POLICORO (MT) | Parco Archeologico di Herakleia | Dal 30 novembre 2025
di ALESSIA PIETROPINTO
Nel paesaggio gentile della Piana Ionica, dove la luce stende linee antiche sulle macerie del tempo, Siris si presenta come atto di scrittura paesaggistica: non una semplice aggiunta, ma una traduzione sensibile degli strati materiali e immateriali che abitano il Parco Archeologico di Herakleia.
Il progetto, curato da STUDIO STUDIO STUDIO, sotto la direzione artistica di Antonio Oriente, intreccia tre interventi site-specific – Rovina Inversa di Gijs Van Vaerenbergh, il percorso Chora di Selva Aparicio e la sonorizzazione Arbosonica di Max Magaldi – trasformando il sito in una scena di percezioni condivise, capace di ottundere i confini tra memoria archeologica e presenza contemporanea.
La scelta di operare attraverso linguaggi differenti, scultura sospesa, installazione architettonica e tessitura sonora, non è casuale: ma determina un corpo plurale in cui ogni opera agisce da amplificatore per le altre. I Gijs Van Vaerenbergh, noti per la loro pratica liminale tra architettura e immagine, qui rovesciano la dinamica della decadenza: la Rovina Inversa rievoca l’alzato del Tempio Arcaico capovolgendo le aspettative dello sguardo e restituendo, in chiave immaginativa, un profilo che è insieme frammento e presenza monumentale. L’effetto è teatrale, ma mai retorico: la struttura reticolare e la materia sospesa creano una leggerezza contrappuntata da una tensione formale che obbliga il visitatore a misurare il proprio rapporto con il vuoto e con l’assenza. La loro Rovina Inversa interviene sull’area del Tempio Arcaico offrendo allo sguardo non le sue fondamenta – come accade oggi – ma la sua parte superiore, sospesa come una memoria che non è mai caduta.

L’opera, alta circa dodici metri, rievoca le proporzioni originali del tempio greco utilizzando una struttura reticolare metallica che sostiene volumi irregolari modellati in malta: una scultura complessa che simula fratture, incisioni, innesti e mancanze, allo stesso tempo evocando e reinventando la rovina. Le forme frastagliate, reinterpretate dagli artisti, compongono un’alzata architettonica che sembra sfidare la gravità e sottrarre il monumento all’erosione del tempo, rendendo visibile ciò che la storia ha sottratto allo sguardo. La Rovina Inversa diventa così non solo un landmark contemporaneo ma anche un dispositivo percettivo: un’inquadratura mobile del cielo e del paesaggio, un modo diverso di misurare il vuoto, di confrontarsi con l’assenza, di ascoltare la tensione tra conservazione e immaginazione.
Nel Bosco Sacro, Selva Aparicio costruisce invece un percorso di intimazione e lentezza. Le edicole votive che punteggiano Chora non fungono da mera citazione, bensì da dispositivi di contemplazione che riplasmano il paesaggio attraverso rilievi botanici ottenuti dalle specie locali, una pratica che trasforma l’opera in organismo vivente destinato a integrarsi con il tempo della natura. In questo ribadire la sacralità della vegetazione, Aparicio non monumenta il mito, ma lo rende accessibile come esperienza sensibile, un rito devozionale laico che reinventa l’ex voto come gesto di riconoscenza verso gli elementi viventi del luogo. Nella scultura conclusiva, collocata nei pressi del santuario, una figura bronzea sospesa – omaggio alla collezione del Museo della Siritide – amplifica la dimensione rituale del gesto: un corpo che non si offre per intero, oscillante tra presenza e assenza, come un soffio demetriaco che svela la sacralità del luogo. In Chora, la natura stessa diviene destinataria dell’atto votivo: l’ex voto non come supplica, ma come riconoscenza

Il progetto trova poi un’ulteriore estensione nella dimensione acustica di Arbosonica: l’intervento di Max Magaldi, con i testi di Claudia Fabris e le voci di Daniela Pes, restituisce al Parco una voce che non si sovrappone, ma si fonde con quella già esistente del vento, degli uccelli, dell’acqua. La scelta di un’app geolocalizzata e di cuffie a conduzione ossea è un’esemplificazione di come la tecnologia possa farsi strumento di armonia piuttosto che di isolamento: i suoni emergono in movimento, rimandano al mito di Demetra e Persefone e ricompongono un tempo espanso in cui la ciclicità della natura parla dell’oscillazione vita-morte-rinascita. Le parole di Fabris, distribuite lungo il percorso come semi semantici, guidano in un attraversamento simbolico; la voce di Pes, arcaica e futuribile, vibra come un richiamo primordiale; i suoni ambientali registrati da Magaldi – vento, acqua, uccelli – diventano trama narrativa e spirituale del luogo, rivelandone la trasparenza sonora. Un’esperienza immersiva che non isola, ma connette: una tecnologia che non impone distanza, ma consapevolezza, un dispositivo performativo che dimostra una cura accurata per la fruizione e una volontà di integrazione tra disciplina sonora, parola poetica e paesaggio.

Ciò che colpisce, oltre all’eccellenza delle singole proposte, è la misura etica con cui il progetto è stato condotto: Siris è pensato come intervento reversibile e non invasivo, inserito in un più ampio programma di valorizzazione promosso dal Ministero della Cultura e finalizzato alla costruzione di un Ecomuseo. Questa scelta di responsabilità si traduce in scelte materiali e procedurali che rispettano l’integrità del sito, restituendo al pubblico non tanto un oggetto finito, quanto un dispositivo di conoscenza e partecipazione.
Non meno rilevante è il carattere collettivo dell’azione: la genesi del progetto, dalle residenze e dai sopralluoghi alla fase di costruzione e inaugurazione, documentata nel film di Giovanni Troilo, mostra un dialogo costante tra artisti, curatori, istituzioni e comunità locale. La partecipazione dei cittadini, i laboratori con le scuole e il confronto con tradizioni locali, testimoniano un metodo che privilegia l’ascolto e la contaminazione reciproca, un intreccio che eleva Siris da semplice intervento estetico a praticabile forma di rigenerazione sociale.
Un progetto come Siris affronta dunque con lucidità critica il fragile equilibrio tra immaginazione e tutela, muovendosi su quella linea sottilissima in cui l’intervento artistico non pretende di possedere la storia ma, al contrario, la sfiora con misura, la ascolta, la riattiva, restituendole una visibilità nuova senza mai sovrascriverla. In questo senso, il lavoro nel Parco Archeologico di Herakleia dimostra come rievocazione e valorizzazione possano elevarsi a esercizi di puntualità poetica, operazioni capaci di aprire varchi di senso senza alterare la materia originaria, evitando di colmare l’assenza e preferendo invece amplificarne la potenza evocativa. Così il paesaggio, ri-abitato attraverso architettura sospesa, natura custodita e voce diffusa, diventa un luogo in cui il sacro anticheggia senza opprimere, in cui la contemporaneità trova il coraggio di dialogare con la storia senza desiderare di correggerla o redimerla.

E il valore del progetto, allora, non risiede soltanto nella forma compiuta delle opere o nella loro presenza temporanea, quanto nella capacità di generare relazioni che continuano a vibrare oltre la durata dell’esposizione, nell’attitudine a coltivare connessioni durevoli tra luogo e comunità, tra memoria e pratiche culturali, tra ciò che è stato e ciò che ancora può divenire. Siris apre racconti plurali, dissemina nel terreno tracce che sono allo stesso tempo semi di attenzione, di cura, di restituzione, lasciando dietro di sé non una conclusione, ma una soglia, un punto di partenza. Un progetto che non si limita a restituire luce al passato, bensì lo riapre, lo fa respirare, lo rende nuovamente capace di parlarci, e nel momento in cui ci accorgiamo di ascoltarlo, forse comprendiamo che il vero prodigio non è l’opera, ma ciò che essa rende possibile: un paesaggio che, pur restando immobile, cambia; un frammento di tempo che torna ad abitare il presente; un luogo che, finalmente, si ricorda di essere vivo.
Siris
a cura di STUDIO STUDIO STUDIO di Edoardo Tresoldi
direttore artistico Antonio Oriente
parte del progetto di “Valorizzazione aree sacre del Parco Archeologico di Herakleia e realizzazione di un Ecomuseo” nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) “Cultura e Sviluppo” Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) 2014-2020
promosso da Ministero della Cultura
il Museo Archeologico Nazionale della Siritide e il Parco Archeologico di Herakleia sono gestiti dalla Direzione Regionale Musei Nazionali della Basilicata del Ministero della Cultura
documentario Giovanni Troilo
Artisti: Gijs Van Vaerenbergh, Selva Aparicio, Max Magaldi (con i contributi originali di Claudia Fabris e Daniela Pes)
Dal 30 novembre 2025
Parco Archeologico di Herakleia
Policoro (MT)
Info: www.studiostudiostudio.art



