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Intervista a CATERINA ARANCIO BERGAMO di Matteo Galbiati

Caterina Arancio BergamoEntrando nella casa-studio di Renzo Bergamo, per incontrare la moglie e compagna di una vita Caterina Arancio Bergamo, quando abbiamo realizzato questa intervista, sono stato accolto immediatamente da un forte senso di calore umano e di affetto. Un’atmosfera intensa e piena di emozioni che si sono intensificate nel corso di una lunga conversazione. Lo scopo del dialogo con la signora sarebbe stato quello di parlare dell’attività dell’archivio dell’artista, della sua ricerca, del suo lavoro, eppure il tecnicismo del contenuto ha lasciato posto all’evidenza dell’aspetto umano che ha dato un senso ben più profondo alle parole che ci siamo scambiati.
Le ragioni che spingono ad istituire un archivio di un artista scomparso sono innanzitutto volte ad una tutela della sua eredità artistica, in questo caso, pur rimanendo questo lo scopo, la radice profonda del lavoro di catalogazione che si sta conducendo resta generato e spinto da un atto d’amore. Ripetuto e sentito. Un diverso grado di amore quindi che, pur nella dolorosa assenza di chi ci ha lasciati, ritrova la ragione del sentimento e del ricordo in una attività che, nonostante tutto, riporta al centro dell’analisi il lavoro dell’uomo prima ancora dell’artista e dell’intellettuale. Un uomo che oggi resta calorosamente vivo e presente. Non solo come testimonianza nelle opere, ma anche nella passione con cui queste vengono ri-vissute da chi resta.
Scopriamo con Caterina Arancio Bergamo la ricerca di Renzo Bergamo e l’impegnativo lavoro che la vede occupata nella gestione dell’archivio e dell’associazione a lui intitolati:

Quando ha deciso di iniziare l’archiviazione delle opere di suo marito?
Il lavoro dell’archivio è iniziato nel 2006. La sua morte improvvisa fu per me uno shock, entrai in crisi profonda, eravamo molto uniti dopo 27 anni di intenso attaccamento e di condivisione specialissima. Per me è stato un periodo controverso, non sapevo cosa fosse giusto fare della sua eredità artistica e spirituale. Ma mi sono convinta che dovevo muovermi; dovevo proseguire quello che Renzo ha fatto per tutta la sua vita e in cui ha tanto creduto: la sua pittura. Sono una creativa anch’io e lo scoglio da superare era quello di vedermi svolgere un lavoro da burocrate. Questo aspetto tecnico mi ha sottratto energie e forze nell’affrontarne la mole e il carico di impegni. 

Renzo Bergamo, s.t., 2003, tecnica mista, 56.5x76 cm (Archeologia cosmica)Cosa ha comportato poi lo svolgimento di questa impegnativa impresa di registrazione coerente delle opere?
Tolta la grande fatica per gli aspetti che dicevo burocratici, mi ha dato moltissimo e moltissimo di inatteso. È stata una sorpresa continua: mettere mano a tutti i lavori di Renzo, alle sue carte, ai suoi progetti, ai suoi libri, rivedere tutte le opere mi ha permesso di leggere il suo lavoro diversamente. Oltre che di sentirlo ancora vicino e presente.

Che uomo era Renzo Bergamo, che personalità aveva l’artista?
Non dico a caso che ho letto diversamente il suo lavoro, perché Renzo era un uomo di pochissime parole sul lavoro, quasi segreto e io non mi sono mai permessa di fargli troppe domande mentre attendeva alle sue cose. Di questo oggi mi sono un po’ pentita… Poi riuscivamo a lavorare anche assieme come quando, ad esempio, abbiamo creato una collezione di abiti fatti a mano. Una collezione unica che ci ha visti condividere un’esperienza irripetibile. Aveva un atteggiamento molto paterno, amico, tollerante e paziente. Non solo con me, questo lo faceva con tutti, era una persona generosissima e attenta agli altri. Archiviare le opere, riguardare i cataloghi, i suoi appunti mi hanno permesso di riscoprirlo anche in aspetti che, forse, non mi erano così definiti. Non era un uomo di giudizio, non commentava non criticava a sproposito. Osservava il mondo con uno sguardo sempre pieno di incanto, lui ti portava a riscoprire la vita. E per me è stato un maestro di vita. 

Come nasce la sua passione per l’arte?
Era un autodidatta acuto e passionale. Da giovane, nel secondo dopoguerra, lavorò in Svizzera facendo il panettiere per potersi permettere gli studi in Accademia. Si mise a dipingere, ma la svolta determinante avvenne negli Anni ’60 quando si trasferì a Milano – fece il creativo per Leon Goodman per due-tre anni – dove, frequentando Brera, conobbe Dova, Scanavino, Manzoni, Bonalumi con cui condivise intense amicizie. Amava il lato umano delle persone, era quello che cercava maggiormente negli altri: coltivare l’aspetto umano. Da loro ebbe moltissimo. Iniziò un periodo di vacche magrissime: rinunciò a fare il pubblicitario perché, grazie alla frequentazione con gli altri artisti, aveva capito come questo lavoro fosse inquinante per la sua ricerca pittorica.

Renzo Bergamo,2004

Renzo Bergamo però ha un rapporto stretto non solo con gli artisti per lui è stato fondamentale anche lo scambio con poeti e letterati…
Certo, prima di venire a Milano ha frequentato molti scrittori e poeti come Zanzotto, Soldati, Pasolini e Comisso, che lo seguiva come un padre, e anche il musicista Malipiero. Era l’unico pittore, non parlava… dipingeva!

In cosa si concentrava la riflessione di Renzo Bergamo?
Parlava di luce e sostanza; cercava di capire il mondo con il pensiero di uno scienziato: nelle sue tele ci sono le prove di come si verifica la trasformazione delle cose da energia a materia. La spiritualità era il suo carisma forte e la traduceva nella sua pittura. I suoi dipinti sono esplosivi, dirompenti. Sono la vita che irrompe, è la natura che si manifesta. 

Abbiamo parlato di pensiero da scienziato, come ritroviamo l’evidenza scientifica nel suo approccio pittorico e formale?
Renzo mi diceva di sentirsi un lazzarone, che doveva lavorare di più ed entrare piùin profondità nelle cose. Voleva verificarle. Io allora non avevo ben compreso l’importanza di quello che mi diceva, ma l’ho riscoperto lavorando all’archiviazione delle sue opere. Le sue esplosioni cromatiche sono la rappresentazione delle energie cosmiche: parlano di macrograndezze siderali e di microentità subatomiche. Molti disegni, schizzi e dipinti, che lui fece negli Anni ’60 e ’70, anticipano, nelle strutture e nelle forme, le scoperte scientifiche ed astronomiche fatte in tempi più recenti. Ha avuto l’intuito e l’immaginazione del visionario. Renzo cercava nella pittura l’estetica del Caos, quell’ordine nuovo delle cose che poteva diventare anche etico.
Nel 2004 si è aperto il Festival della scienza, lui se ne era già andato e io l’ho frequentato per due anni, perché so che Renzo l’avrebbe apprezzato e se ne sarebbe interessato. In questo contesto ho trovato la conferma a quei concetti che tentava di farmi comprendere. È stata una conferma, una prova provata. Da questo momento ho iniziato a riguardare le sue cose, le sue immagini. Rivelatore è stato l’incontro con il fisico Fritjof Capra, autore di Il Tao della fisica: a lui ho mostrato, in modo azzardato e spregiudicato, le opere di Renzo al termine di una sua conferenza. Le ha apprezzate e ha compreso il legame stretto che la pittura di mio marito ha con la scienza. Da qui sono nati poi legami e incontri anche con Giorello. Il progetto delle mostra di quest’anno al Castello Sforzesco (Renzo Bergamo. Atomo – Luce – Energia) nasce da qui. 

Atomo luce energia, veduta della mostra, Sala panoramica, Castello Sforzesco, Milano 15 gennaio-31 marzo 2013

Il lavoro che ha svolto è davvero encomiabile. Ha organizzato mostre, ha promosso incontri, ha pubblicato cataloghi… Arriverà presto il catalogo ragionato?
È sicuramente un passo da fare perché serve per tutelare e promuovere l’artista anche dentro al sistema dell’arte. Sento di doverglielo, anche se Renzo diceva che i cataloghi diventano la tomba degli artisti perché chiudono un ciclo. Lui guardava sempre avanti a quel che c’era da fare. Credo che oggi, dopo tutto quello che ho compiuto, siano sforzi che premiano, innanzitutto, il suo merito. 

È contenta degli sforzi compiuti fino ad oggi, di aver dato vita all’archivio e all’associazione?
Avevo un vuoto, un vuoto d’amore. Renzo stava percorrendo un cammino che s’è interrotto all’improvviso. Ero smarrita. L’archivio nasce da un atto d’amore, un gesto particolare e dovuto, non potevo non rendere pubblico il lavoro di una vita e la particolarità del suo percorso pittorico. Tutto questo lavoro è stato anche un modo per non lasciarlo andare, ho potuto ritornare dentro al suo mondo, sono tornata indietro perché volevo riprendermelo. È stato un lavoro intensissimo a livello emotivo. Ma la soddisfazione oggi è grandissima. 

Renzo Bergamo per l’arte e per la scienza
Via A.G. Barilli 31, Milano

Info: +39 02 89690787
infoassociazione@renzobergamo.com
www.renzobergamo.com

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