VENEZIA | Museo Fortuny | Fino al 22 novembre 2026
di FRANCESCA DI GIORGIO
Entrare al Museo Fortuny per incontrare Erwin Wurm significa attraversare un luogo in cui la forma non è mai soltanto forma. E significa anche diventare un po’ “sognatori” per seguire le fila, a Palazzo Pesaro degli Orfei, dei “viaggi” di Mariano Fortuny che aveva trasformato architettura, tessuto, luce, pittura e invenzione in un unico dispositivo creativo. La scultura di Wurm si trova infatti davanti a una materia già carica di storia, memoria e stratificazioni. Il confronto non poteva dunque essere più fertile: da una parte un edificio che conserva le tracce di un’idea totalizzante dell’opera d’arte, dall’altra un artista che da decenni lavora per disarticolarne le categorie, a cominciare proprio dalla scultura.

È una sfida alla gravità, quella che attraversa la mostra. Alla gravità fisica, certamente, che Wurm mette continuamente alla prova attraverso corpi deformati, oggetti dilatati, volumi che sembrano sul punto di perdere il proprio equilibrio; ma anche a una gravità più concettuale, quella che assegna alle cose un’identità stabile, una funzione, una misura. La scultura di Wurm comincia precisamente quando queste certezze vacillano.
L’ironia, che inevitabilmente scaturisce dall’osservare le sculture fuori scala dell’artista austriaco, è un dispositivo conoscitivo: introduce uno scarto nell’ordinario e costringe a guardarlo di nuovo. «L’ordinario è così vicino e così familiare a noi che siamo portati a trascurarlo», afferma l’artista. È nell’assurdo, allora, che il quotidiano torna a diventare visibile.

Le One Minute Sculptures, presentate al secondo piano del museo, costituiscono un passaggio decisivo e punto focale di questa ridefinizione. Istruzioni, mobili, oggetti d’uso comune e corpi compongono configurazioni destinate a durare appena un minuto. Qui la scultura non coincide più con un oggetto, ma con un accadimento: ha una durata, richiede una partecipazione, esiste soltanto finché qualcuno accetta di assumere una posizione e trasformare il proprio corpo in materia plastica. La fotografia – spesso realizzata con la Polaroid – non documenta semplicemente l’opera: ne costituisce la sopravvivenza, una sorta di tassidermia dell’istante.

La stessa logica attraversa le altre opere presenti nelle sale del Fortuny. Nei Dreamers, cuscini fuori scala sorretti da arti umani assumono una presenza insieme comica e inquietante. L’oggetto sembra essersi appropriato del corpo, mentre il corpo appare ridotto a un elemento funzionale dell’oggetto. È una delle caratteristiche più sottilmente politiche del lavoro di Wurm: attraverso il paradosso, mette in discussione le gerarchie che abitualmente utilizziamo per ordinare la realtà.
E, poi, ad un certo punto il corpo scompare. Nella serie Substitutes, gli abiti privati della figura che dovrebbero contenere diventano presenze enigmatiche, involucri senza corpo, membrane che sembrano conservare la memoria di una persona ormai assente. È qui che il confronto con Fortuny acquista una particolare intensità. L’abito, per entrambi, non è un semplice rivestimento, ma un dispositivo capace di modificare il corpo e, attraverso di esso, la percezione dello spazio.

Il dialogo tra lo scialle Knossos di Fortuny e Yikes di Wurm è emblematico. Due rettangoli di materia che sembrano apparentemente non avere nulla in comune si rivelano invece dipendenti dallo stesso principio: la forma non è data una volta per tutte, ma nasce dalla relazione con un corpo e con un gesto. Il Knossos ha bisogno di essere indossato, manipolato, attivato; Yikes sembra conservarne il negativo, il momento immediatamente successivo alla scomparsa di quella presenza.
È forse proprio qui che il confronto con Fortuny supera il semplice gioco delle analogie. Palazzo Pesaro degli Orfei non è un contenitore neutro, e Wurm non può essere letto come un corpo estraneo semplicemente inserito nelle sue sale. Il museo stesso diventa materia dell’esposizione: un organismo attraversato da epoche, tecniche, funzioni e immaginari differenti. Fortuny aveva concepito il proprio spazio come un laboratorio nel quale arti e discipline potessero contaminarsi; Wurm vi introduce una nuova instabilità, facendo collidere il monumentale con il banale, la memoria con il presente, la permanenza con l’effimero.

In questa prospettiva, anche l’umorismo assume un peso diverso. Ridere davanti a una scultura di Wurm significa spesso accorgersi che ciò che provoca il riso riguarda qualcosa di estremamente serio: il modo in cui abitiamo il nostro corpo, il modo in cui ci presentiamo agli altri, la pressione sociale a costruire continuamente un’immagine di noi stessi. Le forme sproporzionate, le posture impossibili, gli oggetti deformati restituiscono l’assurdità di una condizione nella quale siamo costantemente chiamati a “darci una forma”.
Tra le stanze del Fortuny, dove tutto sembra parlare di permanenza, eredità e conservazione, Wurm introduce un’arte che sembra dirci l’opposto: nulla è davvero stabile, nemmeno il corpo, nemmeno l’oggetto, nemmeno l’identità. La scultura può durare un minuto; un abito può diventare il calco di un’assenza; un oggetto può smettere di essere ciò che sappiamo che è.
E quando la posa finisce, quando il corpo torna alla sua posizione ordinaria e l’oggetto recupera la propria funzione, resta una domanda che attraversa silenziosamente le sale del museo: che cosa rimane di una forma quando smettiamo di sostenerla? Forse, nel lavoro di Wurm, è proprio questo il compito della scultura: non fissare una forma, ma renderne visibile la fragilità.

ERWIN WURM. Dreamers
a cura di Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit
6 maggio – 22 novembre 2026
Museo Fortuny
San Marco 3958, Venezia
Orari: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00), chiuso il martedì.



