Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa
Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

STEFANO CANTO DA MATÈRIA: LE PIÙ BELLE POESIE SI SCRIVONO SOPRA LE PIETRE

ROMA | MATÈRIA | 28 FEBBRAIO – 30 APRILE 2026 

di MARIA VITTORIA PINOTTI

«Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre» questo è il verso che la poetessa Alda Merini scrisse nel 1984, come ad intendere che le esperienze più significative siano quelle originate da percorsi profondi e da tutto ciò che lascia una traccia duratura in coscienza. Secondo tale interpretazione la pietra e i suoi derivati, pur sembrando materiali apparentemente freddi e poco malleabili, si rivelano per alcuni artisti medium duttili, capaci di alimentare una vivace sperimentazione. Sebbene trasformare la modulazione scultorea in qualcosa di preciso e organizzato sia ritenuto necessario per la buona riuscita di un’opera, si potrebbe sostenere che il passaggio dall’inatteso a una forma presagita non sia poi così indispensabile. Tra gli artisti che favoriscono la spontaneità e lo svincolo formale, sino ad allontanarsi naturalmente da un ideale di perfezione tecnica, v’è scultore Stefano Canto (Roma, 1974), il quale è protagonista presso la galleria Matèria di Roma fino al 30 aprile 2026, della mostra intitolata Sogno di Pietra. Il progetto si concentra sulla sperimentazione della materia indagata attraverso nuove soluzioni formali, per riflettere sulla mutazione e le forme che ne conseguono. In particolare, per Canto è centrale il rapporto tra la variazione degli elementi e il loro controllo e interrogandosi su quanto sia importante lasciare che tali alterazioni rimangano autonome, ed è lo stesso artista ad affermare come «il controllo blocca la forma. Nell’arte bisogna sapersi abbandonare». Per di più, il progetto si configura come una mostra in costante mutamento, caratterizzata da un allestimento minimale realizzato con pallet e mattoni di cemento, così come negli spazi dei cantieri edili in fase di stoccaggio. Questa disposizione contribuisce a costruire il “luogo d’origine” delle opere: teste scultoree composte da acqua, ossidi e pigmenti congelati che, sciogliendosi, imprimono tracce sulla polvere di cemento raccolta in sacchi di carta.

Stefano Canto, SP7, 2026, ghiaccio, ossidi, cemento/ice, oxides, concrete, dimensioni variabili/variable dimentions. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Ne emerge una forte visionarietà e singolarità, inserendosi coerentemente nella programmazione della galleria Matèria, contraddistinta da approcci espositivi di ricerca e inediti. Eppure tutto ciò segna un nuovo rapporto di Canto con lo spazio della galleria, il quale anche nei tre precedenti progetti svolti in questi ambienti, aveva sovvertito e decostruito i tradizionali metodi espositivi relazionandosi con l’ambiente per creare una particolare confluenza tra spazio e installazione scultorea. Tuttavia in questo caso aleggia una dimensione più raccolta, infatti quanto accade sulle pedane lignee permette all’artista di generare la scultura come una configurazione in divenire, alla pari di un seme posato su una materia apparentemente inerme. Le teste da solide si trasformano in materia liquida, le orme lasciate a seguito di tale procedimento nascono dall’equilibrio tra la durezza dei materiali e la lirica introspezione del processo tecnico, come traccia delle imprevedibili e incontrollate possibilità che le sostanze acquisiscono nel corso della trasformazione.

Ne deriva un inaspettato senso di stranezza, in quanto ciò che è allestito può apparire come un incontro fortuito, eppure su quello stesso piano si combinano elementi pensati per instaurare equilibri sia chimici che formali. Avviene che le “isole” allestitive di Canto –  se così si vogliono chiamare – disposte nello spazio della galleria forniscono i punti di riferimento immersivi per lo spettatore, perciò ogni struttura, oltre a creare un intreccio visivo, ci invita a usufruire l’opera in maniera diversa, in quanto ogni testa congelata attende di essere “attivata”, ovvero posata sul sacco di cemento e predisposta allo scioglimento. I volti, pur non condividendo una fisionomia comune, lasciano emergere un senso di naturale caducità, ed è proprio la presunta immobilità della testa, apparentemente intenta a dormire e sognare, che permette allo spettatore di instaurare una connessione immaginativa capace di mobilitare un personale viaggio mentale libero da ogni vincolo. Sebbene per l’artista la forma ghiacciata in fase di scioglimento si ricolleghi alle installazioni di Via Farini a Milano nel 2016 e all’Archeologia dell’effimero presentata da Matèria nel 2018, successivamente sviluppata in lastre di ghiaccio, in occasione del festival Quorum nel 2023 presso le Terme di Diocleziano di Roma, questa volta è ulteriormente variata in quanto riformulata attraverso un sentimento poetico.

Stefano Canto, SP7, 2026, ghiaccio, ossidi, cemento,  dimensioni variabili, Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Probabilmente, questo nuovo filone interpretativo nasce dallo stretto rapporto di Canto con l’iconografia del volto nella storia della scultura, dal confronto con i materiali – in particolare il ghiaccio, sostanza quasi volatile, in corrispondenza del cemento, materiale invece durevole – e dall’imprevedibilità di ciò che vi rimane impresso. Nello specifico l’immaginario iconico dei volti è strettamente legato ai luoghi geografici visitati da Canto durante i viaggi di formazione e anche in rapporto alle archeologie di Roma, città in cui l’artista vive e lavora. Nello specifico, possono riscontrarsi riferimenti alla scultura classica del ritratto romano, soprattutto quella di origine repubblicana, normalmente caratterizzata da un rude realismo, probabilmente derivato dall’uso di maschere in cera applicate sul volto della persona da commemorare. Nonostante ciò ci viene restituita un’interpretazione emotiva e realista di alcuni particolari fisionomici, come occhi, naso e labbra, tutti enfatizzati quali forme di realismo e simbolo di esperienza, saggezza e autorità. Allo stesso modo, i volti di Canto, sebbene raffigurino visi mai esistiti – in alcuni casi il suo stesso volto – presentano nasi e occhi protuberanti, tutti organi utili a relazionarsi con il mondo esterno.

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa
Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view, Matèria, Roma, Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Così le domande che si schiudono sono molteplici: esistono dei criteri precisi che guidano la scultura a farsi tale o è la scultura stessa a crearli, senza alcuna regola prestabilita? Inoltre, la traccia incontrollata lasciata sul cemento dallo scioglimento apre la questione della verifica, la casualità e l’autorialità, elementi che non condizionano le scelte dell’artista, contribuendo tuttavia, a creare un perfetto equilibrio dell’opera finale. Sebbene di solito si tenda a resistere strenuamente ai cambiamenti, anche quando ciò costituirebbe un vantaggio, le teste che l’artista ci lascia ci dimostrano come opponendo loro una resistenza nulla, la scultura può essere intesa come un fenomeno in divenire, in relazione alla naturale dissoluzione e ricostruzione di una nuova forma.

Stefano Canto, SP5, 2026, ghiaccio, ossidi, cemento/ice, oxides, concrete, 35x50x15 cm. Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa
Stefano Canto, SP5, 2026, ghiaccio, ossidi, cemento, 35x50x15 cm, Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Colpisce particolarmente come questa poetica del sogno sia per Canto sinonimo di libertà creativa, traducendosi in un’orma su polvere di cemento appena tracciata da toni, che variano dal blu calcareo e minerario al verde salvia, ricostruendo le impronte tipiche di un velo poggiato sul viso durante la fase del sonno. Anche se questo progetto non ha alcun collegamento con la storia della cultura cristiana, tutto ciò ricorda la figura leggendaria della Veronica – secondo cui tale donna, durante la Via Crucis asciugò il volto di Gesù lasciando un’impronta sul telo – così le sculture in mostra si presentano in modo analogo, privilegiando i tratti fisiognomici piuttosto che quelli fisionomici.

Stefano Canto, SP10, 2026, tecnica mista su carta da lucido, 21.5×15.5×3.5 cm, Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa

Le carte in mostra spiegano bene questo passaggio trasformativo, in quanto gli acquarelli e i disegni su carta velina e grafite sono tracciati come se fossero delle suggestive visioni di quanto è accaduto in occasione dello scioglimento. Si tratta di proiezioni che narrano campi affettivi all’interno di un progetto per sua natura evanescente ed effimero, in cui il disegno stesso si trasforma in un rilievo mnemonico, conservando ciò che rimane quando le teste  “si attivano”. Allora per Canto la scultura non è concepita come un oggetto singolo da ammirare nella sua totalità, ma come la costruzione di un luogo ambientale in cui la testa adagiata, iniziando a sciogliersi si avvia a sognare. In questo modo l’intero senso poetico della mostra si ritrova nelle parole della poetessa Alda Merini, la quale riconosceva nella pietra la possibilità di suscitare sensazioni, stravolgendosi, trasformandosi e scomparendo con estrema lentezza, per riproporsi, come in Canto, sotto nuove sembianze. Perciò Sogno di Pietra racconta un viaggio simbolico di idee, aspirazioni, pensieri e il senso di tale contaminazione e trasformazione ci invita ad aprire la nostra sensibilità verso intime forme di ascolto. Pertanto sembra proprio possibile percepire il ritmo delle poesie racchiuse in queste teste, le cui posizioni, leggermente inclinate si lasciano andare a un sonno perpetuo, soave e quieto.

 

Stefano Canto, Sogno di Pietra

28 febbraio – 30 aprile 2026

Matèria
Via dei Latini 27, Roma

Orari: da martedì a sabato dalle 11.00 alle 19.00

Info: www.materiagallery.com

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