PERUGIA | GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA | Fino al 6 aprile 2026
di TOMMASO EVANGELISTA
La Galleria Nazionale dell’Umbria ospita fino al 6 aprile la mostra Mario Giacomelli. Papaveri rossi: una piccola ma densa esposizione che interroga il senso del paesaggio e la funzione dell’arte nella moderna sensibilità estetica. In anni in cui il paesaggio è divenuto consumo visivo questa rassegna propone un ritorno radicale alla centralità dello sguardo, richiamando alla mente la lezione filosofica di Alain Roger e la sua nozione di artialisation, una sorta di realizzazione attraverso l’arte che avviene quando immagine e pensiero coincidono. Secondo Roger, infatti, il paesaggio non è un dato naturale, non è un’enunciazione spuria di elementi biologici e geologici esistenti; esso esiste solo nella misura in cui viene formato, riconosciuto e trasfigurato dall’arte. Non è la natura che produce il paesaggio, bensì l’educazione estetica dell’osservatore, che attraverso l’arte struttura la natura indeterminata e la trasforma in luogo del sentire, in pensiero. La veduta, quindi, non è natura in quanto tale, ma il prodotto di un atto culturale, un atto che presuppone attenzione, riflessione e grammatica visiva.

In questa mostra le rare fotografie a colori dedicate al paesaggio di Mario Giacomelli (1925-2000) — in gran parte scattate tra Castelluccio di Norcia e l’altopiano di Colfiorito — assumono un valore paradigmatico: esse mostrano come il luogo diventa paesaggio interiore, trasfigurato, attraverso uno scatto che guarda oltre il sensibile. La macchina fotografica di Giacomelli trasforma ogni inquadratura in un atto di selezione, ogni contrasto in un giudizio estetico, ogni colore in una decisione di senso che il più delle volte spiazza. Il titolo stesso della mostra, Papaveri rossi, insinua nei soggetti visivi una tensione: tra il fiore e la sua risonanza simbolica, tra la fioritura e la caducità, tra il colore come fenomeno ottico e il cromatismo come voce poetica. I papaveri non appaiono in quanto “fenomeni naturali”, ma in quanto segni di un paesaggio che pulsa, respira e si confronta con la storia umana e con il vuoto della memoria. Nell’era dei social network, l’altopiano di Colfiorito — un tempo luogo vissuto e coltivato — rischia di essere consumato come immagine-vetrina, una cartolina digitale da condividere e dimenticare. La “infiorata” — rituale contemporaneo di proliferazione di immagini sui social — si è trasformata in paradigma di un estetismo consumistico: forme e colori sono apprezzati solo nella misura in cui producono engagement, e un’apparenza di bellezza neutra e selvaggia. Il paesaggio si trasforma così in merce visiva, svuotato di esperienza, storia e gravità. La mostra oppone a questa superficialità la lente di Giacomelli, che si ferma davanti al paesaggio per dialogarci. Le sue fotografie sono efficaci perché implicano un coinvolgimento critico: un tempo di sosta, uno spessore di sguardo, un’apertura alla domanda e non soltanto alla risposta visiva.

L’accostamento con Alberto Burri appare qui non accidentale, ma profondamente illuminante. Il Cellotex del 1978, esposto nel percorso è una ferita e una piega, un luogo di tensione materiale e sensoriale che risuona con le fotografie di Giacomelli nella loro fisicità delle pieghe dei terreni. Se Giacomelli vede il paesaggio come increspature della terra e vibrazioni del colore, Burri lo “sente” come superficie segnata, rugosa, affaticata eppure piena di valore estetico proprio in quanto vera. Entrambi rifiutano la retorica della natura immacolata o idealizzata e pertanto la loro arte non cerca il sublime romantico, ma l’autentico.

In tal senso il paesaggio come esperienza estetica radicale non è affatto morbido o neutro. È un luogo di interrogazione, di saldature e lacerazioni, di tensione tra la presenza dell’umano e la materia del mondo. E in tutto ciò la fotografia educa lo sguardo non perché lo renda “piacevole”, ma perché lo rende critico, capace di percepire la differenza tra ciò che è testimonianza e ciò che è mera rappresentazione.
Il paradigma antropologico di Giacomelli, che si riconosce nel paesaggio autentico della sua terra, rimanda a una nozione di matrice intesa come una memoria incarnata: un modo di abitare il luogo che non si risolve nello spettacolo visivo, e si radica nell’esperienza corporea e nella cultura del fare. È questa matrice che la fotografia di Giacomelli risveglia, che spinge chi guarda a riconoscere il paesaggio come trama viva e non solamente come sfondo.

Così lo scatto attiva domande e la mostra diventa un’esperienza in cui lo spettatore si confronta con un’attitudine al vedere che pone interrogativi. Che cosa significa abitare un paesaggio oggi? In che modo il nostro consumo visivo altera la percezione del mondo? Come possiamo riformulare un rapporto estetico che non sia mera estetizzazione sterile?
Mario Giacomelli. Papaveri rossi è un’esposizione di opere, ma prima ancora è un dispositivo concettuale nell’indicare che il paesaggio è sempre un problema estetico da pensare e ripensare. In un’epoca in cui il paesaggio è spesso ridotto a immagine-merce, la mostra difende la funzione della fotografia come medium che educa e che crea spazi di riflessione. Essa invita il visitatore a rifiutare la passività della navigazione e ad abbracciare la responsabilità dello sguardo critico, ovvero a ritrovare la matrice di un vedere che esige di comprendere il mondo.
E, ancora una volta, il paesaggio italiano diviene metafora dell’esistenza, luogo di incontro di culture e immagini, capace, dopo secoli, di continuare a ispirare artisti e pensatori.
Mario Giacomelli. Papaveri rossi
a cura di Alessandro Sarteanesi
All’interno del progetto Camera Oscura. La Galleria Nazionale dell’Umbria per la fotografia, a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve
catalogo Magonza
Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia
15 ottobre – 6 aprile 2026
Orari: dal martedì alla domenica 08.30 – 19.30 (ultimo ingresso 18.30)
Info: +39 075 5721009
gnu@sistemamuseo.it
gan-umb@cultura.gov.it



