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Intervista a CECILIA FRESCHINI e FABIO MARULLO di Laura Francesca Di Trapani

Un doppio viaggio, partenza Italia, meta ultima la Cina. Una doppia storia raccontata da due voci, una doppia esperienza che dà vita ad una duplice visione. Una curatrice indipendente Cecilia Freschini, che «incoraggia i propri artisti a rilasciare la loro energia… in una nazione, come la Cina, così socialmente imprevedibile e contrastata». Impegnata in Lab-Yit per la promozione e lo sviluppo di progetti artistici italiani site specific, creando un dialogo con l’ambiente e la cultura cinese. E Fabio Marullo, acuto osservatore della realtà che lo circonda, che ha portato il suo flusso pittorico in Oriente, in quella struttura di apparente immobilità, ma aperta, circolare, in continuo fluire. Immergiamoci nelle suggestioni che le loro parole conducono e abbandoniamo gli stereotipi che troppo spesso ci accompagnano.

Cosa ti ha portato in Cina, luogo culturalmente e socialmente così distante?
Cecilia Freschini: … proprio l’idea di ritrovarmi in un posto “altro”.

In quale misura cambia la realtà tra un artista occidentale e uno orientale nella propria ricerca?
C. F. : La Cina di Mao, ha spietatamente cancellato gran parte del patrimonio culturale senza, al tempo stesso, saper fornire idonei strumenti sostitutivi. Nel vuoto che ne consegue, la tendenza è ora quella di mitizzare un passato lontano o un prossimo futuro, ma la gioventù cinese non ha, di fatto, basi adeguate per poter analizzare criticamente e crearsi un’idea realistica del mondo che la circonda.
Tuttavia, le restrizioni, viste da una prospettiva socio-artistica, funzionano spesso come una siepe leopardiana che porta gli artisti a focalizzare chiaramente un disagio, contrastarlo e spingersi oltre… Credo che una simile presa di coscienza in Occidente sia più rara.

Artisticamente qual è la vera scena artistica contemporanea in Cina? Penso che spesso la visione che abbiamo da questo lato del globo sia falsata e pregiudicante per la reale comprensione.
C. F. : Direi proprio di sì. L’idea che ci possiamo fare senza essere stati effettivamente in loco è falsata per due motivi: innanzi tutto la maggiorparte delle mostre e proposte che arrivano in Occidente sono basate su un “western taste” che poco o nulla ha a che fare con quello cinese, (e il più delle volte viene filtrato da un’ottica prettamente commerciale); e poi ci sono i nostri parametri con cui andiamo a confrontarci che sono estremamente fuorvianti e lontani dalla cultura di riferimento.

Lab–Yit come nasce?
C. F. : Nasce dall’esperienza che ho accumulato in questi anni in Cina durante i quali ho maturato strumenti e consapevolezza sulla necessità di una struttura valida che sostenesse l’arte contemporanea italiana in Cina (artisti, galleristi, collazionisti…).

L’arte italiana cosa trova in Cina rispetto al panorama italiano o europeo?
C. F. : Trova innanzi tutto una cultura ricca, affascinante ma anche problematica, con cui sarà sempre un vantaggio mettersi a confronto. La Cina costringe a riprendersi in mano, a riflettere su ciò che si è sia come individui sia come artisti, cosa che ritengo sia fondametale e preziosa. Che cosa rimane davvero di noi se veniamo catapultati in un contesto così estraneo e a tratti avverso? Da dove cominciare a ricostruirsi un microcosmo di piccole certezze e familiarità?

Nella presentazione di Lab–Yit emerge chiaramente l’intento di uscire dalle gallerie e andare fuori i soliti circuiti. Quali limiti pensi che abbiano oggi?
C. F. : C’e sempre il rischio di non riuscire a ben equilibrare ricerca e necessità commerciali e c’è il timore di osare, di opporsi ad una certa cristallizzazione…
Con Lab-Yit, per me è particolarmente interessante poter creare un dialogo aperto e senza limiti tra italiani e cinesi, un confronto diretto che meno sottostà a determinate dinamiche meglio è!

L’artista Fabio Marullo è attualmente in residenza al Red Gate grazie al supporto di Lab-Yit… Sono a conoscenza dell’intento di una vostra collaborazione futura. Vuoi darci un’anticipazione?
C. F. : Marullo sta ultimando in questi giorni  un periodo di ricerca a Pechino che è stato portato avanti col nostro appoggio. Ritengo sia stato un momento prezioso e che nel prossimo futuro porteà i suoi buoni frutti. L’idea base è quella di proporre una personale sia con lavori realizzati durante la permanenza che in fase successiva. Il progetto è ancora underconstruction e in attesa che sia discusso con l’artista una volta rientrato in Italia. Questa fase di stacco permette di lasciar sedimentare le numerevoli sollecitazioni ricevute dalla Cina e di poterne carpire il giusto senso e valore.

Suggestioni, riflessioni, similitudini e differenze nella tua esperienza d’oriente.
Fabio Marullo: Proprio in queste ore, quando mi appresto a rispondere alla tue domande, rileggo quanto io abbia inconsapevolmente e precedentemente scritto su ciò che tu adesso mi chiedi. Uno scambio seppur difficile e rallentato di e-mail, effettuate nei primi giorni di mia permanenza a Pechino con una persona del vecchio continente a me cara, diviene parametro per capire se, visto il tempo passato, oggi un mese e mezzo, sia possibile dare un’impressione sulla Cina che sia differente dai primi giorni. Tutto rimane immutato, almeno per adesso. Il tempo, nelle sue declinazioni, sia esso biologico e fisiologico, porta in sé significati differenti, così anche per il mio tempo, per la mia personale se pur minima esperienza pechinese, esistono due differenti punti di vista: il primo riguarda quello più elementare inerente la gentilezza spiazzante della gente mista ad un ironia caustica e desolante, la possibilità di ogni di forma di non-sense, e l’altro riguarda il concetto del controllo dello Stato sulla società, sulla gente che è disposta a sopportare tutto e insieme a trovare tutto forse intollerabile.
Esiste la “trasformazione” che spinge lo Stato verso lo Stato, perché il consenso non ha a che fare con la volontà generale. Questa politica è solo un esperimento devastante che svuota l’ideologia.

Quale progetto stai sviluppando durante questa residenza?
F. B. : Prima di arrivare in questa alla residenza di Red Gate, mi ero documentato sulle questioni pratiche del vivere cinese e sullo spirito del luogo. Tra le mie letture avevo trovato curioso soffermarmi su un testo che per rimandi vari mi parlava di “Artifizio”.
Poco dopo aver posto la mia attenzione su ciò, istintivamente avevo già deciso: “L’aiuto di una foglia arricchisce una gemma” sarebbe divenuto il titolo del progetto pittorico della mia ricerca cinese.
Il progetto, a cui sto lavorando e che ultimerò al mio rientro in Italia, esplora il limite dell’uomo cinese nella sua dimensione e ambisce a costruire una visione dei diversi aspetti conttradditori della società contemporanea cinese nella sua poetica.

In quale direzione pensi si stia evolvendo la tua ricerca? E quanto credi che questa esperienza, così distante dai soliti circuiti, soprattutto sotto il profilo culturale, sia penetrata nel tuo lavoro?
F. B. : In generale quando ci si pone davanti alla riflessione sulla propria ricerca non si può considerare di separare la stessa dal contesto in cui in quel momento si opera. Esiste nello stesso tempo il metodo che, come la logica, però non prescinde dalle proprie ossessioni e dai propri soggetti. Sì, appunto, i soggetti che, qui si mostrano ai miei occhi senza grandi sforzi. Nulla per adesso mi pare essere cambiato ma piuttosto rafforzato. Pechino per i suoi ritmi e per le sue normali “assurdità” è la città desiderata, la città giusta da dove ripartire e la città ideale dove ritornare per mostrare i propri lavori.

Info: www.lab-yit.com

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