MILANO | Fondazione Emilio Scanavino | Fino al 14 giugno 2026
di MATTEO GALBIATI
In occasione della chiusura della mostra salutiamo uno dei progetti che più è stato apprezzato in questi mesi, un progetto il cui valore ha bisogno di essere ribadito anche nelle sue battute finali perché ha ridato voce al silenzio, ha chiuso il capitolo di una storia a distanza di cinquant’anni. Omaggio all’America Latina Artisti: Alik Cavaliere, Emilio Scanavino con la performance di Regina José Galindo Homage to Latin America – Veiling è ritornato come elemento vivo e vitale, capace di essere voce narrante e non solo un documento ormai storicizzato. A Milano nella sede Fondazione Emilio Scanavino – l’organizzazione è stata condivisa con il Centro Artistico Alik Cavaliere e ha visto la collaborazione di Prometeogallery – ha preso forma un dialogo tra generazioni diverse e tra i loro diversi linguaggi artistici, accomunate però dalla volontà forte di riaffermare il ruolo dell’arte come istanza di assunzione di responsabilità, come testimonianza sulla storia taciuta, come osservatore di impegno politico e sociale e, quindi, come doverosa presa di posizione attiva e militante.

Ci sono opere che appartengono alla storia dell’arte e, ad essa consacrate, regalano il dono della bellezza cristallizzando la storia passata, altre che mantengono, invece, acceso il fuoco del loro sguardo e delle loro dichiarazioni che, anche quando sono state lasciate nel buio silenzioso della loro rimozione forzata, non smettono di riflettere nel presente ogni loro denuncia. Omaggio all’America Latina di Alik Cavaliere ed Emilio Scanavino appartiene a entrambe queste condizioni: fu concepita per la XI Biennale di San Paolo del 1971 e, nel contesto segnato dalla dittatura militare brasiliana, fu “diplomaticamente” censurata prima ancora di poter essere vista. Questo fu il prezzo pagato da Scanavino e Cavaliere per aver “osato” raccontare la verità omaggiando con un’opera imponente – sia per dimensioni che per contenuto emotivo – i nomi dei martiri caduti per la libertà del continente latinoamericano. Il loro intervento a quattro mani si presenta come un monumento civile radicale: un grande muro suddiviso in 156 riquadri emblematicamente tormentati, ciascuno di questi riporta il nome di questi eroi della libertà. Nell’opera i celeberrimi e identitari grovigli segnici, carichi di tensioni e nodosità grafiche, di Scanavino si intrecciano con gli altrettanto conosciuti lacerti bronzei di Cavaliere, capaci di far vivere forme organiche attivando nel tempo presente una natura ferita, scalfita e, nonostante sia dolente, resta a suo modo resiliente. L’opera, come è stato più volte sottolineato, ha sempre evitato qualsiasi forma di retorica, la sua forza è quella di dar valore e potenza a un atto di responsabilità che non si scolora e non si annichilisce. E nemmeno vuole silenziare le violenze della storia.

L’opera, allora, è riemersa oggi a Milano non come un reperto, ritrovato, rivisto e ora da archiviare, ma da offrire alla nostra sensibilità come materia ancora incandescente, capace di interrogare il nostro stesso presente con la medesima urgenza che ne determinò allora l’esclusione da quella famosa manifestazione internazionale.
La vicenda della censura non costituisce – soprattutto oggi per quel che sappiamo accadere attorno a noi – una semplice annotazione biografica, è una ferita non rimarginabile, soprattutto quando si trova a specchiarsi nella ripetizione differente di certi meccanismi della storia. I nostri tempi difficili sono dentro di essa, ne sono parte integrante e per questo possono renderla ancora così tanto viva.
Nel momento in cui venne rimossa dalla mostra per cui fu commissionata, fu con ignavia sottratta allo sguardo del pubblico e persino esclusa dal catalogo ufficiale, Omaggio all’America Latina fu subito tragico indizio di quella frattura assai profonda e dolente che si genera tra il potere e l’arte, quando questa non ha paura a nominare la violenza. I nomi dei martiri latinoamericani che leggiamo non celebrano un passato che è concluso e che nemmeno si può concludere con la fine di questa mostra, ma restano scolpiti, oggi più che mai, nella nostra anima ed evocano quella geografia del dissenso necessaria a provare a cambiare la storia quando va alla deriva sotto spinte autoritarie travestite da democrazia. È l’eco che torna di una voce che il regime militare brasiliano preferì cancellare e che, invece, adesso riaffiora ancora pulsante dei suoi significati.

Oltre mezzo secolo dopo, riattivare l’opera assume il valore di un risarcimento certamente simbolico, ma soprattutto politico: non è importate la visibilità riconcessa a un episodio dimenticato dell’arte italiana del dopoguerra, ma è cruciale riaffermarne il diritto a occupare lo spazio critico allora negato. È la rivincita morale della memoria contro ogni dispositivi d’oblio, qualunque esso sia, ieri come oggi.
Decisiva è poi la presenza – oserei dire solenne – di Regina José Galindo: la sua performance Homage to Latin America – Veiling, infatti, non accompagna l’opera di Cavaliere e Scanavino, ma si unisce al suo silenzioso grido di dolore. Galindo, compresa l’anima del loro lavoro, lo mette nuovamente in tensione. L’impegno nei decenni dell’artista guatemalteca è sempre stato quello di mettere al centro il proprio corpo come elemento catalizzatore e “superficie” dove, senza la paura di versare emblematicamente il suo stesso sangue, esibire le ferite prodotte dalla violenza politica, dalle disuguaglianze, dalle forme di oppressione che ancora attraversano il continente latinoamericano e diverse altri parti del mondo. Con il suo intervento a Milano ha agito, con una drammaticità spiritualmente potente, attraverso una soglia temporale e, collegando il 1971 al presente, ha saputo trasformare la memoria storica in esperienza viva.

Davanti alle superfici segnate da Scanavino e alle forme fragili e resistenti di Cavaliere, Galindo ha introdotto se stessa come corpo sacrificale, spogliata di tutto e coperta da un telo sindonico grondante ancora del sangue versato, si è offerta come archivio dei traumi e delle resistenze. La sua azione non ricalca le tracce dell’opera dei due maestri, ma vuole prolungarne l’energia etica. Dove la censura aveva provato a interrompere un discorso, la performance riapre la possibilità di un nuovo ascolto.
L’incontro tra questi tre artisti ribadisce che forme di continuità siano attuabili e che l’arte riesce sempre, e nonostante tutto, ad assumersi responsabilità nei confronti del reale. La loro unione produce poi un effetto detonante, perché porta l’arte stessa a definirsi, quando sapientemente e coraggiosamente impegnata, come un organismo critico che continua a respirare dentro la storia mentre questa si sta (ancora) facendo. E come non poter pensare a migrazioni, disuguaglianze, violenze politiche e nuove fratture geopolitiche?
Ecco perché è importante tenere viva questa testimonianza che ci è stata donata, importante farlo anche quando i riflettori della mostra si saranno spenti e le opere disallestite. Dobbiamo essere consapevoli dell’importanza di mantenere accesa la luce di un pensiero che è memoria che non si lascia censurare, così avremo la speranza – forse – di provare anche noi a cambiare le cose.
Omaggio all’America Latina Artisti: Alik Cavaliere, Emilio Scanavino
performance di Regina José Galindo. Homage to Latin America – Veiling
organizzata da Fondazione Emilio Scanavino e Centro Artistico Alik Cavaliere
in collaborazione con Prometeogallery
pubblicazione in edizione limitata di Dario Cimorelli Editore con testi di Marco Scotini e Luca Pietro Nicoletti
14 aprile – 14 giugno 2026
Fondazione Emilio Scanavino
Piazza Aspromonte 17, Milano
Orari: dal lunedì al giovedì ore 10-15; sabato e domenica su appuntamento
Ingresso gratuito
Info: fondazionescanavino.org
www.alikcavaliere.it
www.prometeogallery.com



