FABRIANO (AN) | Fondazione Ermanno Casoli
di VALERIA CARNEVALI
Si presenta come un oggetto funzionale, con una bella veste di design a figure zoomorfe, che funge da separè tra i locali aziendali. Un prodotto in realtà quasi ordinario, ma “a malapena immaginabile” è la portata estetica e critica che la sua presenza può potenzialmente significare ad occhi che sappiano conservare la curiosità e ricordare che l’arte continua a parlare. Esseri a malapena immaginabili, inaugurata lo scorso 17 marzo, è un’opera generata dall’incontro di un collettivo artistico cutting-edge e un gruppo di white-collar workers alle prese, una tantum, con l’invito alla speculazione creativa. Due particolari giornate di inizio di marzo a Fabriano, nell’operoso entroterra marchigiano, per due parti chiamate ad ibridarsi nella costruzione dinamica di un’opera d’arte da una committenza che ha fatto della relazione tra arte e industria non uno iato ma un dittongo, segni in continuità e non in opposizione: è questa una prassi che la Fondazione Ermanno Casoli porta avanti da un ventennio attraverso il workshop E-straordinario nella ditta di cappe aspiranti Elica, a cui essa stessa è collegata, in cui artisti contemporanei vengono chiamati, grazie alla direzione artistica di Marcello Smarrelli, a condurre laboratori creativi di arte partecipata rivolti ad una selezione di dipendenti, il cui prodotto permane in un pezzo di collezione nell’azienda. A fecondare l’edizione di quest’anno è stato Numero Cromatico, entità molteplice e fluida che dal 2011 contamina l’arte con le neuroscienze e la filosofia, di stanza a Roma, con sede al Pastificio Cerere, e attiva nella ricerca e produzione artistica e nell’editoria.

Di se stesso Numero Cromatico, a una domanda sul funzionamento della propria struttura, risponde “Il modello è quello di un’intelligenza collettiva: le decisioni emergono dal confronto e dalla stratificazione dei contenuti. Il punto centrale, per noi è superare la figura dell’artista come autore individuale. Numero Cromatico lavora proprio per mettere in crisi questa idea, sostituendola con un organismo collettivo che produce pensiero e opere”.
L’idea alla base di Esseri a malapena immaginabili è un ribaltamento del concetto diffuso che si ha dell’IA: non una macchina di sintesi che offre contenuti sostituendosi all’umano, ma uno strumento di analisi che genera ipotesi aumentate in espansione della creatività: gli stimoli arrivano dalla cultura ed hanno una bibliografia specifica (gli studi del prof. Alessandro Delpriori sui bestiari medioevali e il saggio Il libro degli esseri a malapena immaginabili di Caspar Henderson), i partecipanti li declinano in attività manipolative per loro insolite (cartoncino e forbici con un riappropriamento delle libere pratiche infantili), l’IA concorre a completarne la realizzazione con esiti inediti ed individuali.

Questo modo di condurre il lavoro non è una semplice azione laboratoriale: “Ci interessa creare cortocircuiti: far emergere connessioni inattese tra ruoli, competenze e modi di pensare. In questo senso, il nostro lavoro si avvicina più a una ridefinizione delle condizioni dell’esperienza che a una semplice attività formativa. Non si tratta di trasferire competenze, ma di attivare uno spazio in cui le categorie abituali — lavoro, creatività, produzione — possano temporaneamente essere sospese e rimesse in discussione.”
L’utilizzo delle IA è una componente fondamentale nella ricerca di Numero Cromatico: “Nel nostro lavoro, l’intelligenza artificiale non è mai intesa come un soggetto autonomo, ma come strumento all’interno di un sistema più ampio di ricerca. Le nostre IA, ad esempio, producono testi poetici, ma lo fanno all’interno di una struttura teorica e progettuale definita dal collettivo. In questo scenario l’arte può offrire strumenti critici fondamentali: permette di usare queste tecnologie con uno sguardo attivo e non passivo, di mettere in discussione i dispositivi che utilizziamo e di immaginare relazioni diverse con essi. Più che chiederci se stiamo dominando o subendo l’IA, dovremmo chiederci: quali modelli di pensiero stiamo delegando? E quali, invece, vogliamo continuare a costruire?”
È nella hall della sede aziendale, spazio comunitario di lavoro e di rappresentanza, hortus conclus
“L’arte, per noi, non è uno strumento di soluzione diretta dei problemi, ma un dispositivo che attiva possibilità. Non interviene per “risolvere” una crisi, ma per modificare il modo in cui la crisi viene percepita e pensata, o addirittura per mettere in discussione un sistema di valori. Quando parliamo di “creatività allargata”, intendiamo una trasformazione dello sguardo. Significa portare la pratica creativa fuori da uno spazio specialistico, e renderla una competenza diffusa accessibile, condivisa. Non si tratta di insegnare a “fare arte”, ma di stimolare un atteggiamento critico e immaginativo. Le nostre pratiche, anche nei contesti territoriali, cercano di costruire situazioni in cui le persone possano fare esperienza di questo spostamento: uscire da una fruizione passiva e attivare una relazione con ciò che osservano. In contesti di crisi, questo tipo di attivazione può avere un impatto reale, non perché produce soluzioni immediate, ma perché modifica le condizioni di possibilità del pensiero”.
Un insegnamento saggio e buono da recepire, forse non facile da ricordare: si potrà percepire dalle lente trasformazioni economiche e sociali che un tale atteggiamento potrebbe essere in grado innescare. A partire da una lungimiranza che, attraverso le maglie di quella tenda, dovrebbe guardare l’intero processo produttivo ed ogni tipo di ricaduta nel territorio e che renda il suo futuro più sicuro nelle incertezze della contemporaneità, non a malapena immaginabile. La tenda e i suoi esserini sono lì, a ricordarlo.

A margine, tornando in un alveo più specificamente artistico, durante il talk un accenno alla critica d’arte che nel nostro Paese è carente ha suscitato in chi scrive un’ulteriore domanda: quale è la critica che manca e quale dovrebbe essere la sua funzione?
“Manca la critica d’arte, nel senso più pieno del termine. Non manca la scrittura sull’arte, ma manca uno spazio reale di confronto, di conflitto e di costruzione teorica. Oggi prevale una forma di autocensura diffusa: esporsi in maniera critica e non superficiale, prendere posizione, articolare un pensiero critico significa inevitabilmente entrare in attrito con un sistema che premia, invece, l’adesione al sistema di valori dominante e la riconoscibilità attraverso uno stile. La critica dovrebbe avere una funzione radicale: non accompagnare il sistema, ma metterlo in discussione. Dovrebbe contribuire alla costruzione di teorie estetiche, offrire strumenti per leggere la relazione tra opere e pubblico e, soprattutto, aprire possibilità interpretative nuove sulla realtà. Oggi invece assistiamo a una progressiva sovrapposizione tra critica e comunicazione. Il mercato è diventato il principale committente simbolico: orienta i temi, stabilisce le priorità, costruisce narrazioni riconoscibili, facilmente assimilabili e, quindi, vendibili. In questo contesto, anche la critica tende ad adattarsi, inseguendo trend e linguaggi dominanti.
Molte piattaforme editoriali, inoltre, si limitano a rielaborare comunicati stampa, spesso per necessità economiche strutturali. Questo produce un circuito chiuso, autoreferenziale, in cui il discorso critico non si sviluppa ma si replica. È un sistema che si autoalimenta, riducendo progressivamente la complessità del pensiero. Recuperare una vera critica significa riaprire uno spazio di rischio: accettare il conflitto, costruire visioni e, soprattutto, rimettere al centro la dimensione teorica dell’arte, che oggi appare sempre più marginalizzata.”

Numero Cromatico. Esseri a malapena immaginabili
a cura di Marcello Smarrelli
Dal 17 marzo 2026
Elica – Fondazione Casoli
via Ermanno Casoli 2, Fabriano (AN)
Info: info@fondazionecasoli.org
http://www.fondazionecasoli.org



