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Manuela Gandini da Milano

Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
Non è molto cambiato il mio modo di lavorare. Chi scrive e insegna passa molte ore a battere i tasti del computer, leggere, studiare e bere caffè. Il teorico è un animale domestico. Ma vorrei mettere in luce come è cambiato il modo di lavorare del personale sanitario. Medici e infermieri sono stati per due mesi isolati nelle loro tute asettiche, chiusi in uno spazio di protezione strettissimo e vincolante le funzioni corporali. Hanno ventilato i corpi dei malati e chiuso gli occhi di centinaia di cadaveri. Ogni giorno, per due mesi. Alcune infermiere, come Daniela che lavorava a Monza, si sono suicidate. Si è manifestato in questo tempo un esercito di donne e uomini straordinari che ha affrontato la pandemia con un coraggio e una dedizione senza precedenti. La generosità e l’altissima qualità del loro lavoro dovrebbe diventare modello per tutti gli altri umani.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’“assenza” e della “mancanza”.
Non saprei dire cosa mi manca. Questa condizione inedita mi ha collocata in un frullatore o meglio in un tritacarne collettivo virtuale, come ha posto una gran parte di esponenti della specie umana. Frammenti del nostro corpo (generalmente la testa) e della nostra casa, vengono spediti nell’etere per riapparire assemblati sugli schermi dei Mac mentre facciamo lezione, performance o videoconferenze. Forse mi manca un senso fisico di integrità, mi manca la strada e la totalità. Tuttavia, a ben vedere, la totalità la trovo anche in una scheggia di vita.

Quando tutto questo finirà: una cosa da fare e una da non fare mai più.
Occorrerà ancorarsi alla realtà in modo quasi viscerale, armonico e autentico. Il software e la rete che ci hanno aiutati a mantenere le relazioni in questa quarantena dovrebbero lasciare più spazio a una nuova intensità relazionale. Per come si verificano i fenomeni, la terra potrebbe aver sviluppato il COVID19 come anticorpo a un virus molto letale che si chiama uomo. Le relazioni tra noi sono malate da tanto tempo, la funzione dell’infezione potrebbe quindi essere di guarire le relazioni tra di noi. Se percepiremo veramente l’interdipendenza di tutte le cose, riconoscendo la dignità di ogni essere, potremmo elevare globalmente la qualità della nostra vita e della coscienza collettiva. Occorre che ciascuno si prenda la propria fetta di responsabilità. Tuttavia vedo ancora al primo posto anziché la vita, la speculazione, l’economia, la spregiudicatezza politica e ambientale. Al momento è ancora scarsa l’idea di un’applicazione etica pervasiva ai processi sociali ed economici. Ignorare l’etica e coltivare l’indifferenza del proprio ego equivale all’autodistruzione certa. Infine, penso dovremmo ripristinare i rapporti con la terra, oltre che tra di noi. Questo potrebbe salvarci dagli effetti dell’Apocalisse.

Manuela Gandini: scrivo per La Stampa e insegno alla Naba di Milano. Ho lavorato in emergenza con artisti bosniaci durante l’assedio di Sarajevo, ho curato mostre ufficiali a New York come Take Over alla Leo Castelli Gallery (1991) e ho scritto la biografia di Ileana Sonnabend (Castelvecchi). La pandemia rappresenta un territorio di ricerca antropologica straordinario. Credo che l’arte non abbia più la funzione di rappresentare la realtà ma abbia il compito di crearla unendosi in contiguità con le altre forme di intelligenza animale, vegetale e minerale. La concezione beusyana accompagna da sempre la mia visione dell’arte. L’ultimo progetto è un libro in corso di stesura. Con gli studenti s’è creata una pagina Instagram (stati_costretti), un film di piccoli atti quotidiani della quarantena e un diario scritto.

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