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PADOVA | #StudioVisit

Intervista a MARCO MARIA ZANIN di Francesco Fabris

Una via porticata e storica di Padova, una sera d’estate ed un sano desiderio di incontro e condivisione mi hanno aperto le porte dello spazio artistico e vitale in cui vive e lavora il talentuoso Marco Maria Zanin (Padova, 1983). All’ultimo piano di un condominio all’apparenza tradizionale si dischiude un luogo davvero suggestivo per forma, vista, ed energia che ne scaturisce.

Qui ci ha fatto il suo habitat un artista che disvela i segreti del mito e dell’archetipo, della loro forza e della potenza generativa della memoria, filo conduttore dell’esperienza essenziale dell’uomo, stretto tra natura e tempo, tra origini e magnetismo delle forze passate.
L’atto mnemonico che costituisce la tensione del suo lavoro è dispiegato attraverso fotografie e sculture che si concentrano su oggetti scartati e poi ripresi, per scavare sino a percepire le pulsazioni di un nuovo tempo e spazio interiore nell’ignaro fruitore contemporaneo.

Marco Maria Zanin, casa studio

Con la sua naturale ospitalità e schiettezza, profondità e preparazione, Marco mi ha fatto da guida nello spazio che per lui è rifugio, luogo di meditazione e riflessione, ma anche crocevia di culture, esperienze ed occasione di incontri, posto com’è – anche fisicamente – in un triangolo storico e vitale da cui filtra non solo luce ma linfa generatrice.

Accompagnati da calici di vino locale ed a piedi scalzi, metafora dell’attaccamento al legno ed alle radici che rappresenta la cifra stilistica del suo percorso, Marco inizia a raccontare una storia di attesa, conquista e trasformazione simbiotica di un luogo che lo “veste” come un abito e con il quale ha instaurato uno scambio bilaterale di energia immediatamente palpabile anche agli estranei, attraverso un moto di fatica e rinascita in tutto e per tutto corrispondente alla creazione artistica.

Marco Maria Zanin: Quella che vedi è la casa in cui ho vissuto fino ai sei anni, anche se al tempo era totalmente diversa da ora. Quando i miei genitori si sono separati è stata affittata ad altri, poi è rimasta chiusa per alcuni anni sino a che – dopo le mie lunghe peregrinazioni nel mondo e i soggiorni a San Paolo in Brasile – non ho maturato il desiderio di tornare ad abitare questo spazio, dapprima utilizzato solo come studio, dopo una lunga negoziazione con mio padre che aveva altri piani per l’immobile. Ho iniziato a viverlo come spazio di creazione e pensiero, un luogo fisico che mi serviva per collocare il plotter, disseminare puntine con foto alle pareti, ammassare libri e idee e, soprattutto, ospitare artisti in specie brasiliani grazie ai quali son riuscito a riattivare a Padova un lavoro culturale sul territorio ed una rinnovata attenzione anche da parte delle istituzioni. È però solo molto di recente che, grazie ad una lunga e faticosa ristrutturazione, questo luogo è diventato anche la mia abitazione, compiendo un disegno che io sentivo “scritto sulla pelle”, una storia che doveva per forza chiudersi così. La casa/studio costituisce uno spazio intimo e raccolto in cui elaboro le mie solitudini ma in cui ho la necessità di far confluire persone, idee e contaminazioni da tutto il mondo, in cui ho spazio per suonare, ascoltare musica, studiare e condividere, nel senso più ampio del termine. La struttura progettata con lo studio MIDE Architetti di Padova può essere suddivisa, attraverso dei pannelli mobili, tra zona privata e zona “aperta”, voglio che chi entra percepisca la forza dell’invito a condividere ed a partecipare. Cerco energia, fornisco uno spazio, ambisco allo scambio senza filtri.

Marco Maria Zanin, casa studio

L’ambiente è uno spazio di gusto eccelso, molto ampio, semplice e radicale, quasi neutro, pervaso da luce che giunge da una immensa terrazza che lo perimetra da sud ad ovest, donando sole lungo tutta la giornata. Da enormi vetrate si scorgono i “punti cardinali” di una Padova medievale, città di origine contadina vissuta da geni del romanticismo e della scienza, da Foscolo a Petrarca sino a Galileo, dal Duomo ai Colli Euganei sino all’osservatorio astronomico della Specola, dove la leggenda vuole che lo scienziato (qui attivo alla fine del ‘500) ammirasse luna e stelle. La centralità della collocazione è materiale prezioso per Marco, che ne ha fatto un simbolo del suo approccio al lavoro di artista.
MMZ:
Lo spazio sorge tra elementi naturali ed umani, raccoglie la luce del sole dall’alba al tramonto, è lambito dall’acqua del fiume e dal suo rumore, da qui si vede bene un simulacro dell’apertura del mondo verso il cosmo. Tutti i punti cardinali che mi servono sono racchiusi in questo luogo, che mi rappresenta e che si apre agli altri. È un luogo fluido, che conferisce la sensazione di essere dentro la storia e la natura quasi come in una barca a vela, esposta agli agenti, al sole, al vento ed alla luce. L’amore per la luce che transita nello spazio quotidiano, oltre ad influenzare il mio lavoro, mi ha spinto ad appassionarmi alle piante che arredano casa, mi piace osservarle e pensare di essere come una di loro con le radici che sono salde in questo posto, in questa città che per me rappresenta l’eredità dei miei nonni e il legame con la cultura contadina, ma con i rami e le foglie che si espandono nel mondo. Questo è un luogo in cui le persone con le quali si crea una sintonia possono comprendermi a fondo, parla di me e dei miei punti di riferimento è un luogo di pace da cui partire per andare al mondo e un luogo di festa in cui tornare per assaporare le scoperte, i piccoli tesori, le amicizie coltivate. Rappresenta anche la scelta di non stare in uno dei grandi centri, volutamente distante da certe dinamiche del sistema dell’arte. Frequento con molto piacere gli eventi legati a questo mondo ma poi, rientrando a Padova, mi piace essere immerso in una comunità eterogenea fatta anche di persone non addette ai lavori attraverso la quale mi rigenero sino a toccare le corde indispensabili al mio linguaggio.

Marco Maria Zanin, casa studio

La cifra stilistica di Marco è anche l’occasione per parlare delle modalità con le quali crea ed organizza il suo lavoro, in uno spazio che contiene diversi media creativi, perfettamente amalgamati verso un nitido risultato comune.
La parte dello spazio dedicata alla creazione è simbolicamente fatta ad “U”, ed ospita una zona per la fotografia con un ampio tavolo con i computer per l’editing delle foto ma anche lo scanner ed il plotter per la stampa di grande formato, strumenti ormai indispensabili per le mie creazioni. Mi occupo personalmente della stampa delle mie foto, per mantenere un rapporto corporeo e fisico con esse dalla fase del test alla presentazione finale. Nell’altro ramo c’è la zona riservata alla lavorazione della ceramica, con la quale creo oggetti che spesso dialogano con le fotografie (realizzate con il banco ottico) e che ricavo da altri oggetti provenienti da piccoli musei etnografici o che reperisco in mercatini. Ritengo assolutamente indispensabile lasciare che queste due forme di espressione si compenetrino, aggiungendo alla bidimensionalità della fotografia la tangibile tridimensionalità della scultura.

La natura ispiratrice di questo spazio risiede anche nel mood che Marco crea per lasciar fluire le forze archetipe ed antropologiche che rappresentano il tratto peculiare del suo pensiero.
Ascolto tantissima musica, è sempre presente nel corso della mia fase creativa e realizzativa. Colleziono vinili di musica brasiliana e recentemente mi sono appassionato all’afrobeat, adoro la sua capacità di ispirarmi a creare contaminazioni ed ibridazioni culturali. Ibride e diversissime sono anche le letture di cui si nutre il mio dottorato in antropologia, che sto portando avanti tra Padova e Lisbona.

Marco Maria Zanin, casa studio

Mentre uno sguardo furtivo alla libreria mi consente di catturare i ramificati capisaldi concettuali dell’artista, le pareti e le superfici disponibili parlano delle opere che rappresentano le tappe di una traiettoria di pensiero ed espressione che cattura per la sua raffinata coerenza, e che Marco mi compendia così.
Alle pareti vedi esposte opere che mi consentono di guardare avanti, spaziare ed immaginare altri orizzonti ed opportunità ma rimanendo abbracciato ai pilastri del mio percorso artistico. Il punto fermo imprescindibile è per me rappresentato da Maggese, un dittico fotografico realizzato nel 2017 che esalta l’aspetto scultoreo nel momento in cui interviene nello spazio quotidiano. È una foto scattata nel momento della ristrutturazione di questo spazio, secondo me una perfetta sintesi della memoria e del passaggio ad una nuova vita.
La terra posta sul suolo della casa in rifacimento è disegnata dalla luce che proviene dall’esterno, da uno spazio infinito ed incontrollato che, con le sue tracce scultoree, disegna il tempo, che poi è memoria priva di retorica ed essenza del mondo contadino che lo attende e lo venera.
Altra opera significativa è Sette lune, ove tre aratri originalmente composti evocano un totem che registra un gesto forte, tanto da giungere ad una vera sacralizzazione del mondo contadino che ho cercato di riproporre anche attraverso le installazioni composte con alcuni ready made di questa realtà (zappe, pialle ecc…), che ho cercato di trasformare in idoli utilizzando il display proprio delle mostre di arte etnografica e primitiva.

Questa suggestiva visita termina con l’accenno ad un ambizioso progetto commissionato dalla Fondazione Alberto Peruzzo di Padova (Strati di tempo, nella Chiesa di Sant’Agnese, Casa dei Tre Oci, Venezia, dal 22 settembre al 24 ottobre 2020) che verrà presentato a settembre alla Casa dei Tre Oci della Giudecca, ove Marco sarà indiscusso protagonista e, per me, con due passi tra i vicoli della mia vecchia città universitaria, tra rami di alberi secolari ed il flusso del Bacchiglione.

Il pensiero alle radici ed al tempo che è trascorso riaccende, così, l’idea di una nuova energia raccolta dalla terrazza dell’ultimo piano.

 

Marco Maria Zanin
www.marcomariazanin.com

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