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La mostra The Mousetrap or Something old something new something borrowed 
something blue, dalla Galleria Tiziana Di Caro a Salerno è una raffinatissima esposizione che si “sfoglia” come un libro, pagina dopo pagina, suggestione dopo suggestione, ed è ricca di citazioni e rimandi che non lasciano le opere isolate, chiuse nella loro “oggettualità”, ma che le legano fra loro con il filo sottile di una comunicazione continua, di una relazione aperta e dinamica fra presente e riferimenti al passato e fra questi lavori “minimi” che si associano gli uni con gli altri, costruendo, grazie anche all’attenta direzione del curatore Chris Sharp, una sorta di “opera aperta”, un discorso sull’arte per frammenti. L’abbiamo visitata per voi.

«La parola è irreversibile, questa è la sua fatalità. Ciò che è stato detto non può più essere modificato, se non aumentandolo: correggere vuoI dire qui, stranamente, aggiungere. Parlando non posso mai cancellare, sopprimere, annullare; tutto quel che posso fare è dire “annullo, cancello, rettifico” – insomma, ancora parlare». Questa citazione di Roland Barthes, dal suo saggio Il brusio della lingua, sembra introdurre perfettamente questa mostra – il cui titolo allude al “drama” messo in scena come “teatro nel teatro” da Amleto – dove il “gioco” della specularità, qui, è concepito per sottolineare l’ineffabile tautologia di ogni forma di linguaggio e di narrazione, compresa l’arte, in cui, pur procedendo per sottrazioni o aggiunte, tutto ciò che si può fare è sovrapporre linguaggio a linguaggio, parola a parola. Autorappresentandosi, come in uno specchio. Dalle avanguardie in poi, con l’arte concettuale, questo sembra essere il fine (o il limite?) dell’arte. Parlare e comunicare, ma riflettendo innanzitutto (su) se stessa, sottraendosi ad una sorta di “soggezione” narrativa. Ed evidenziando il suo paradosso come linguaggio analitico che ne isola i “segni” (significante) disgiungendoli per sempre dal significato. Una sorta di palindromo, che leggendolo al contrario dice sempre se stesso. Così in Les coloristes coloriées, Etienne Chambaud ripropone il procedimento in voga agli inizi del Novecento, di colorare a mano le pellicole cinematografiche, “riproducendolo” sull’immagine serigrafata delle operaie intente al lavoro di coloritura, o ancora, citando un precedente lavoro del 1970 di Christine Koslov, “cattura” su un piccolo nastro le conversazioni di chi entra in galleria, che poi nuove conversazioni cancelleranno a loro volta, in un infinito “mise en abyme” di una parola che si sottrae a se stessa. Il piccolo ma significativo lavoro di Keith Arnatt (una riproduzione in copia del testo in cui afferma di voler presentare il suo contributo “non facendo niente”) fa da contraltare all’opera “aperta” di Nina Beier che rifotografa sempre la stessa opera, presa nelle differenti esposizioni, riproducendola così ogni volta più piccola. La minimale opera di Kate Owens, sembra invece voler racchiudere in sé categorie che il linguaggio fatica a narrare: l’artista, semplicemente, incornicia in una teca chiara, un piccolo foglio bianco che lei stessa aveva portato per mesi nelle tasche, come un “raccoglitore” di tempo e memorie indecifrate. Osservando le opere in mostra la prima, immediata sensazione è di una esposizione quasi enigmatica, silenziosa nella sua disarmante semplicità. L’impatto estetico è curatissimo, elegante, rilevando, comunque, una ricerca basata prima di tutto su un’immediata “piacevolezza” dello sguardo, ma i lavori, poi, “interrogati” piano piano, parlano di sé, svelando le analogie che li tengono uniti e “spiegandosi” come portatori di un racconto seduti in cerchio. Allora appaiono come racconti misteriosi e custodi silenziosi di memoria, di parole addensate o negate, di tempo e di spazio. Appaiono come piccole puntuali sintesi dell’infinito discorso sull’arte, sull’uomo e sulla sua capacità (o inevitabilità) di comunicare se stesso attraverso le sue azioni.
(Testo critico a cura di Beatrice Salvatore)

La mostra in breve:
The Mousetrap or Something old something new something borrowed 
something blue
a cura di Chris Sharp
Galleria Tiziana Di Caro
via delle Botteghelle 55, Salerno
Info: +39 (0)89 9953141
www.tizianadicaro.it
Fino al 30 luglio 2010
Artisti in mostra: William Anastasi, Keith Arnatt, Nina Beier, Etienne Chambaud, Etienne Chambaud or Christine Kozlov, Alexander Gutke, Wolf von Kries, Kate Owens

In alto da sinistra:
Etienne Chambaud, Les Coloristes Coloriées III, 2008-2009, serigrafia e acrilico su tela cm 105×110
Veduta della mostra “The Mousetrap or Something old something new something borrowed something blue”. Galleria Tiziana Di Caro, Salerno

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