CASTELBASSO (TE) | FONDAZIONE MALVINA MENEGAZ | fino al 10 gennaio 2027
di MATTEO DI CINTIO
Tutto ebbe inizio con un telaio meccanico, e devo dire che si trattava di un apparecchio mostruoso
Con queste parole, riferite alla macchina tessile creata da Joseph Marie Jacquard, Nicolas Augustus, fratello minore del più noto John von Neumann, scienziato e personaggio vertice di quella straordinaria ibridazione romanzesca e saggistica che è Maniac di Benjamín Labatut, esprime tutta la sua inquieta stupefazione nella presa in visione di quel macchinario infernale, capace di automatizzare, attraverso delle schede forate, la creazione di complessi intrecci di arazzi, broccati e maglie. Nicolas ricorda come la meraviglia provata nel vedere quel macchinario portato a casa dal padre fosse la stessa, per tensione e coinvolgimento, di quella del fratello, già chiaro enfant prodige nell’ambito matematico. Ma la meraviglia di quest’ultimo, in quella scoperta ammaliante e sconcertante, aveva avuto un precipitato stregonesco e febbrile, come se dovesse essere da subito saturata dall’acciuffamento sapienziale. Scrive Labatut che il giovane János, poi John una volta emigrato negli Stati Uniti, tempestò il padre di domande:
Come facevano i fori a trasmettere informazioni? Come facevano le schede a diventare tessuti? Per favore, poteva tenere quel telaio? Poteva averlo in regalo? Funzionava solo per certi tipi di disegni? Il processo agiva anche in senso contrario?

Un turbinio di questioni che già prefiguravano la cifra di un interesse sempre più invasivo e immersivo, lo stesso interesse che lo porterà alla creazione e sistematizzazione di MANIAC, acronimo di Mathematical Analyzer, Numerical Integrator and Computer, calcolatore capace di elaborare quantità di dati e operazioni impensabili per la mente umana. Ma torniamo ancora alla macchina Jacquard. Potremmo dire, e lo spiega bene anche Labatut, che l’apparecchio si è presentificato nella storia dell’umanità come l’avvento di un primo innesco di quelle forme di meccanizzazione e automazione che tuttora stravolgono, in maniera sempre più alienante, l’operato umano. La magica inquietudine che la contraddistingue risiede nel fatto che «una volta programmato con le giuste istruzioni, un unico telaio Jacquard poteva produrre un numero illimitato di copie di un determinato disegno senza bisogno di una manodopera umana, motivo per cui l’impatto sull’industria tessile era stato enorme».

Potremmo, per entrare nel vivo del nostro discorso, tessere — appunto — un trait d’union fra la stupefazione di von Neumann descritta magistralmente da Labatut e quella provata da Sara Enrico, artista biellese (classe 1979) selezionata per la terza edizione dell’Art Prize dell’azienda tessile Arcolaio. È bene specificare che Arcolaio è nata negli anni ’50 ai piedi del Parco Nazionale del Gran Sasso ed è specializzata in tessitura Jacquard. Ma non solo: ha da sempre congiunto in modo raffinato e sapienziale l’innovazione tecnologica citata con il patrimonio decorativo-ornamentale appartenente alla tradizione folkloristica abruzzese, prestando particolare attenzione alla lavorazione della lana, del lino e della canapa. In occasione del 70° anniversario della propria attività, in collaborazione con la Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso (TE), ha istituito un premio d’arte, invitando artisti della scena contemporanea a sperimentare le potenzialità generative dei propri strumenti tecnici. Dopo le esperienze di Francis Offman e Muna Mussie — «tecnicamente sfidanti», a parere di Olga Perticara, CEO dell’impresa — è la volta di Sara Enrico che, come dicevamo, si è dimostrata subito rapita dal codice trasformativo della macchina Jacquard. Lo afferma in maniera puntuale una delle curatrici del premio, Giulia Floris: «Fin da subito — scrive — è apparso evidente come il suo sguardo non si posasse tanto sul tessuto quanto sulla macchina che lo rende possibile e come, più che sull’opera, Sara tornasse spesso a dialogare circa il dispositivo che ne precede la nascita». Come per von Neumann, anche per l’artista il telaio è divenuto il centro pivotale di un’attenzione sbalordita e inquieta. In fondo, ha un che di mostruoso il fatto che quest’opera demiurgica di traduzione possa trasformare un codice, un linguaggio binario fatto di vuoti e pieni, in materia sensibile.

Ma non dobbiamo per forza declinare il mostruoso attraverso la spirale semantica dello spaventoso, del fuori norma, dell’orrorifico, del weird, per usare un neologismo anglofono. Se ci soffermiamo sull’etimologia, monstrum diviene in prima battuta segno, ossia qualcosa che, apparendo nella realtà, satura gli interstizi ed eccede le trame abituali e ordinate dell’esperienza. In altre parole, se dovessimo installarci in maniera profonda nella vertigine concettuale del mostruoso, impareremmo ben presto a riconoscere che l’orrore non è qualità intrinseca di un oggetto, ma modalità di un’apparizione, troppo piena, visibile e insistente per non rimanerne abbagliati, perturbati.
Skin Weavers, l’opera che è il precipitato dell’esperienza residenziale di Sara Enrico presso la realtà manifatturiera di Arcolaio, non parla che di questo, ossia di saturazione della realtà. Ecco la lente attraverso cui partecipiamo — non solo attraverso la visione — all’impeto creatrice dell’artista, la quale, nel corso del lavorio sperimentale coadiuvato dalla macchina, ha appuntato un sentire particolarmente prezioso:
La tessitura ridà corpo a un vuoto.
Dare corpo a un vuoto è proprio ciò che il mostruoso fa, non suscitando per forza e in prima battuta orrore, ma anche seduzione, proliferazione percettiva, magnifico sbalordimento. Un eccesso percettivo si presentifica istantaneo nell’esperienzialità dell’opera: il tessuto, risultato del processo macchinico di automatizzazione, non è concepito nella sua immobilità bidimensionale, ma è colto in una postura verticalizzante attraverso un supporto d’acciaio che sembra la stilizzazione di un corpo intento a sorreggere l’oggetto di creazione. Questo aggregato di soluzioni materiche, questo incastro fra supporto e tessitura, fa in modo che quest’ultima sia “congelata” in un modo ondulatorio di cui si percepiscono nitidamente i connotati. È come se l’artista avesse voluto fermare un istante, quell’attimo in cui un lembo di pelle, una squama, l’esuvia — il formato oblungo della tessitura inevitabilmente richiama la pelle — si stacca dal corpo di cui faceva parte, divenendo esso stesso corpo, o meglio “organo senza corpo”, per rovesciare le tesi di Deleuze e Guattari, eccesso-scarto che non si articola più con le maglie di una forma univoca, involucrale, ma che si autogenera come forza nuova.

Come afferma puntualmente Serena Schioppa, curatrice della mostra, «la pelle — in Skin Weavers — non è intesa come semplice involucro anatomico, ma come superficie attraverso cui il corpo entra in relazione con il mondo; allo stesso modo, il tessuto non è un supporto, bensì una materia viva capace di trasmettere memoria, gesto e trasformazione». Il tessuto-pelle, nel suo divenire eccesso nello spazio di mondo, apre a delle possibilità percettive inusitate: il fruitore non è chiamato solo alla visione, ma è come se in quella visione fosse concentrata una moltitudine di istanze percettive. In fondo, si tratta anche di toccare con gli occhi, di manipolare la densità e la morbidezza dell’ordito, di coglierne l’andamento sinuoso ed erotico, di immaginare un nuovo tipo di relazionalità dove tessuto e pelle si contaminano. Possiamo dire che Sara Enrico, con raffinatezza e accortezza, dà corpo all’insistenza di una saturazione.

Un ultimo affondo sul tema: che tipo di saturazione è in atto nell’opera? Possiamo mettere a punto tre modalità di richiamo all’eccesso: alla saturazione percettiva di cui abbiamo parlato, che collima nella multisensorialità dello sguardo, si accosta una saturazione ontologica, per cui l’opera sembra otturare la mancanza ed esacerbare la forza assoluta di un movimento in perenne stato d’immanenza, e una saturazione simbolica, per cui, sulla scia di Baudrillard, l’opera diviene un concentrato di rimandi, informazioni e presenze. Forse un eccesso di realtà in quel troppo vuoto che è l’esperienzialità anonima del quotidiano. Lungi dal confinarlo in una pratica ostruttiva, il movimento di saturazione promosso da Sara Enrico ci costringe inevitabilmente a far mondo, a dimorare in quello spazio di perdita di confini fra oggetto e soggetto per rimodellarlo, energizzarlo e, perché no, aver fede nelle forme immaginifiche dell’eccedenza.
Skin Weavers
Presentazione al pubblico del progetto di Sara Enrico
realizzato in occasione della terza edizione di Arcolaio Art Prize
a cura di Serena Schioppa e Giulia Floris
Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Castelbasso (TE)
L’esposizione è visitabile su appuntamento fino al 10 gennaio 2027



