MILANO | Galleria Gracis | Fino al 30 aprile 2026
di ELEONORA BIANCHI
Se molta arte del secondo Novecento nasce come evento, processo o trasformazione della materia, la fotografia diventa il luogo in cui quel momentum continua a esistere nel tempo. Non un semplice documento, ma quello che Achille Bonito Oliva definiva uno strappo dal reale, un gesto che sottrae l’opera alla dispersione del tempo e ne trattiene l’energia. L’indispensabile testimone della produzione artistica, l’occhio di immortalità puntato sulla sempre rapida realtà dell’arte.

La pratica dello strappo trova un particolare riscontro nel documentare i lavori dell’Arte Povera, spesso caratterizzati dalla caducità dei materiali di cui sono composti e da quell’energia raramente replicabile che pretende di essere resa immortale.
Se c’è un fotografo che è stato capace di rendere eterna questa stringente temporaneità, questo è Paolo Mussat Sartor (Torino, 1947), cui è dedicata l’esposizione Paolo Mussat Sartor. OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968, in corso alla Galleria Gracis di Milano. In poche decine di scatti, la mostra racconta l’Arte Povera attraverso il filtro della macchina fotografica di Mussat Sartor, che non è mai soltanto ritrattista di opere e artisti, ma che si espone con la purezza che solo lo sguardo di un fotografo sa avere, come il compagno di strada dei protagonisti dei suoi scatti. Ben più dell’opera, ben più del suo autore, sa immortalare la relazione così unica e sincera che esiste tra i due soggetti.

Ad accompagnare le fotografie, troviamo anche alcune delle opere ritratte, provenienti dalla collezione personale di Mussat Sartor: da Anselmo a Boetti, passando per Merz, Penone, Pistoletto, Paolini, Calzolari e Zorio. Il loro accostamento alle immagini non ha una funzione, però, solo illustrativa: se la fotografia trattiene l’evento artistico, lo sottrae alla dispersione del tempo, la presenza delle opere ne restituisce la dimensione più materiale, fisica, propria dell’Arte Povera. Al contempo, delinea con esattezza la peculiare relazione che si crea tra i due lati dell’obiettivo, chi sta dietro non è mai osservatore esterno o giudice di quanto ritrae, ma sempre, almeno, in dialogo, quando non in esplicita amicizia, con i suoi soggetti.

Per la prima volta è esposta anche la serie dei Viaggi, fotografie scattate con la Minox che Mussat Sartor portava sempre in tasca durante i suoi spostamenti per l’Europa. Qui ritroviamo soggetti più normali, dettagli atmosferici, frammenti di città: tutto ridotto all’essenziale ma tutto trattato con lo stesso rispetto e attenzione che riserva agli artisti. Di nuovo, non c’è spettacolo, non c’è grandangolo, non c’è effetto facile: ogni scatto è un piccolo ritaglio di realtà che sopravvive al tempo, lo stesso principio con cui le fotografie conservano quelle opere effimere di cui si parlava prima. I Viaggi mostrano che il suo sguardo non cambia tra arte e mondo, tra arte e vita: osserva, registra, è presente senza invadere, come un compagno di strada che sa che anche il più piccolo frammento può avere energia da restituire.

Anche nella documentazione, non c’è neutralità, lo sguardo del fotografo, per quanto pulito e privo di giudizio, partecipa alla costruzione della memoria dell’arte, restituisce vitalità tanto alla materia quanto al gesto degli artisti e recupera l’intensità di quanto potrebbe, altrimenti, svanire.
È curioso notare come le fotografie di Paolo Mussat Sartor esposte, nate per ovviare alla caducità di certi lavori, oggi siano testimoni di un movimento ormai canonizzato, a dimostrare quanto il semplice gesto di registrare il reale possa superare il lato effimero dell’arte per lasciare spazio alla sua effettiva permanenza storica.
Paolo Mussat Sartor. OBIETTIVO, ARTE POVERA. Un viaggio nell’arte dal 1968
con un testo critico di Laura Cherubini
30 gennaio – 30 aprile 2026
Galleria Gracis
piazza Castello 16, Milano
Orari: da lunedì a venerdì 10.00-13.00 e 14.00-18.00
Info: +39 02 877807
gracis@gracis.com
www.galleriagracis.com



