. Eppure, in questo disordine apparente, vige un rigore metodico. Coadiuvato da una squadra di assistenti e frequentato da una fitta schiera di artisti, curatori e amici, lo studio è un porto di mare della cultura underground; un centro gravitazionale dove l’opera d’arte non è mai un oggetto finito, ma un processo in divenire.

Alzando lo sguardo verso i ripiani più alti degli scaffali, si scorge una muta processione di calchi in gesso. Figure a tuttotondo, capitelli e rilievi d’arte antica appaiono come candidi simulacri, spettatori silenziosi delle lunghe e faticose sessioni di lavoro dell’artista. Questi gessi, con la loro intrinseca fragilità, dialogano costantemente con quella tensione tra forza istintiva e ineluttabile vulnerabilità che da sempre contraddistingue la ricerca espressiva di Benassi. È un cortocircuito visivo: la classicità del canone che osserva la brutalità del presente.

Figlio della cultura underground e degli insegnamenti del fotografo Sergio Fregoso – l’amato maestro dal quale ha appreso il segreto di “scrivere con la luce” – Benassi ha progressivamente rimodulato il proprio rapporto con il mezzo fotografico. Se la fotografia resta il suo canale privilegiato, una sorta di porta d’ingresso necessaria, negli ultimi anni essa sembra aver ceduto il passo a una sperimentazione totale. L’immagine fotografica, per Benassi, non è più sacra. Viene rinnegata, sfregiata, girata al rovescio, capovolta. Assecondando un impulso post-dadaista, è accostata ai materiali più vari, in alcuni casi persino a frammenti pittorici autoprodotti, capaci di allacciare un dialogo con maestri del passato, come Agostino Fossati. La fotografia diventa materia bruta da accumulare, da impacchettare con cinghie a cricchetto o da imprigionare dentro rozze cornici di legno autoprodotte. Diviene lo schermo su cui proiettare pulsioni inconfessabili; un corpo da martoriare per estrarne una verità che la semplice estetica dello scatto non saprebbe restituire.

Questa tensione sfocia inevitabilmente nella performance. Lo studio si trasforma spesso in un ring o in un palco dove la musica e il gesto completano ciò che lo sguardo ha iniziato. Non c’è separazione tra l’azione di scattare, il montaggio di una cornice e una sessione rumorista: tutto appartiene allo stesso respiro spezzato. La brutalità e la casualità sono i binari su cui corre la sua indagine, un’estetica dell’errore che diventa precisione chirurgica attraverso l’uso del flash; quello squarcio di luce violenta che appiattisce il mondo per rivelarne la sostanza più cruda.
In questo vortice di attività, persino l’angolo più recondito dello studio assume una dignità progettuale. Merita una menzione d’onore il WC, sede della FBI (Fondazione Benassi Iacopo). Nata quasi per gioco, tra le pareti strette del bagno, la Fondazione è oggi una sede espositiva promotrice di eventi, con tanto di statuto, direttore, curatore e un programma che sfida le logiche del sistema dell’arte tradizionale. È l’ironia punk che si fa istituzione, il paradosso che diventa realtà quotidiana.

Ogni centimetro di questo studio è parte integrante di un processo creativo dirompente e disarticolato. Non c’è spazio per l’autocompiacimento, solo per il lavoro incessante, per l’accumulo e la sottrazione. Come Benassi stesso ammette con una metafora che restituisce perfettamente la natura del suo legame con questo luogo:
“In studio mi sento nel mio mondo; proprio come un tarlo che costruisce gallerie nel legno e vaga in libertà attraversando il buio”.
Uscire dallo studio di Jacopo Benassi significa tornare in una realtà che, improvvisamente, appare troppo ordinata, troppo silenziosa, quasi bidimensionale. Resta addosso l’odore del legno tagliato, la persistenza retinica di un flash improvviso e la consapevolezza di aver visitato non un semplice studio d’artista ma l’interno di un cranio in perenne ebollizione.

Nato nel 1970 alla Spezia, città dove tuttora vive e lavora, Jacopo Benassi è una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea italiana. Artista autodidatta, la sua formazione non è accademica ma affonda le radici nella cultura underground spezzina degli anni ‘80 e ‘90, maturata tra centri sociali e la gestione del club B-Tomic. Il suo linguaggio artistico è immediato e riconoscibile: rifiuta la perfezione tecnica a favore di un realismo crudo. La sua firma stilistica è l’uso del flash diretto e violento, che elimina le ombre morbide e appiattisce i soggetti, creando immagini dal forte impatto scultoreo. La sua ricerca indaga il corpo, l’identità di genere e la scena notturna, spesso espandendosi oltre lo scatto fotografico per abbracciare la performance e l’installazione. Ha partecipato a numerose mostre e a molti eventi in istituzioni come il Centro Pecci di Prato, la Tate Modern di Londra e il Palais de Tokyo di Parigi e collabora stabilmente con la galleria Francesca Minini di Milano. Tra le mostre recenti si segnalano: 14ͣ Biennale di Taipei, Taiwan (2025); Fondation Vincent Van Gogh, Arles (2025); “Jacopo Benassi Libero!”, Palazzo Ducale Genova (2025); “Autoritratto criminale”, GAM, Torino (2024); “The Autonomy of Nature”, Franciscaines Museum, Festival de Photographie, Deauville (2023); “Serenata Agitata”, Una Boccata d’Arte, Gardone Riviera (2023); “Matrice”, Fondazione Carispezia, La Spezia (2022); “Vuoto”, Centro Pecci, Prato (2020); “Crack”, CAMERA, Torino (2019); “Bologna Portraits”, Palazzo Bentivoglio, Bologna (2019). Ha lavorato con registi come Paolo Sorrentino e Asia Argento, pubblicando numerosi libri d’artista tra cui “Miss Q Lee”, “Dying in Venice”, “Bologna Portraits”, “FAGS” e, in collaborazione con Giulia Cenci, “Pietraia”.
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