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RAVENNA | MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna | 30 novembre 2014 – 11 gennaio 2015

Intervista a LUCA BOCHICCHIO, DAVIDE CAROLI e LAURA FANTI di Livia Savorelli

Critica in Arte giunge quest’anno alla settima edizione e conferma la formula consolidata negli anni di tre artisti impegnati in tre distinti progetti presentati da altrettanti curatori: Luca Bochicchio, curatore, ricercatore e coordinatore del progetto MuDA Museo Diffuso Albisola e della Casa Museo Jorn; Davide Caroli, curatore del MAR di Ravenna; Laura Fanti, storica dell’arte, critica e ricercatrice.
Ho con piacere rivolto alcune domande ai curatori, ad una settimana dall’opening, per conoscere in anteprima i contenuti del progetto presentato al Mar di Ravenna…

Nero, Celadon Panic Room, 2013, terracotta, gres e porcellana con smalto celadon, legno, carta, frame da video in stop motion 1’00”

Come avete ideato il progetto che è stato selezionato per la settima edizione di Critica in Arte? Com’è avvenuta la scelta dell’artista che presentate in quest’occasione? Ci potete sintetizzare l’anima della vostra proposta?
Luca Bochicchio
: Fra le proposte che feci al MAR per questa edizione di CIA, quella di Alessandro Neretti (Nero) era forse la più intrigante e meno facile al contempo. È stato naturale pensare ad un progetto insieme dopo che, per una serie di belle coincidenze, nel 2014 ci siamo incrociati diverse volte tra Albisola e Faenza. Nero era assolutamente pronto per una sfida ghiotta come quella di creare un progetto ad hoc per un’importante sede museale, alla quale peraltro è legato da radici territoriali. L’anima della nostra proposta è duplice e leggermente schizofrenica: scandalosa e alta. Scandalosa per i temi che affronta (mafia, ladrocinio di stato, insicurezza economica e sociale, speranza, fede e coraggio, sterminio di massa) e per l’approccio creativo al Museo stesso (lo vedrete e lo leggerete meglio in catalogo). Alta in senso intellettuale-concettuale e tecnico-processuale. Si tratta di lavori puliti e rigorosi singolarmente, ma che nell’insieme risultano fortemente coinvolgenti sul piano emotivo. Volevamo comunque lasciare un segno forte nel Museo, sfruttando le potenzialità ambientali e scenografiche offerte dal rapporto opere-spazio-allestimento.

Davide Caroli: Il progetto per questa edizione di Critica in arte è nato da un interessante confronto con Francesco Diluca con il quale abbiamo ragionato a lungo su quale taglio dare alla nostra proposta. Avevo scoperto il lavoro di Francesco un po’ di tempo fa ed ero rimasto molto colpito da una serie di lavori secondo me molto interessanti ma ormai un po’ datati. Quando abbiamo avuto modo di incontrarci nel suo studio sono stato invece attirato dalle sue ultime produzioni e abbiamo perciò deciso di focalizzarci su queste per le due sale al MAR, proponendo al visitatore di godere delle opere nate dal percorso personale che ha sviluppato Francesco.

Laura Fanti: Inizio dalla scelta dell’artista: conosco Gianni Moretti da un anno circa, potrebbe sembrare un piccolo lasso di tempo, considerando che ci sono artisti con i quali collaboro da dieci anni. Tuttavia, quando ho deciso di sottoporre il mio progetto al MAR, non ho avuto dubbi che la mia scelta dovesse ricadere su di lui. Dunque, ho scelto in completa autonomia un artista che riflettesse il mio pensiero critico e con il quale potevo attuare uno scambio, un arricchimento.
Il nostro progetto è nato da un reciproco riflettere sugli elementi che caratterizzano la ricerca di un ideale e la sua traduzione in fenomeno, sull’analisi dell’errore, sulla frustrazione per le aspettative deluse, sulla complessità del rapporto con l’altro e della necessaria trasformazione che questo comporta. Da qui abbiamo selezionato i lavori nei quali questi elementi sono dominanti, in modo che possano avere una propria autonomia ma leggersi anche dialogando con gli altri e restituendoci interpretazioni in più direzioni.

Francesco Diluca, Padre, 2012, ferro saldato smaltato e polvere di ferro  scultura aerea  90x50x50cm collezione privata

Hai scelto un artista che, tra i vari media, ha eletto la ceramica a mezzo prediletto per portare avanti una ricerca provocatoria che scandaglia i limiti imposti dalle convenzioni sociali. Cosa dobbiamo aspettarci dal progetto Who is a good boy? che tra l’altro apre il percorso espositivo?
Luca Bochicchio:
Ogni medium nell’arte ha specifiche caratteristiche e criticità. La ceramica offre all’artista molteplici livelli di azione e interpretazione… e Nero ha il vantaggio di conoscere questo mezzo dal punto di vista tecnico, pur possedendo una visione ampia del processo concettuale tipico dell’installazione site-specific, ma anche del disegno. Come ho già anticipato, c’è qualcosa di scandaloso nella consapevolezza della ricerca di Nero. Il titolo della mostra, ad esempio, ricorda vagamente la sfrontatezza del bullo ma riflette in realtà la fiducia nell’arte come scelta di vita. Da questo punto di vista si avverte dell’autoironia nel desiderio di aderire agli alti standard qualitativi della società odierna, come se l’artista, entrato nel Museo, dicesse “Hai visto come sono stato bravo? me lo puoi dire finalmente che sono bravo?”. Poi uno entra, appunto, in mostra e si trova di fronte a opere di un certo peso, rendendosi conto della consapevolezza e della profondità della ricerca di Nero. La scelta di aprire il percorso espositivo ci è stata suggerita dal fatto che le prime due sale offrono la possibilità di accompagnare il pubblico verso le entrate/uscite in modo diagonale… abbiamo tentato in tutti i modi (invano) di intrappolare gli spettatori nella prima sala, quindi quello che vedrete entrando è un fantastico compromesso tra la fruibilità dello spazio e l’invadenza delle opere.

Francesco Diluca è uno sculture, che utilizza prevalentemente il ferro. Cosa si cela dietro queste presenze apparentemente inscalfibili? Quale la riflessione che l’allestimento appositamente pensato per il MAR apre?
Davide Caroli: Attraverso le opere che abbiamo scelto di esporre vogliamo offrire allo spettatore la possibilità di godere dell’esperienza che Francesco ha maturato in questi ultimi anni e proporgli le sue considerazioni che anche io mi sento di condividere.
Osservando l’uomo in questo tempo di crisi attuale, Diluca ha trovato che questi andasse via via perdendo la sua consistenza fino a sparire; ad un certo punto però, per non cedere al pessimismo senza speranza, ha immaginato che da queste ceneri dell’umano, per un avvenimento a lui esterno, possa rinascere la persona con il suo “io” e ha simboleggiato ciò con le farfalle – esseri fragili e leggeri – che unendosi insieme vanno a riformare una nuova figura umana.
Nella prima delle due stanze abbiamo riassunto questo percorso partendo dalle opere del ciclo Il senso dell’assenza per arrivare all’ultimo suo lavoro realizzato per questa occasione intitolato Skin; nella seconda stanza, invece, abbiamo voluto dare spazio ad una grande installazione che ci fa entrare più a contatto diretto con una di queste figure che simboleggiano l’uomo moderno.
Il fatto che tutte le opere siano realizzate in ferro è particolarmente interessante: per il ciclo Il senso dell’assenza è notevole come Diluca abbia affrontato e sia riuscito a rendere in maniera convincente l’assenza dell’uomo attraverso la plasticità, mentre per gli ultimi lavori le figure che ci troviamo davanti, benchè realizzate in ferro, sono incredibilmente fragili e testimoniano come, pur essendo appena sorte dalle loro stesse polveri, abbiano ancora bisogno di approfondire l’evento di novità rappresentato dalle farfalle.

Gianni Moretti, La seconda stanza, 2012, camanellini, legno, fascette autobloccanti, piccoli motori vibranti, sensore di movimento, filo di nylon, 387x350x295 cm, courtesy dell'artista

Il progetto di Gianni Moretti, da te curato, chiude idealmente la rassegna. Lo scarto temporale tra il ciò che era, ciò che avrebbbe dovuto essere e ciò che è stato, è il territorio fertile di indagine dell’artista alla ricerca della propria forma di ideale. Raccontaci la modalità attraverso cui questa ricerca viene esplicitata e attraverso quali media…
Laura Fanti
: Potrei dire che alla base del lavoro di Moretti c’è un paradosso. La consapevolezza che il lavoro dell’artista è fatto di esercizi, di tentativi, ma al tempo stesso genera stabilità. La ricerca di un ideale, della propria idea di felicità, è una costruzione lenta, come quella della propria identità; Moretti trasferisce nei suoi lavori questa idea di lentezza, di fatica, di cura, ma in una dimensione che contiene delle certezze, pur presentando continui interrogativi.
Il metodo non è sempre lo stesso, naturalmente, ma possiamo rintracciare una radice comune nei suoi lavori. Contrasto tra la fragilità di alcuni materiali (vetro e carta velina ad esempio) e l’utilizzo di altri che sono sinonimo di stabilità (l’oro), i quali possono ribaltarsi e restituirci dell’inaspettato.
L’apertura all’imprevisto che contraddistingue ogni rapporto di vero scambio e che potrebbe sembrare opposto al vertice rispetto alla realizzazione delle nostre aspettative è restituito da dettagli, come pieghe o riflessi, che non erano previsti in un primo momento ma che si trasformano in un’opera in divenire.

Critica in Arte

Mostre:
Gianni Moretti a cura di Laura Fanti
Nero/Alessandro Neretti a cura di Luca Bochicchio
Francesco Diluca a cura di Davide Caroli

30 novembre 2014 – 11 gennaio 2015
Inaugurazione sabato 29 novembre ore 18.00

Museo d’Arte della città di Ravenna
via di Roma 13, Ravenna

Info: 0544.482477
www.mar.ra.it

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