Silvia Margaria | Irene Pittatore, Alleanze, assonanze, alterazioni. Restituzione residenza nell'ambito de Il giardino di Yoshimasa di Carla Iacono, Casa del Sole, Ceranesi, 28 marzo 2026. Foto di Irene Pittatore
Silvia Margaria | Irene Pittatore, Alleanze, assonanze, alterazioni. Restituzione residenza nell'ambito de Il giardino di Yoshimasa di Carla Iacono, Casa del Sole, Ceranesi, 28 marzo 2026. Foto di Irene Pittatore

Quando l’arte fiorisce: Margaria e Pittatore per il sesto innesto ne “Il giardino di Yoshimasa”

CERANESI (GE) | Casa del Sole | 28 marzo 2026 – Il report

Intervista a CARLA IACONO, SILVIA MARGARIA, IRENE PITTATORE e LIVIA SAVORELLI di Matteo Galbiati

Si è rinnovato ancora l’atto d’amore alla base de Il giardino di Yoshimasa, progetto che, dal 2024 (dal 2021 con la prima pianificazione degli spazi verdi), abbiamo imparato a conoscere, apprezzare sino a sentirlo, senza alcuna appropriazione indebita, nostro. Del resto la sua creatrice, l’artista Carla Iacono, che lo ha avviato grazie al supporto dell’architetto paesaggista Andrea Castagnaro come promessa mantenuta diventata vero omaggio al marito Guido Geerts, ha aperto sin dall’inizio le porte della sua casa per accogliere non tanto artisti e artiste che partecipassero a una residenza, ma amici e amiche che, abbracciati nella propria quotidianità, riuscissero a donare il tempo delle proprie riflessioni, il cuore e la mente delle loro più intime meditazioni, a esprimersi attraverso le infinite emotività delle loro coscienze diverse. Le opere, donate e restituite nel tempo della permanenza in questo luogo, sono prova di quanto può essere ricco l’esito di un impegno dato come regalo spontaneo, un frutto maturato secondo un pensiero differente, non allineato, in grado di farsi riflessione poeticamente profonda con la consapevolezza di uscire dalle gerarchie, spesso troppo rigorose, cui l’arte ci ha abituati.
La residenza riceve in primis persone che, diventate di famiglia per l’alchimia di curiose affinità elettive, sono state capaci di sentirsi a casa, di  ambientarsi nel luogo sconfinando dai limiti domestici a quelli della natura composta degli spazi verdi; uomini e donne che hanno provato affetto, che hanno donato le proprie emozioni condividendole con chi è vicino nel sentire quel qualcosa di speciale che qui ha saputo, fortificandosi, mettere radici salde.
Il giardino di Yoshimasa è per noi un piccolo atto eroico di comunità, dove ogni esecutore ed esecutrice ha accantonato le estetiche consuetudinarie per concedere e concedersi diversamente, recependo spunti, individuando quelle inusitate sensazioni dal profumo così inatteso ma in grado di scendere dentro l’anima. Grazie alle intuizioni connettive della curatrice Livia Savorelli, anche lei sempre pienamente coinvolta e con lo sguardo e le intenzioni ben lontane dai tecnicismi curatoriali più frequenti e scontati, riesce a concertare presenze, tessere trame esperienziali con cui mettere positivamente a nudo, conoscendole, le potenzialità di ogni partecipante. Tutto ha sempre il tono di una vera e propria rivelazione finale.
Ecco, quindi, che la sintonia tra Carla e Livia ha permesso di ritrovarci per Alleanze, assonanze, alterazioni, il sesto innesto creativo – il primo del 2026 – che ha avuto come protagoniste le artiste Silvia Margaria e Irene Pittatore. Di nuovo la purezza di un fare, libero ed epurato da ogni esigenza specifica, ha lasciato che le due loro sensibilità toccassero liberamente le piccole tensioni segrete di questo microcosmo così intensamente fertile e a noi ha dato l’occasione per soddisfare una necessità, non un’abitudine. Nella piccola grande casa di Ceranesi, posta sulle colline che si affacciano su Genova fino a sfiorare il mare, le pellicole fotografiche, i fiori e il ghiaccio, le impronte e le immagini di particolari elevati a pietre miliari della visione, le parole forti delle poesie Ora che non Sei e Il Miracolo della Vita del giovanissimo poeta Lorenzo Grossi – lette in occasione della restituzione – hanno aumentato il valore dell’esperienza in un connubio che ogni volta recepisce il senso dell’esattezza della sua misura ideale. Come il tempo delle stagioni, incomprensibile eppure così definito e chiaro. I doni di tutti e tutte sono altri germogli fioriti davanti ai nostri sguardi, i cui frutti si coglieranno nel tempo, il cui raccolto perdurerà nelle stagioni con un effetto di risonanza accettato da chi è stato prima e rimandato come energia potenziale a chi verrà dopo, artista o visitatore non importa.
Ce ne occupiamo nuovamente non tanto e non solo per segnalare il valore di una progettualità completamente indipendente, ma soprattutto per le qualità etiche di accoglienza e di integrità che si percepiscono nella purezza sincera del loro darsi e compiersi in modo onorevole e affidabile. Questa volta abbiamo voluto dare voce alle quattro protagoniste femminili per sentirle più direttamente vicine, per entrare ancor più dentro a quel lavoro di giardinaggio dell’interiorità che copiosamente riesce a diventare pratica attiva proprio ne Il giardino di Yoshimasa:

Carla Iacono, Magic Garden, serie fotografica, 2005, stampa Lambda montata su Tecknilight, cm 60×40. Veduta allestimento per Alleanze, assonanze, alterazioni. Restituzione residenza di Silvia Margaria e Irene Pittatore nell’ambito de Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi, 28 marzo 2026. Foto di Irene Pittatore

In questa nuova tappa del progetto de Il giardino di Yoshimasa, anche tu hai scelto di inserire nelle aiuole del giardino aromatico un tuo vecchio lavoro fotografico. Perché questa volontà di ripresentare quelle immagini e come si configura il dialogo con le opere di Silvia e Irene? Ce ne racconti anche la storia?
Carla Iacono – Magic Garden è una serie fotografica realizzata nel 2005, a cui sono particolarmente legata perché è stato il primo lavoro ad essere realizzato ed esposto in un contesto museale, il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria di Genova. Quando ho realizzato Magic Garden cercavo di esperire il legame tra arte e natura per esplorare il mio inconscio creativo, partendo proprio dal presupposto che, a volte, la creazione artistica cerca di mostrare l’ordine naturale attraverso un altro ordine utilizzando un linguaggio che, a partire dagli elementi della natura, produce meccanismi di introspezione sinceri e potenti. È stato quindi spontaneo pensare ad un legame con il tema della co-autorialità del giardino presente nelle opere di Silvia e Irene. Nella realizzazione di Magic Garden inizialmente è stata la natura ad essere contaminata dalla presenza di oggetti (come vestiti, gioielli, disegni, icone religiose) intesi come simboli per sottolineare il meccanismo della rappresentazione svelando nuove connessioni tra il visibile e l’invisibile, la ragione e la passione, il reale e il “maraviglioso”, ma è stato il giardino a rispondere alle tracce evocando percorsi dell’immaginario in grado di toccare gli strati più profondi dell’inconscio. Scegliere alcuni lavori per esporli in un contesto nuovo, le aiuole del giardino aromatico, in dialogo con le opere di Silvia e Irene è stato un modo per riattivare questa connessione intima ed interiore allargandola ad una dimensione di sorellanza artistica potente e consolatoria.
Infine la parola scritta ci ha aiutato a suggellare questo incontro ricordando come l’autorialità del Giardino si manifesti anche nell’ispirazione (diretta o indiretta) di poesia e letteratura, dalle poesie di Lorenzo Grossi, giovanissimo autore ligure, alle citazioni tratte dai libri I giardini degli scrittori (Luca Bergamin, EDT), Apprendista di felicità (Pia Pera, Ponte alle Grazie) e Piante, noi e loro (Paola Bonfante, Il Mulino) che hanno collegato il Giardino ai gialli di Agatha Christie, alla splendida descrizione di Pia Pera del giardino come “contenitore di luce” e alla mostra di arte contemporanea Mutual Aid – Arte in collaborazione con la natura, conclusasi recentemente al Castello di Rivoli – Torino, che esplora tematiche simili a quelle affrontate nel contesto de Il giardino di Yoshimasa.

Letture di Carla Iacono, durante la presentazione di Alleanze, assonanze, alterazioni. Restituzione residenza di Silvia Margaria e Irene Pittatore nell’ambito de Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi, 28 marzo 2026. Foto di Irene Pittatore

Cosa ha rappresentato questa occasione di dialogo tra voi e Carla Iacono? Come avete vissuto l’esperienza del Giardino? Che idee avete sviluppato, tenendo conto anche di quanto fatto da chi vi ha preceduto? Quale dimensione di senso avete voluto tenere ferma?
Silvia Margaria – L’occasione di dialogo con Carla Iacono e Irene Pittatore è stata, prima di tutto, un incontro su un terreno profondamente condiviso: quello dell’idea di trasformazione. Il Giardino nasce come spazio di attraversamento – del dolore, della memoria, della rinascita – e si configura come un organismo vivo, in continua evoluzione, capace di accogliere e rielaborare le presenze che lo abitano. Entrarvi ha significato misurarsi con un luogo già carico di stratificazioni emotive e simboliche, dove ogni intervento può esistere solo a partire da una postura di ascolto.
L’esperienza de Il giardino di Yoshimasa è stata, infatti, quella di abitare un contesto che non è semplicemente uno spazio espositivo, ma un dispositivo relazionale. In questo senso, la fotografia analogica, ma più in generale un pensiero analogico, non è solo una tecnica o una modalità di rappresentazione, bensì un modo di pensare e percepire il mondo. Significa riconoscere corrispondenze tra elementi distinti e restituire valore alla durata. Nel nostro tempo tornare a questa dimensione implica forse riscoprire l’importanza del processo rispetto al risultato, delle relazioni, della lentezza come condizione di conoscenza e dell’attesa come occasione di rivelazione.
Il mio intervento si è sviluppato cercando di non imporre una forma, ma di attivare un processo coerente con questa natura aperta e porosa del luogo. L’idea di lasciare i rullini esposti nel giardino, prima ancora dello scatto, nasce proprio dal desiderio di instaurare una relazione non gerarchica con l’ambiente, accettando una quota di perdita di controllo che, in questo contesto, assume un valore quasi necessario. La dimensione di senso che ho voluto mantenere è quella della co-autorialità: l’idea che l’opera non sia mai il risultato di un gesto isolato, ma l’esito di una negoziazione continua tra intenzione e accadimento, tra umano e non umano. In un luogo come questo, dove la fragilità viene accolta e trasformata, mi interessava che il lavoro non si sottraesse a questa logica, ma la assumesse come propria condizione di esistenza.
Più che aggiungere qualcosa al Giardino, ho cercato quindi di stare dentro il suo processo, contribuendo a quella trama di relazioni, tracce e trasformazioni che lo rendono, di fatto, un’opera collettiva in divenire.

Silvia Margaria, Go / No-Go (Garden Test), 2026. Foto di Silvia Margaria

Irene Pittatore – Ho cercato di tenere fermo anzitutto il senso del format “residenza” come occasione rara di ricerca e sperimentazione non vincolata alla produzione di vere e proprie opere. Una residenza è un’esperienza di lavoro diversa da ogni altra forma di viaggio o di trasferta professionale. È un esercizio di mutuo adattamento, talvolta un sequestro, una convivenza – anche con se stessi – in cui l’imprevisto spalanca le porte. Ogni residenza ha regole e condizioni proprie: a Capacete (Rio de Janeiro, San Paolo) era “vietato” produrre ed esporre, stare in residenza significava stare dove si era, assorbire, confrontarsi, perlustrare, essere perlustrati. A Viadellafucina Twinning Residency (Torino) lo scopo era dare vita – in coppie di artisti – a interventi e tracce legati a un determinato territorio, alla sua storia e a chi lo abita. Al Museo Es Baluard di Palma di Maiorca per The Spur vigeva una sorta di dimensione intermedia: una residenza di ricerca con open studio e presentazione del percorso intrapreso.
Alla Casa del Sole ho incontrato sopra ogni cosa le conseguenze dell’amore di Carla Iacono e di Guido Geerts, la severità di un lutto e insieme un’indomabile vocazione a fiorire, moltiplicare, accostare. A Ceranesi si abitano e si percorrono le stanze e i giardini di Carla ma anche, pervasivamente, la sua opera. Gatti, collage, focacce, piante officinali e velenose, tracce di Guido, teche, ogni specie di salvia e rosmarino, una serra per mettere a coltura opere d’altri, una vasca da bagno imperiale, un biliardo e molte ceramiche, le foto con Flora Geerts, lo sguardo di Flora: severo, abraso, trasparente. In quelle stanze guizzano anche l’energia di Livia Savorelli, la caparbietà di far accadere e muovere le cose, e l’amicizia che lega le due donne. Con Silvia Margaria ho coabitato e viaggiato piacevolmente, andando e venendo da Torino. Per entrambe si è manifestata un’esigenza di sperimentazione indipendente eppure parallela. Esplorare, lasciare agire, accogliere, verificare. Lei seminava rullini, io raccoglievo semi e infiorescenze. Lei aspettava che il giardino agisse sulla pellicola, io attendevo che il ghiaccio costruisse una dimora intorno ai frammenti di vegetazione raccolti. Penso il risultato abbia sorpreso entrambe e ci abbia permesso di avanzare rispetto alle nostre premesse. Le forme e le ragioni per cui Il giardino di Yoshimasa esiste e cresce – resistere al dolore e alla perdita – ha indubbiamente agito sul timbro assunto dai miei “erbari”.

Irene Pittatore, Herbaria frigida (haec ornamenta mea), 2026. Foto di Irene Pittatore.

Silvia con Go / No-Go (Garden Test) hai lavorato, in un certo senso, controcorrente: i rullini fotografici sono mezzi delicati da tutelare e manipolare con cura tu, invece, li hai lasciati “maturare” in alcune zone del giardino per un tempo prolungato. Ambientandosi e alterandosi la pellicola si crea, nell’immagine che poi ritrae le varie parti del luogo e le sue essenze, un legame speciale con l’ambiente stesso e il modo di riprodurlo in immagine. Quali suggestioni poetiche si generano alla fine nel tuo “erbario” fotografico? Come si dispone questa serie di immagini e che contenuti si amplificano?
Silvia Margaria – La fotografia analogica presuppone un modo di lavorare lento, quasi rituale, ma la sua lentezza ha a che fare con l’attenzione: l’attenzione è quella facoltà sfuggente eppure essenziale, che ha in qualche modo a che fare con la messa a fuoco di una porzione significativa del campo di esperienza. È insomma un modo di prendersi a cuore cose e persone in cui pensiamo possa nascondersi un valore. È una sorta di relazione esplorativa tra il dentro e il fuori nella quale si scoprono molte cose se si è disposti a farsi sorprendere e senza pretendere di avere in mano tutte le risposte subito.
In Go / No-Go, l’idea di “erbario” non riguarda tanto una classificazione o un archivio del visibile, quanto piuttosto la raccolta di tracce di questa relazione. Le immagini non restituiscono semplicemente le essenze del giardino, ma portano dentro di sé il tempo della loro esposizione al mondo: una memoria latente che precede lo scatto e lo attraversa.

Silvia Margaria, Go / No-Go (Garden Test), 2026. Foto di Silvia Margaria

Le suggestioni poetiche emergono proprio da questa doppia appartenenza dell’immagine. Da un lato c’è il gesto fotografico, dall’altro una sorta di scrittura autonoma dell’ambiente, che interviene sulla pellicola in modo non del tutto prevedibile. Le macchie, le velature, le alterazioni non descrivono il giardino, ma ne sono una manifestazione diretta, quasi una forma di contatto. In questo senso, i fotogrammi di Go / No-Go diventano un insieme di immagini che non rappresentano le piante, ma ne condividono una condizione: quella di essere attraversate da processi vitali, da trasformazioni lente, da agenti invisibili.
Ogni immagine è autonoma, ma allo stesso tempo entra in risonanza con le altre attraverso analogie formali, ripetizioni, variazioni di intensità e di degrado. Quello che si amplifica non è tanto il contenuto descrittivo del luogo, quanto la sua dimensione processuale: il giardino come campo di forze, come spazio di interferenze tra controllo e perdita di controllo, tra intenzione e accadimento.
In questo senso, il lavoro prova a spostare lo sguardo: dall’idea di immagine come restituzione fedele, a quella di immagine come superficie di incontro, dove umano e ambiente co-producono qualcosa che non appartiene pienamente né all’uno né all’altro.

Silvia Margaria, Go / No-Go (Garden Test) per Il giardino di Yoshimasa, 2026. Foto di Irene Pittatore.

Irene, nella tua opera ritorna l’uso del ghiaccio già materia che esplicita una certa iconografia nel tuo lavoro: un ghiaccio che preserva e conserva, ma che pure si perde e si dissolve cambiando la condizione delle cose. In Herbaria frigida (haec ornamenta mea) si sommano e stratificano le relazioni significanti dalla citazione di Ovidio ai temi ambientali, dal rapporto con la dimensione domestica al valore del gioiello come elemento di bellezza, dal mantenimento quasi segreto alla visione a termine. Quali attivatori di senso hai definito poi nelle foto e nel video finali? Come deve leggere chi osserva l’opera tesa tra mezzo che ne trattiene la memoria e materia perduta?
Irene Pittatore – Questo tempo di residenza mi ha costretta a fare avanzare una ricerca in corso da tempo. È arrivato il titolo, è venuta l’idea giusta per gli stampi dei gioielli: non sofisticate forme, preziosi calchi, ma tappi di prodotti per le pulizie.
Herbaria frigida sono ornamenti in ghiaccio creati per contenere elementi vegetali raccolti in parchi, orti, boschi e interstizi urbani e avviare una loro catalogazione.
Il progetto si articola in una serie fotografica e in brevi video. Nasce da una riflessione sulle cose non dette, su ciò che non diventa sillaba o gesto e affonda nella memoria del corpo. Questi ornamenti in ghiaccio, architetture labili per un corpo-archivio di silenziamenti e occlusioni, sembrano eludere controllo e sorveglianze, progressivamente rilasciando ciò che si annida al loro interno. Una lacrimazione minerale in forma di elenco, lontana dal volto.
La riflessione si era aperta a una prima sperimentazione a Torino e Berlino nel 2023 e sulle Préalpes d’Azur nel 2025, dando origine ad alcune tracce video-fotografiche raccolte sotto il titolo Festina lente (Expiring Jewels). Questa fase di elaborazione si è svolta in dialogo con la psicologa , la formatrice Isabelle Demangeat, il curatore Pedro Medina, la botanica Véronique Mure e un gruppo di studiose delle Università di Brest, Aix-Marseilles e Nizza: le sociologhe Nicole Roux e Sylvette Denèfle, la storica Karine Lambert. Intelligenze e corpi che hanno attraversato con me una sperimentazione che non si è nutrita di sole parole: un modo di procedere che mi pare, a distanza di anni, manifestare una forma di pensiero ricorrente e un preciso metodo di lavoro.

Irene Pittatore, Herbaria frigida (haec ornamenta mea), video, 2026. Foto di Irene Pittatore.

Questo progetto si propone di esplorare immaginari e narrazioni consolidate che istituiscono assonanze fra il femminile e il vegetale (jeunes filles en fleurs, madre natura, …) addensandosi in particolare intorno ai temi della fragilità, della grazia e della bellezza, della fertilità, della decorazione e della cosmesi. Luoghi comuni che sono sintomo e conseguenza di posture misogine ed estrattive, con imponenti conseguenze culturali, ambientali ed economiche, alle quali provare a offrire alternative e suggestioni.
Una nota sul titolo: Herbaria frigida significa erbari freddi; in italiano, la parola frigida è usata per indicare, spesso con disprezzo, una donna che non prova piacere sessuale. Trovo questa ambiguità pertinente. Haec ornamenta mea (questi sono i miei gioielli) accenna alla frase che Valerio Massimo attribuisce a Cornelia, donna nota per la sua sobrietà e per le doti educative. Cornelia così rispose, indicando i suoi due figli, ad alcune matrone che le mostravano i loro magnifici gioielli.
Io non ho figli, porto pochi gioielli. Che queste creature impermanenti, dolorose da indossare, nate per trasformarsi e solleticare stupore mi aiutino a comporre un corredo di stralunati lasciti?

Irene Pittatore, Herbaria frigida (haec ornamenta mea), 2026. Foto di Irene Pittatore

Ci spieghi in questo sesto innesto quali sono le alleanze, le assonanze e le alterazioni cui vuoi dare evidenza nel titolo del progetto? Mi colpisce sempre la coralità equilibrata delle personalità che arrivano nel Giardino, artisti e artiste che, magari, pur conoscendosi non avevano mai avuto modo di lavorare insieme eppure l’esito finale straordinariamente manifesta sempre un dialogo assai efficace. Come hai “diretto” Silvia e Irene, tenendo conto che, per chi arriva ne Il giardino di Yoshimasa si misura anche con le tracce di chi l’ha preceduto? Ci dai una testimonianza delle dinamiche “quotidiane” del lavoro e del pensiero vissuti ed espressi durante la residenza? Con quali energie e forze si sono confrontate Irene e Silvia?
Livia Savorelli – Il giardino di Yoshimasa nasce come progetto artistico trasformativo di Carla, basato sulla necessità di trovare nuove strade da percorrere per superare una perdita paralizzante, per ritrovare la voglia di vivere e di continuare a stare bene nella propria casa, tramutando il dolore in humus creativo. Ho sempre pensato che l’equivalenza – “straordinaria potenza di un grande amore” > “lancinante dolore derivante dalla sua perdita” – avrebbe suggellato un progetto intenso ed autentico (perché generato a partire dalla vita reale), condiviso perché avrebbe unito tante singole storie (chi non ha mai provato il dolore della perdita?), abbracciate da un sentire comune e dal desiderio di “prendersi del tempo” per stare insieme.
Da qui l’idea di dar vita ad una serie di “innesti creativi”, prima ancora che un progetto di residenza una comunione di artist* la cui poetica fosse affine alla ricerca di Carla e che umanamente e caratterialmente fossero apert* al dialogo, alla condivisione, all’ascolto dell’altro. In ognuno di questi innesti, il concetto di cura è parte fondamentale di tutto il processo creativo, un abbracciare e riportare alla luce il ricordo, le memorie umane ma sempre in dialogo con la straordinaria natura che avvolge la casa e il giardino. Una dimensione fisica ma soprattutto mentale, uno stare bene insieme nel e grazie al luogo che ci ospita, grazie alla complicità di tutt*.
Potrai ben comprendere, come il titolo, di questa ultima residenza, sia originato in maniera molto naturale: le “alleanze” sono le sorellanze e fratellanze generate con le/gli artiste/i ospitate/i, ma anche con i cicli vitali delle stagioni che si susseguono; le “assonanze” sono tutte quelle affinità poetiche che, già colte in una fase preliminare del mio studio e della mia conoscenza pregressa, si intrecciano magicamente nei giorni della convivenza, della condivisione quotidiana, del dialogo profondo; le “alterazioni” sono tutto ciò di inaspettato che il Giardino stesso ci dona ogni volta, che ci sorprende e che ci fa pensare ad esso come co-autore di tutto questo straordinario processo creativo mosso da una autentica pratica artistica corale e partecipata.

Silvia Margaria | Irene Pittatore, Alleanze, assonanze, alterazioni. Restituzione residenza nell’ambito de Il giardino di Yoshimasa di Carla Iacono, Casa del Sole, Ceranesi, 28 marzo 2026. Foto di Irene Pittatore

Silvia Margaria | Irene Pittatore
Alleanze, assonanze, alterazioni

nell’ambito del progetto de Il giardino di Yoshimasa di Carla Iacono
a cura di Livia Savorelli
evento di presentazione e restituzione del sesto innesto creativo (28 marzo 2026)

Casa del Sole
via San Bernardo 5, Ceranesi (GE)

Info: info@ilgiardinoyoshimasa.it
www.ilgiardinoyoshimasa.it

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