LERICI (SP) | VILLA MARIGOLA | Fino al 2 agosto 2026
di VANESSA VILLA
Sottili linee luminose, che rendono sensibili i punti di contatto tra paesaggi interiori ed esteriori, sono al centro di I miei orizzonti e Tu, mostra personale di Giovanni Ozzola (Firenze, 1982) a Lerici, presso Villa Marigola. A cura di Carlo Orsini e in collaborazione con Galleria Continua, il progetto espositivo si inserisce nell’ambito di Musica, Immagini e Parole dall’Acqua, decima edizione del Lerici Music Festival che mette in relazione musica e arti visive e che dedica all’acqua il suo tema. Confrontandosi con il Golfo dei Poeti, Ozzola si rivolge al mare, che diventa portatore di un invito a incontrare l’altro e ciò che è incognito e ancora sfugge allo sguardo, in un percorso in cui si apprende che scoprire il mondo vuol dire, anche, trasformare un frammento intimo di sé.
La tensione verso l’altro è già nella congiunzione del titolo, in quella “e” che getta un ponte tra la lontananza di vasti orizzonti e la prossimità evocata dal “Tu”: la vocale custodisce una dinamica relazionale presente nelle opere e nel modo in cui è articolata la mostra. Villa Marigola si apre al Golfo dei Poeti lasciando entrare nelle sue stanze l’azzurro del mare: un aspetto che orienta l’ideazione del progetto espositivo il quale, concepito in stretto dialogo con l’architettura, riunisce immagini fotografiche, video, interventi installativi e scultorei. La riflessione sull’attraversabilità dei confini, sui rapporti tra esterno e interno, diventa elemento strutturale della mostra. Tra soffitti riccamente decorati e marmi policromi, I miei orizzonti e Tu si configura come un itinerario scandito da calibrate corrispondenze e rimandi visivi, che stabiliscono nessi non solo tra le opere, ma anche tra queste e l’ambiente in cui sono ospitate. Ne risulta una mostra costruita come un corpo, dove ogni lavoro è autonomo e, al contempo, in risonanza con gli altri: un organismo che offre un’esperienza percettiva in cui anche lo spazio architettonico ha parte attiva.

Per I miei orizzonti e Tu, l’artista presenta un nucleo di fotografie inedite di grandi dimensioni realizzate nel territorio circostante Lerici, dopo aver visitato costruzioni dismesse e bunker costieri come quelli di Punta Bianca. In questi luoghi ha raccolto immagini che sono squarci silenziosi, scorci sul cielo e sul mare in cui il tempo è sospeso e la luce accompagna in una dimensione meditativa. In Stuck in the middle with you (2026), lo sguardo oltrepassa il rettangolo stretto e lungo di una feritoia nel cemento di una fortificazione bellica diroccata, da cui fanno capolino foglie e onde remote. In Untitled – a fine primavera, Untitled – with a view e Untitled – with you (2026), i profili di aperture in pareti marcate dal tempo funzionano come cornici scure che definiscono vedute marittime, con il sole ad accarezzare acqua e nuvole. In A mani vuote di te (2026) l’impressione è di trovarsi a strapiombo sul mare, in bilico tra il riparo offerto dello spazio interno e il richiamo esercitato da quel limite estremo della visione che è la linea dell’orizzonte. Un filtro caratterizza gli scatti: un brano di mondo incastonato entro costruzioni lasciate in ombra, da cui affiorano graffiti e rimasugli di transiti umani, e che sono in contrasto con la luce e il colore di ciò che si vede al di là di esse. Colti nel loro valore simbolico, mare, cielo e strutture militari abbandonate aiutano a ragionare sulla percezione e comprensione che abbiamo del mondo. Sono punti d’osservazione, balaustre da cui affacciarsi e, pur avvertendo la vertigine dell’ignoto, protendersi verso l’esistente, tangibile e non.
Muoversi verso ciò che non si sa: posizionata al centro di una stanza, adagiata sul pavimento, The Lake of the Unknown (2019) è una lastra di rame solcata da linee sinuose attraverso cui seguire le rotte di chi, nel tempo, ha intrapreso la via del mare in viaggi ammantati d’incertezze. Il materiale riflettente diventa spazio di memoria e orientamento: una mappa in cui i profili dei continenti sono resi leggibili dal sovrapporsi dei segni che, incisi come cicatrici e rughe, ricostruiscono un intreccio di traiettorie.
Deposte a terra, immobili sulla terrazza di Villa Marigola, le tre bronzee campane marittime di Dust on Memories (2016) non suonano più. Silenziose, lasciano parlare le loro superfici, che riportano frasi raccolte dall’artista nel corso degli anni. In mare, le campane nautiche sono fari sonori: il rintocco è un segnale, un dire la propria posizione, un enunciarsi e annunciarsi.

Ancora un modo per dichiararsi presenti, per orientare e orientarsi: in Venezia – faro di notte (2026), Ozzola fotografa il faro di Punta Sabbioni a Venezia. La fonte luminosa, creata dagli uomini per gli uomini, è sovrastata dagli astri: nell’uno e nell’altro caso, riferimenti visivi che aiutano a percorrere la notte, quando non si sa e non si vede. Tremolante è il chiarore emesso dalla fiamma di Candela (2026), affiancato da quello soffuso che penetra, filtrato da una tenda, nella camera di Sin título por una sola noche (2026). Luci naturali e artificiali, che rivelano e abbagliano, che attenuano lo scarto tra qui e là, dentro e fuori.
Avvicinare la lontananza, comunicare a distanza: non più parte della strumentazione di un’imbarcazione, le campane nautiche sono mute. Uno scambio di voci, invece, è al cuore di Sin tiempo / Timeless (2017), video che rende protagonista il silbo gomero, lingua fischiata parlata sull’isola di La Gomera, nell’arcipelago delle Canarie. Riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO nel 2009, è nata per rendersi udibile nonostante l’orografia dell’isola. Nel video una persona parla rivolta al mare, in un dialogo che si svolge attraverso l’impalpabilità dell’aria. Il fragore del vento è ascoltato e respirato, riempie i polmoni per poi trasformarsi in parole che, meditate, sono infine restituite al paesaggio.

La figura protagonista di Sin tiempo / Timeless attiva un processo d’identificazione con lo spettatore. Nel momento in cui non mostra il suo volto, rende permeabile la soglia tra lo spazio esterno e quello interno all’immagine. Getta un ponte tra due dimensioni: come una Rückenfigur, replica l’atteggiamento di chi è dinanzi all’opera, facendo sì che osservatore reale e rappresentato si scoprano accomunati dall’esperienza di indefinito vissuta a partire da una sosta lungo il margine della visione. Mediatrice dello sguardo spettatoriale, la figura di spalle è assente nelle fotografie. In sua vece, le cornici architettoniche che inquadrano il paesaggio coincidono con palpebre dischiuse: la persona di spalle, siamo noi. Noi che occupiamo, nello spazio reale davanti alle opere, la posizione dell’artista nell’istante dello scatto. Ci sono, dunque, un io, un tu, un noi che si sporge verso la vastità del mare, che diventa una figura della reciprocità.
Attraverso luce, spazio e tempo, Ozzola riflette sul bisogno di ciò che è sconfinato per ri-trovarsi, in una ricerca che non si risolve in un gesto chiuso in sé e su di sé. L’incognito è possibilità di trasformazione, ma l’orizzonte personale acquista senso nella restituzione dello sguardo dell’altro. Ecco la “e” che chiama in causa un “Tu”: attento alle connessioni tra individuale e universale, al passaggio dal singolo a una dimensione collettiva, Ozzola desidera ascoltare ciò che l’altro può rendere all’altro, agli altri. Per l’artista, ciascuno si muove tra due orizzonti. Il primo, interno: il modo in cui elaboriamo il mondo. Il secondo, esterno: la realtà in cui viviamo. Questi si sfiorano ed entrano in frizione, trovando nella luce una zona d’incontro. Le opere diventano, allora, simili a diaframmi attraverso cui la luce crea osmosi: come finestre, producono un senso di connessione a partire da una soglia visiva comune, rimarcando l’importanza dell’altro, dell’infinito noto e ignoto che alberga dentro e fuori di noi.

Giovanni Ozzola. I miei orizzonti e Tu
a cura di Carlo Orsini e in collaborazione con Galleria Continua
nell’ambito di Lerici Music Festival
22 luglio – 2 agosto 2026
Villa Marigola, Lerici (SP)



