MILANO | Gió Marconi | Fino al 24 luglio 2026
di ELEONORA BIANCHI
Se conservate ancora la romantica e neanche troppo vagamente passatista illusione che una mostra d’arte sia un luogo deputato alla contemplazione estetica, la retrospettiva Man Ray: M for Dictionary presso la galleria Gió Marconi è qui per somministrarvi il dovuto correttivo. Oggi, com’è noto, se un’opera non si fa scudo di una densa “riflessione metalinguistica sullo slittamento del significante”, non ha diritto di asilo nelle gallerie che contano. L’esposizione in questione, tuttavia, ha il merito di svelare il gioco fin dal titolo e di posizionarsi come un sofisticato labirinto in cui la parola abdica alla sua funzione comunicativa per farsi feticcio, enigma e, talvolta, deliberata provocazione.
Il percorso biografico del protagonista, d’altronde, ne anticipa la poetica. All’anagrafe Emmanuel Radnitzky, il giovane artista intuisce precocemente che con un simile patronimico, nella Brooklyn dei primi del Novecento, il destino più probabile è il retrobottega della sartoria paterna (da cui mutuerà, non a caso, un’ossessione per grucce, metri e manichini). La trasformazione in Man Ray rappresenta il suo primo, autentico capolavoro concettuale: un personal branding ante litteram, un gioco linguistico trasformativo che gli consente di reinventare la propria identità senza liquidare del tutto l’eredità originaria.

La mostra si articola in cinque rigorose sezioni, quasi a voler dimostrare che l’anarchia Dada, per essere digerita dall’intellighenzia contemporanea, necessita pur sempre di un impeccabile rigore tassonomico.
Si comincia dalle suggestioni pedagogiche di Alphabet for Adults, un abecedario d’artista concepito nel 1940 durante il fatuo soggiorno a Hollywood, palcoscenico ideale per chiunque abbia eletto la finzione a propria psicanalitica dimora. Ispirata alla logica dei sussidiari per l’infanzia, la serie evita accuratamente innocui felini o imbarcazioni. Assioma basilare dell’operazione è il tentativo di creare un nuovo alfabeto a partire dai resti di una conversazione. Un esercizio di riciclo semantico che ricalca, con inquietante precisione, certi tentativi notturni di comporre un messaggio di senso compiuto affidandosi esclusivamente al correttore predittivo dello smartphone, dopo aver abusato di mixology molecolare.
Dalla parola scritta si passa poi alla scrittura della luce con i celebri rayographs, tecnica che l’artista rivendica con orgoglio e che consiste, sostanzialmente, nel produrre fotografie senza utilizzare la macchina fotografica.
Se non è avanguardia questa…
Il protocollo è di una semplicità disarmante: si dispongono oggetti dei più disparati – un pettine, una pistola, una grattugia da cucina – direttamente sulla carta fotosensibile, per poi esporre questo nuovo discutibile svuotatasche alla luce. Il risultato viene licenziato sotto il titolo Champs Délicieux, squisito calembour che gioca sulla classicità dei Campi Elisi mitologici per scivolare immediatamente verso i piaceri decisamente più mondani e mercificabili dell’omonimo boulevard parigino.

È tuttavia nella scomposizione del corpo e nell’oggettivazione delle forme che Man Ray rivela la sua natura più torbida e perturbante. Nella celebre Venus Restaurée, la malcapitata viene sadicamente imbracata e costretta da una fitta serie di corde. Il canone classico della bellezza viene violato e sottomesso, costringendo noi a una specie di voyeurismo disagiatamente colto.
Il climax viene toccato nella sezione dedicata alla matematica. Di fronte a certe complesse astrazioni, Man Ray ammette candidamente la propria totale ignoranza scientifica, le formule non significano nulla per lui, ma le forme sono varie e autentiche quanto quelle della natura. La reazione del genio è un meraviglioso atto di sciacallaggio estetico: traduce quelle equazioni in ventitré tele e le intitola con i nomi delle commedie di Shakespeare. Una funzione iperbolica diventa così La Tempesta e un paraboloide si trasforma in Molto rumore per nulla. È il definitivo trionfo del velleitarismo umanistico sul rigore scientifico.
A suggello di questo labirinto di specchi, il piano inferiore della galleria accoglie gli interventi di cinque autori contemporanei. Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani sono chiamati a testimoniare che, a distanza di un secolo, la sindrome della decodifica coatta non è affatto guarita. Siamo ancora tutti qui, docilmente radunati, a tentare di espiare l’eredità poetica di Emmanuel Radnitzky.
Insomma, Man Ray: M for Dictionary è una mostra irrinunciabile per chiunque ami compiacersi della propria complessità intellettuale, per chi comprende che la vera provocazione non sta nello scandalo o nell’ennesimo gioco concettuale, quanto più nel rifiuto ostinato di rendersi immediatamente leggibile. Man Ray continua a ricordarci che l’arte non nasce per essere capita. A volte nasce semplicemente per complicare le cose. E mentre il contemporaneo più recente sgomita per spiegarsi e farsi leggere a tutti i costi, Man Ray ci ricorda che l’ambiguità resta ancora la più sofisticata forma di sabotaggio.
Man Ray: M for Dictionary
11 aprile – 24 luglio 2026
Gió Marconiv
ia Tadino 15, Milano
Orari: da sabato 11 aprile a sabato 13 giugno 2026, martedì-sabato ore 11.00-18.00; da lunedì 15 giugno a venerdì 24 luglio 2026, lunedì-venerdì ore 11.00–18.00
Info: www.giomarconi.com



