CARRARA (MS) | mudaC | Museo delle Arti di Carrara | Fino al 30 agosto 2026
Intervista a MIKAYEL OHANJANYAN di Matteo Galbiati
Ogni scultura di Mikayel Ohanjanyan (Yerevan, Armenia, 1976) nasce da una domanda, prima ancora che da un gesto, che rivolge alla materia, al tempo che essa custodisce, alla possibilità che ciò che appare separato possa ancora riconoscersi parte di un medesimo respiro. Il marmo, nelle sue opere, non celebra la propria perfezione, ma accetta di esporsi a tensioni – individuate ed esplicitate, ma pure intuite e lasciate silenti – di lasciarsi attraversare da una forza che non lo domina, bensì ne rivela la fragilità come condizione necessaria dell’esistenza. È proprio nell’intervallo tra equilibrio e cedimento che la forma trova la propria verità.
Con Legami: Ties That Bind al mudaC | Museo delle Arti di Carrara, luogo in cui la pietra conserva la memoria di secoli di lavoro e di pensiero, la ricerca di Ohanjanyan assume un’intensità ulteriore. La scultura non cerca una collocazione banale nello spazio, non si deposita, ne si innesta, ma cerca un ascolto esclusivo. L’artista interviene per misurare e misurarsi, per cercare relazioni con una geografia più ampia, quella dell’esperienza umana dove identità, appartenenza e memoria non sono mai condizioni statiche, ma processi continui di trasformazione. Ogni opera diventa così testimonianza reale di quei passaggio in cui il peso della materia si alleggerisce nel pensiero e la tensione, come ci fa notare benissimo Mikayel, si trasforma in possibilità. In questo dialogo emerge una poetica che non cerca risposte definitive, ma invita a riconoscere come siano proprio le relazioni – come si diceva visibili e invisibili – a tenere unito il mondo e, forse, anche noi stessi.
In un periodo di grandi impegni Mikayel ci ha regalato il tempo prezioso si questa profonda e delicata conversazione che lascia trasparire tutto il suo impegno nel dare senso e anima alla sua scultura:

Legami si compone di cinque sculture concepite, però, come un’unica installazione. Quanto conta, per te, che il significato sia definito dalla relazione tra le parti piuttosto che ciascun elemento, preso singolarmente, abbia un significato indipendente dagli altri?
L’installazione intitolata Legami: Ties That Bind è concepita appositamente per lo spazio espositivo del museo mudaC di Carrara. In ogni caso, ciascuna delle cinque opere è autonoma una rispetto l’altra e possono essere esposte anche separatamente, senza alcuna alterazione del concetto stesso di senso. Le cinque sculture insieme, tra cui due di dimensioni grandi e tre piccole, è una scelta in relazione allo spazio della sala. In questo caso le opere riunite creano un’unica dimensione organica in cui il visitatore fa un viaggio interiore.
In questo senso come possiamo, nella mostra, pensare alla tua scultura come a un’estensione concreta dello spazio?
L’intera installazione è composta da elementi singolari con la stessa identica densità concettuale e formale, come se fossero un organismo vivente, ognuno è autentico e autonomo e allo stesso tempo legato e relazionato con altri. Così si plasma la dimensione di questa mostra e di questo spazio.

Il marmo di Carrara in te si allontana dall’idea di perfezione e di permanenza, ma cerca i principi di vulnerabilità ed estraneità. Come rinnovi nella tua ricerca il valore simbolico di questa materia esteticamente nobile?
Credo che tutti i materiali sono nobili senza nessuna esclusione, e ciascuno di loro ha la propria singolarità, come ogni elemento della vita stessa. Quindi sta all’artista poter percepire e incantare quel materiale scelto e, attraverso questa danza all’unisono, esprimere un proprio concetto o viceversa. Anche in questo caso credo sia indispensabile avere la consapevolezza e la sensibilità di cogliere quel legame con la materia che si ha davanti. Da questa relazione magica l’opera, con il suo concetto, diventa poesia.
Parlando della mostra, credo la questione non stia nel materiale che, in questo caso il marmo, è lì con la sua vibrazione, il suo tempo e la dimensione esteriore ed interiore, non cambiando assolutamente, quello che cambia è la nostra percezione e la nostra consapevolezza che continuamente muta. Nelle opere esposte al museo, attraverso il marmo, cerco di parlare di questi aspetti dell’essere umano. Nonostante la vulnerabilità e la precarietà, le opere – o la stessa installazione – sono un invito ad una riflessione interiore verso qualcosa di eterna dinamicità e, allo stesso tempo, a qualcosa di immutabile.
Nelle opere di Legami si vede il cavo d’acciaio, non semplicemente elemento costruttivo, è una forza che comprime, incide e mette sotto tensione il marmo. Il senso del legame, nel tuo lavoro, può abbandonare un riferimento all’armonia per identificarsi con una certa “condizione di attrito”. Quanto conta questo principio di tensione?
Credo che il vero equilibrio sia la massima manifestazione della tensione, in cui le parti sono equilibrate nelle loro forze. Appena cede una delle due, crolla tutto. Come nella vita, per raggiungere una consapevolezza è necessario attraversare un cammino equivalente di continua ricerca e per arrivare a un obiettivo sono necessari anche dei sacrifici. Spesso, però, ci dimentichiamo di questa relazione e di questi legami. Nella mia opera, quindi, cerco di parlare di questo aspetto di spaesamento delle relazioni con sé stessi, con gli altri, con la natura, con tutto ciò che ci circonda, visibile o invisibile, e, al contempo, cerco di invitare l’osservatore a una riflessione sulla consapevolezza e sul concetto dei legami. La tensione creata nelle mie opere è un invito verso l’armonia.

Qui i blocchi di marmo rimangono, quindi, volutamente incompleti e incompatibili, come abbiamo detto visitando la mostra, “convivono nella loro differenza”. È una posizione che in te è trasfigurazione delle afflizioni del nostro presente?
Amo molto osservare tutto, la quotidianità, la vita, la natura, le dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche, quindi, le mie opere nascono da un profonda analisi di tutto ciò che mi circonda. Si, credo l’aspetto formale delle ultime opere in mostra, si possano proprio considerare come una metafora del nostro presente.
Tornando al tema del luogo, come hai scelto di intervenire nel contesto del mudaC?
Il museo nonostante le sue dimensioni modeste ha una collezione molto bella e dignitosa con le opere dei maestri della scultura e non solo. Riflettendo sul mio progetto ho voluto lavorare con il materiale locale – il marmo – che a sua volta è uno dei materiali più usati nella scultura di tutti i tempi, almeno per il mondo occidentale. Al di là del concetto della mia opera, credo ci sono un dialogo e un confronto con il contesto della città, il museo, la scultura, il materiale stesso che per secoli è stato plasmato in questo luogo.

Carrara e Yerevan sono i tuoi due poli geografici che si intrecciano costantemente. Il tema dell’identità nella tua ricerca non è limitata al solo fattore autobiografico, ma si declina come rete di appartenenze. Cosa sono le “reti di appartenenza” cui mi hai parlato? Vedi il rischio che l’identità venga oggi pensata troppo in modo ideologico e poco come relazione?
L’identità per me significa essere portatori di una cultura, un modo di pensare e vedere le cose, una visione. Ciò non significa escludere gli altri, al contrario, significa includerle e soprattutto avere la capacità di metabolizzare e trasformare tutta quella esperienza in qualcosa di unico e singolare. Credo tutte le grandi culture abbiano questa caratteristica e, pur essendo diverse, abbiano qualcosa in comune e universale fra di loro.
Da questo punto di vista anche la cultura armena, dove mi sono formato, credo sia un tassello importante nel contesto di tale mosaico universale. Basta pensare solo all’architettura medioevale armena, dove le chiese sembrano punti focali dello spazio, delle formule matematiche, opere di Land Art nel contesto di un paesaggio magico, con una sensazione che se si togliessero quelle architetture da quei luoghi, crollerebbe l’intero paesaggio.
Come nel discorso dei materiali così detti “nobili” o meno, credo anche ogni identità culturale sia nobile. La questione sta nel come riusciamo attraverso queste identità culturali proiettare questioni in chiavi universali. Cioè non cercare globalizzare le identità culturali, ma poter proiettare concetti universali attraverso le identità culturali.
Anche qua credo questa capacità può avvenire dopo una consapevolezza del concetto dei legami.
Allora cosa chiedi allo spettatore? Come deve affrontare il tuo lavoro?
A mio parere qualsiasi opera d’arte è un Portale, attraverso il quale ciascuno di noi inizia un viaggio secondo la propria esperienza di vita, il proprio bagaglio culturale e la propria sensibilità. Mi auguro che le mie opere possono avere questa capacità di trascinare e coinvolgere l’osservatore in un viaggio interiore.
Quali sono gli impegni che ti vedranno prossimamente protagonista?
Come sai al momento concentro tutte le mie energie sul progetto del mio nuovo studio a Carrara.
Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind
a cura di Christopher Atamian e Tamar Hovsepian (Atamian Hovsepian Curatorial Practice, New York)
14 febbraio – 30 agosto 2026
mudaC | Museo delle Arti di Carrara
via Canal del Rio 3A, Carrara (MS)
Orari: 1 giugno-14 settembre da martedì a domenica 17.00-20.00, venerdì 18.00-22.00, mercoledì e giovedì 9.30-12.30; 15 settembre-31 maggio da martedì a domenica 9.30-12.30 e 15.00-18.00; chiuso il lunedì
Ingresso intero €5; ridotto € 3; gratuito: studenti residenti della Provincia di Massa Carrara, bambini sotto i sei anni di età, accompagnatori di comitive, membri ICOM, guide turistiche, giornalisti e per tutti i visitatori la prima domenica di ogni mese, docenti e studenti italiani e stranieri delle Università, delle Accademie di Belle Arti e del Conservatorio muniti di apposita attestazione, donatori e loro ospiti, invalidi civili e diversamente abili. Le riduzioni si applicano agli studenti fuori provincia, agli ultra sessantacinquenni, alle comitive composte da oltre 10 persone, soci coop. Il museo è accessibile ai disabili i quali possono parcheggiare l’auto sul retro accedendo da via Don Minzoni. Per supporto staff +39 0585 779681
Info: www.mudac.museodellearticarrara.it
Mikayel Ohanjanyan, nato nel 1976 a Yerevan (Armenia), ha ricevuto la sua formazione presso l’Accademia Statale di Belle Arti di Yerevan e l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ohanjanyan ha partecipato a numerosi eventi di rilievo internazionale: nel 2015 ha esposto nel Padiglione Nazionale dell’Armenia alla 56.Biennale d’Arte di Venezia, vincitore quell’anno del Leone d’Oro. Nel 2016, ha presentato due grandi installazioni site-specific per il progetto La Statale Arte presso l’Università La Statale di Milano. Inoltre, il suo progetto Diario è stato selezionato per il Frieze Sculpture Park, esposto al Regent’s Park di Londra. L’opera ora fa parte della collezione permanente dello Yorkshire Sculpture Park. Nel 2017, ha partecipato alla prima edizione di STANDART, la Triennale d’Arte Contemporanea dell’Armenia, e lo stesso anno alcune sue opere sono state esposte alla Fiac – On Site, all’aperto di fronte al Petit Palais di Parigi. Nel 2018 vince il Premio Internazionale d’Arte Contemporanea E. Marinelli per il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, dove la sua opera è ora parte della collezione permanente. Nel 2021 ha vinto il concorso indetto dalla CEI/Vaticano per la realizzazione di opere d’arte liturgiche per la chiesa di Don Giovanni Bosco a Bagheria, in Sicilia. Tra gli altri riconoscimenti, si annoverano il Premio Targetti Light Art (2009) e il Premio Henraux (2014).



